Actions

Work Header

A Cold Night for Good Deeds

Summary:

«C’è questa cosa che fai» dice Alec, esasperato. «Questo potere che hai che ti fa sembrare indistruttibile».
«Lo sai che non è vero» dice Magnus. Il suo respiro è caldo contro il mento di Alec.
«Lo so» ribatte Alec. «Ma comunque… ci sono delle volte in cui non ne sono così sicuro».

1992, New York, una città che continua ad aggrapparsi a sentimenti venati dalle tensioni della Guerra Fredda. Alec Lightwood è un Corporate – un supereroe che lavora su commissione – cerca di barcamenarsi tra un’identità segreta, la necessità di aggrapparsi ad una parvenza di vita normale e il fatto che i vigilante continuano a comparire ammazzati nei bassifondi senza un’apparente spiegazione.
Le cose non possono che peggiorare quando Magnus – un giornalista investigativo – inizia a rimuovere la maschera che Alec si è attentamente costruito… e poi c’è quel misterioso vigilante con il potere della psicocinesi che continua ad apparire ovunque Alec vada – Alec non riesce proprio a tirare il fiato.
A Cold Night for Good Deeds è una AU sui superereoi, slow-burn e neonoir, che parla di identità, verità e innamorarsi senza conoscere il vero nome di una persona.

Notes:

Note della traduttrice: 

Buonsalve gente! 

Questa fanfiction è dell'autrice theprophetlemonade e io sono starsfallinglikerain. Alcuni di voi probabilmente già mi conoscono per la traduzione della malec sense8!AU As Your Sun Sets, sempre di quest'autrice. È passato un po' di tempo da quella traduzione, ma da allora la mia vita è stata abbastanza frenetica. Tuttavia, sono felicissima di potervi finalmente presentare questa nuova traduzione a cui sto lavorando. Ebbene sì, la traduzione è ancora un work in progress, sono a poco più di metà. Per questo motivo, nonché per la lunghezza dei capitoli, comunico già che gli aggiornamenti cadranno regolarmente di domenica, ogni quindici giorni. Che dire? Sono emozionata. Chi mi conosce sa quanto questa storia mi appassioni e quanto io ne abbia parlato e cantato le lodi fino allo sfinimento.  È stato ed è per me un onore e un piacere poterla tradurre. Colgo quindi l'occasione di ringraziare nuovamente theprophetlemonade per avermelo concesso. Ringrazio in anticipo anche tutti quelli che leggeranno. Spero di ritrovare i vecchi lettori e di conoscerne di nuovi. Vi prego solo di farmi sapere cosa pensate della traduzione e di indicarmi se ci sono dei passaggi in cui pensate possa essere migliorata, mi fareste un favore enorme! E se volete passare a trovarmi su twitter, ecco qua il mio account!
Spero che questa storia piacerà a voi e vi appassionerà tanto quanto piace e appassiona me. Detto ciò, la smetto di blaterare e vi lascio poi alle varie note di theprophetlemonade e al capitolo. Buona domenica, buona lettura e a rileggerci fra due settimane! 
Stars. 

 

Note dell'autrice:

Salve! Sono felicissima di condividere con voi la ragione per cui non ho pubblicato nessuna ff quest’anno… Sto lavorando a questa ff da gennaio 2018 e, più di 400.000 parole dopo (non imparo mai la lezione), sono pronta a farlo. Si tratta di una AU Malec neonoir sui supereroi, un amalgama di ogni mio aesthetic e trope preferito: neon e noir, superpoteri e un “quadrato amoroso”, crisi d’identità e horror, politica e la più deliziosa e lancinante storia d’amore slow-burn che abbia mai scritto. C’è un po’ di tutto… e spero che siano tutte cose che non abbiate già visto nei miei precedenti lavori.
Per accompagnare la lettura di questa ff, qui trovate la playlist che mi ha ispirato, è piena di elettronica, uso del sintetizzatore e strani incubi surreali.     
I miei più sentiti ringraziamenti vanno alla mia beta, Kay, che si è addossata il compito monumentale di editare questa fic per me. Non sento di meritare né te e né l’impegno che metti nel rifinire questa ff per me.      
Grazie anche a chiunque abbia supportato questa ff su twitter e mi abbia incoraggiato negli ultimi mesi di scrittura (e di lamentele, che non finiranno mai). Apprezzo molto il vostro supporto, come sempre, e non potrei mai farcela senza di voi.
Questa ff è già del tutto scritta (ci sono solo alcune scene da aggiungere qua e là), quindi aggiornerò regolarmente. Ho già scritto anche il finale. Spero che vogliate unirvi a me in quest’avventura, sarà una cosa pazzesca.
Senza ulteriori indugi, lasciate che vi introduca a Sentinel e Nightlock. Buona lettura.

(See the end of the work for more notes.)

Chapter 1: Una notte fredda per le buone azioni

Chapter Text

 

Qui dedit beneficium taceat; narrat qui accepit.
Taccia colui che ha fatto delle buone azioni; le narri colui che le ha ricevute.

 

 

Questa è una città tipica da sangue-sul-marciapiede. Alec l’ha sempre creduto. Una città grigia e malinconica, permeata costantemente da nuvole, pioggia e notti oscene, aggrappata a sentimenti venati dalle tensioni politiche della guerra fredda, anche vent’anni dopo il suo culmine.                     

Alec cerca riparo dall’acquazzone sotto ad una scala antincendio, che potrebbe essere una scala antincendio tra le tante, ma la pioggia filtra comunque attraverso le grate di metallo, fredda e tremolante. Sulla lingua percepisce ruggine e ferro e ciò si abbina agli ematomi violacei che si espandono a macchia d’olio sulla sua cassa toracica.

Si trova almeno al quinto piano e il vicolo sotto di lui è filtrato da un rumore bianco. La pioggia rende difficile vedere l’asfalto pieno di buche, anche per uno con un senso della vista molto sviluppato come Alec. Il vento è a sua volta implacabile, incanalato attraverso le strade della città, selvaggio e abbastanza imprevedibile da cogliere Alec di sorpresa ad ogni folata. Alec serra la mascella per contrastarlo.

È una notte fredda per commettere dei crimini. Alec spera che il tempaccio interrompa il chiacchiericcio della radio della polizia, ma è imbarcato in questa situazione da abbastanza tempo da sapere che non sarà così. La città dorme agitata e si risveglia agitata. Aveva già dovuto intervenire in una rissa in più di quello che avrebbe voluto quella notte. Un ematoma sta fiorendo su un punto del gomito e gli sta dando particolarmente fastidio. A volte Alec pensa che le persone sappiano esattamente dove colpire in modo da infilarsi al di sotto della sua armatura. 

 Qualcuno ha lasciato fuori il bucato, appeso sui fili del telefono che attraversano il vicolo. È inzuppato e sbatacchia nel vento come se si trattasse di fogli di giornale. Alec si domanda se debba informare il vicinato – sarebbe la sua buona azione per quella notte –, ma alza lo sguardo e si rende conto che ci saranno una cinquantina di appartamenti incalcati nel palazzo in pietra grigia di fronte a lui. Non saprebbe proprio da dove cominciare a bussare alle porte.

Invece, si raggomitola nel suo misero riparo sotto la scala antincendio e si tiene impegnato pungolandosi il fianco, con le mani inguantate di nero che picchiettano con le dita sulla sua armatura Kevlar, laddove il suo corpo è sensibile. Forse si è rotto una costola. Conficca le dita appena sotto la propria ascella e sussulta. Non è il peggior dolore che abbia mai sopportato, ma fa male comunque.  

L’inspiro intenso che prende rimbomba nel dispositivo di comunicazione impiantato nel suo orecchio. 

 «Alec?». Giunge una voce familiare. È Isabelle. È sempre lei, non è mai stato nessun altro. «Stai bene?».

«Sì» dice Alec, e si chiede come abbia fatto Izzy a sentirlo con il fragore della pioggia scrosciante che ha sottomesso le strade della città. «Non è niente. Sto bene». 

 «Sei quasi a casa?» chiede Izzy, anche se Alec sa perfettamente che davanti a sé ha uno schermo che fa lampeggiare la sua posizione su una mappa delle venature della città. Potrebbe localizzarlo persino su quella stessa scala antincendio, se solo volesse. Non è questo il motivo per cui lo chiede, però.

«Quasi» risponde Alec. «Mi avvio. Ci saranno… delle scartoffie da sbrigare».

«Di quello non ti preoccupare» afferma Izzy. Alec non ha nemmeno provato a nascondere l’affaticamento nella propria voce e lei probabilmente riesce a percepirlo. Alec è trasparente quando si tratta di lei e non c’è maschera sul suo volto che possa impedirle di guardargli dentro, anche quando non è altro che una vocina nel suo orecchio. «Mamma e papà non ci staranno nemmeno pensando stanotte. Il rapporto sarà domani. Jace è appena tornato e… beh, ha combinato uno dei soliti casini alla Jace». 

 Alec fa tsk, tirandosi su dalla sua posizione accovacciata. La pioggia sembra essersi placata, ma può ancora sentirla battere sugli oggetti, come un rullante battito sull’armatura che gli copre le spalle e sul policarbonato della faretra appesa alla sua schiena – ma è la pioggia perforante sulla sua maschera che non corrisponde a quello che vede, quindi si alza, scansionando il vicolo.

 «Un “solito casino alla Jace” diventa sempre un mio casino» borbotta Alec, ma poi aggiunge, più gentilmente: «Sta bene?».

«Sì» dice Izzy, e Alec la immagina con i tacchi appoggiati sulla scrivania, mentre alza gli occhi al cielo. «Nemmeno un graffio e un sorriso smagliante come se avesse appena vinto la lotteria. E non sta zitto un secondo, ovviamente. L’ho già chiuso fuori dall’ufficio perché non c’è abbastanza spazio per me e il suo ego nella stessa stanza». 

 «Muse era fuori con lui?».

«Ha un nome, Alec» si lamenta Izzy con un sospiro esasperato. «Ma no, non era fuori con lui. Era la sua serata libera, quindi è solo un casino di Jace e non un casino di Jace e Clary, per fortuna. Mamma e papà saranno clementi se è coinvolto solo lui ». 

 «Quasi, quasi vorrei che non lo fossero» bofonchia Alec, ma la sua attenzione è rivolta altrove, e sente nel suo orecchio Izzy muoversi, consapevole del fievole cambiamento nel suo tono di voce. La immagina sedersi dritta, dritta sulla sedia.

 Ha smesso di piovere, ma Alec riesce comunque a percepire le gocce d’acqua sul frammento di pelle nuda lungo la mascella, come un ricordo lontano. Riesce a gustarla, sotto la sensazione di ferro lavorato e sangue sulla propria lingua; è l’odore della pioggia sulla città, che non nasce dall’erba bagnata, ma è fatto di giornali inzuppati, fast food e una rete fognaria che invecchia. Non è piacevole, ma è familiare.

Sta ancora piovendo in realtà, solo che non riesce a vedere la pioggia. La sua pelle formicola e il suo stomaco si serra attorno a qualcosa di nauseante.  

 «Alec?» chiede Izzy nel suo orecchio, preoccupata. Alec scruta il vicolo con gli occhi di un falco, ma non vede nulla. Preme sulla maschera nel punto tra le sue sopracciglia e giocherella con il suo arco compound con le dita smaniose.

 «È Veil. È nei paraggi» spiega.

«Cambio la nostra frequenza radio» lo informa Izzy. La sente digitare freneticamente, con le dita che volano con una semplicità priva di sforzo sulla tastiera mentre trasporta la loro conversazione fuori dal segnale. «Okay, hermano. Siamo a posto». 

 Se Izzy fosse qualcun altro, non la passerebbero liscia, Alec lo sa. Qualsiasi cosa faccia, qualsiasi freccia scagli, qualsiasi inciampo nel suo battito cardiaco, qualsiasi strada percorra, è tutto catalogato, dal momento in cui indossa la sua uniforme al momento in cui si toglie la maschera alla fine di una nottata impegnativa. Sono quelle le regole; non sono mai stati privi di regole, non quando la persona che paga le loro bollette indossa un completo a tre pezzi e siede tutto il giorno al Congresso, legiferando per conto di persone che non ha mai incontrato.

Alec Lightwood è un Corporate. Dovrebbe davvero essere la prima riga del suo curriculum, dal momento che non fa altro che definirlo. Sicuramente spiega i lividi e la costola rotta. 

Alec Lightwood è un Corporate. E così Izzy, Jace, Clary e i suoi genitori. Gli eroi Corporate, con il patrocinio del governo, fanno il lavoro sporco del Congresso dove il braccio lungo della legge non arriva. E tenere traccia delle loro attività è di primaria importanza: nessun senatore vuole essere colto in fallo per le attività illecite di coloro che sono pagati con i dollari derivanti dalle imposte dei loro elettori.

Ci sono, ovviamente, dei modi per evitare le trascrizioni, specialmente quando si è Izzy. È abbastanza facile accendere e spegnere il localizzatore di Alec, cambiare frequenza nel canale radio e fare apparire tutto quanto nel verbale di fine nottata come una falla nel sistema. Lo fanno da mesi ormai, se non anni. 

Se Alec è stato benedetto – o maledetto – con i superpoteri, allora li userà per fare del bene, quando può. Non avviene tanto spesso quanto vorrebbe, ma con la copertura della notte che lo cela a occhi indiscreti… può decisamente ingaggiare ogni tanto un paio di scontri corpo a corpo per recuperare la borsa di una donna.

«Grazie, Iz» dice Alec. Si sforza di udire il suono di passi, ma non ode nulla a parte il brusio distante della pioggia invisibile e il lamento di sirene lontane. Non c’è alcun trambusto nei paraggi. Questo allenta il tic dei suoi nervi, ma non lo rilassa del tutto. Non è uno stupido. «Non penso sia nei guai. Non sento nulla. Vado a vedere se riesco a trovarla». 

«Trovare chi?» dice qualcuno sul piano della scala antincendio soprastante alla testa di Alec. La sua mano si allunga verso la faretra nella frazione di un secondo, i suoi polpastrelli su una freccia, l’arco inclinato nella sua presa – ma si acquieta quando alza lo sguardo.

Una donna e un uomo sono in piedi sulla grata sopra alla sua testa: lei indossa una giacca di pelle blu scuro e lui una tuta da supereroe e un mantello col cappuccio, in una ricerca ben più evidente di un look da vigilante rispetto a lei. 

Indossano entrambi le maschere, però, proprio come Alec.

«Veil» dice Alec. Lascia che la mano serrata attorno all’arco cada lungo il suo fianco, ma non lascia andare l’arma. L’uomo e la donna scendono lungo la scala antincendio per raggiungere Alec, sembrando molto meno stanchi di lui. «Wolfsbane». 

«Sentinel» dice l’uomo, mentre un sorriso sghembo gli attraversa il volto. Alec gli dà un’occhiata veloce, ma quella sera è solo un uomo mascherato, nulla più. «Come va?». 

 Sentinel. È Alec. O – non è Alec, perché Alec e Sentinel non sono la stessa persona, e Alec lo sa. Tuttavia, occupano la stessa pelle e la stessa armatura, ma Veil e Wolfsbane non conoscono nessuno che si chiama Alec. Loro conoscono solo l’arciere con la maschera nera.

«Bene» risponde Alec. Gli piace Wolfsbane, e pensa che la cosa sia reciproca, perché Wolfbsane è sempre cordiale e benevolo con lui, anche quando zoppica sui tetti e gocciola sangue dopo un po’ troppi “c’è-mancato-un-pelo”. È un po’ più vecchio di Alec – un po’ più vecchio di gran parte delle persone che Alec conosce che indossano maschere e sgattaiolano nella notte nel tentativo di compiere buone azioni – ma tutto quel tempo non l’ha reso freddo, duro e implacabile. I suoi poteri saranno anche impressionanti, ma le sue battute rimangono terribili.

Veil, d’altro canto, è la più suscettibile tra i due, ma Alec non può darle del tutto torto. 

Non è una Corporate, come Alec. Nemmeno Wolfsbane lo è.

È complicato.

«Niente di emozionante stanotte?» chiede Wolfsbane, appoggiandosi con la schiena alla ringhiera della scala antincendio con disinvoltura. Il suo sorriso è vispo, di un bianco netto contro la sua pelle scura, ma incrocia le braccia possenti sul petto. I muscoli si tendono sotto la giacca, e Alec sa che non è affatto così flemmatico come sembra. «O non puoi ancora parlarcene?».

«Lo sai che non posso» dice Alec, abituato a questa presa in giro. «È contro le regole».

«È contro le regole» scimmiotta Veil, alzando al cielo gli occhi scuri. «Voi Corporate siete tutti uguali. Guastafeste».

«E quanti Corporate conosci?».

Veil lo fissa con uno sguardo tagliente.

«Conosco te, tanto per cominciare» afferma, con tono piatto. «E abbiamo appena visto Arkangel, vicino al fiume. Stava facendo un casino, come suo solito. Non ha voluto che l’aiutassimo». 

Alec digrigna i denti, ma è più dovuto a un senso di disperazione rivolto a Jace – Arkangel – e alle sue stupidaggini che a qualunque cosa Veil possa dire.

«Arkangel è tracciato, lo sai» dice Alec, aggrottando la fronte. «Qualsiasi cosa diciate o facciate quando siete vicino a lui viene registrata sulla trascrizione. È… più sicuro se non ci immischiamo con v-».

«Eppure eccoci qui» sorride Wolfsbane, gesticolando verso Alec. «È contro le regole». 

«Sì, beh…» inizia Alec, ma c’è una luce negli occhi di Wolfsbane, sotto il cappuccio. Sembra genuinamente divertito dall’agitazione di Alec, la sua canzonatura è benevola. «Questo è diverso».

«Cosa pensi che succederebbe se i vostri capi scoprissero che stai fraternizzando coi vigilante?» dice Veil, le sue labbra si sollevano sugli angoli. «Saresti sbattuto fuori dal lavoro, eh?». 

«La mamma farebbe appendere le tue palle alla parete» afferma Izzy nel suo orecchio. «E papà ti rivolgerebbe quell’occhiata. Quella con l’espressione neutra di delusione. Hai presente quale».

Alec si incupisce, Wolfsbane inclina il capo all’indietro e si lascia andare ad una risata e Veil non riesce a nascondere il suo sorrisino. 

«Il tuo supervisore ti sta dando noia?» chiede Wolfsbane con un movimento vivace di assenso. 

«La tua supervisore!» protesta rumorosamente Izzy. Alec sussulta e chiude un occhio mentre volta il capo, come per allontanarsi dalla voce nel suo orecchio.

«…Qualcosa del genere» borbotta. Il suono della pioggia striscia più vicino e il freddo inizia ad insinuarsi sotto alla sua tuta, anche se non riesce ancora a vederlo; è solo per così poco che l’attrezzatura di Izzy può tenerlo al caldo quando la città sta facendo del suo meglio per costringerlo a lasciare le proprie strade.

«Sta ancora piovendo?» chiede allora Alec, indicando col capo il cielo nero e tuonante. Può sentire lo scroscio, ma i suoi occhi – o qualcun altro – gli stanno ancora tendendo dei brutti scherzi. Il suo stomaco è chiuso, ma non sono solo i poteri di Veil a nausearlo.

«Già» sorride Veil. Si toglie il guanto di pelle con uno strattone e porge il palmo ad Alec. Le sue unghie sono ben curate e ha un bell’anello. La pelle bronzea di lei è liscia e non callosa come la sua. Alec si annota sempre mentalmente quello che può su di lei, ma sa che non serve a granché. Non sarà mai abbastanza sconsiderata da rivelargli la sua identità.

Così, Alec fa lo stesso, togliendosi il guanto e premendo le sue dita nel palmo profferto di lei per un contatto che dura una frazione di secondo. Non è una scintilla, ma è come se lo fosse nel suo stomaco, che si ritira da dentro di lui, tutta quella pressione stordita che svuota le sue interiora nell’esatto istante in cui la pelle incontra altra pelle.

In un secondo è fradicio fino al midollo.

Le nuvole sembrano dare spazio alla pioggia tutto in una volta, e Alec è costretto a sbattere le palpebre per rimuovere l’acqua che scivola nei suoi occhi. I capelli ricci di Veil sono bagnati adesso e la sua giacca di pelle è cosparsa dal luccichio delle gocce di pioggia. Wolfsbane è nella stessa situazione, completamente infradiciato con gocce d’acqua che gli imperlano la barba scura, ma con segni di un rosso annacquato che gli coprono le nocche e le ginocchia.

È stata una notte impegnativa anche per loro.

E sembrano entrambi stanchi ora, e potrebbero sembrarlo ancora di più; Alec non sa mai esattamente se sta avendo una visione completa di loro o se sta vedendo solo quello che Veil vuole fargli vedere. Può contare su entrambe le mani le persone dotate di poteri che conosce, ma ha letto un sacco di fascicoli, e tuttavia Veil potrebbe essere la più pericolosa. Il pensiero di qualcuno che gioca con ciò che può vedere senza che lui se ne renda conto lo rende nervoso.

Alec è semplicemente grato del fatto che lei non lo odi del tutto, anche se potrebbe odiare tutto il resto dei Corporate che ci sono là fuori. È meglio esserle in simpatia. Anzi, è meglio essere in simpatia a chiunque possa creare delle illusioni senza nemmeno dover schioccare le dita.

Potete fidarvi di me, vorrebbe dir loro, ma sa che sarebbe sbagliato. Non gli piace fare delle promesse che non può mantenere. Potranno anche essere due facce della stessa medaglia, ma sono comunque in contrasto: lui è un Corporate e lei no, lei è un’eroina vigilante, e per quanto Alec possa insistere sul fatto che le cose stanno cambiando e che lui non è come i suoi genitori, lei non è affatto obbligata a credergli. È una cosa furba. Lei è furba. E Alec ne è felice.

Non vuole vederli farsi del male, ed è consapevole di cosa succede quando Veil e Wolfsbane incespicano e commettono degli errori a cui non possono porre rimedio.

È già sufficiente accontentarsi di quello che hanno ora: un cameratismo in equilibrio sul filo del rasoio, sul quale esiste tutta la città e dal quale sarebbero fortemente determinati a fuggire. Sanno che Alec non li denuncerebbe mai alle autorità. E Alec sa che gli concedono più tempo di quello che si merita. Non conosce i loro nomi, né le loro facce, e loro non conoscono la sua, ma non importa. Stanno tutti combattendo per tenere le persone al sicuro sulle strade. Stanno tutti condividendo la responsabilità che deriva dai poteri.

Un giorno, forse, saranno dalla stessa parte. È uno dei sogni inverosimili di Alec.

«Hai finito per stanotte, Sentinel?» chiede allora Wolfsbane, studiando Alec.

Alec inarca le spalle sotto i suoi occhi guardinghi. Solleva la faretra sulla schiena e sembra più pesante di prima, nonostante sia mezza vuota.

«Sì» dice Alec. «Stavo… aspettando che smettesse di piovere».

Wolfsbane ha molti doni e Alec sa che uno di quelli annovera la capacità di fiutare il sangue che Alec sente in bocca e che fiorisce in lividi sotto il bozzolo della sua armatura. Diamine, Alec non sarebbe sorpreso se Wolfsbane potesse udire la sua costola fratturata che scricchiola e cigola. 

È grato che Wolfsbane non dica nulla. È questo il tipo di rapporto che hanno, anche se Alec pensa che alla persona che si cela dietro la maschera di Wolfsbane importi davvero. È sempre sembrato quel tipo di persona, una persona gentile, e Alec lo conosce da un po’ ormai.

«Non ti tratteniamo allora» afferma Wolfsbane. Allunga il capo all’indietro, fuori dal riparo offerto dalla scala antincendio. I suoi occhi si chiudono dietro la maschera e prende un respiro profondo mentre Alec lo osserva intensamente. «Smetterà presto».

«Riesci a… odorarlo?» domanda Alec.

Veil fa un risolino e Wolfbane sorride, con un sorriso ampio, bianco e accecante. Quel sorriso taglia l’oscurità.

«No» dice. «Ho solo guardato le previsioni del meteo questa mattina, tutto qui. Non c’è bisogno di usare i poteri per tutto, figliolo».

Alec arrossisce, ma è felice che la maschera gli nasconda parte del volto. Si schiarisce la gola prontamente e si aggiusta l’equipaggiamento, riducendo l’arco e agganciandolo di nuovo sul suo fianco.

«Lo terrò a mente» dice, allontanandosi dalla parete di mattoni contro cui si stava nascondendo. Si muove per scivolare oltre Wolfsbane e saltare giù nel vicolo, ma viene fermato dalla mano ampia dell’uomo che si appoggia sulla sua spalla. Anche attraverso l’armatura, il suo tocco è caldo.

 «Abbi cura di te, Sentinel» dice Wolfsbane. «Sta’ attento».

«Saluta Arkangel da parte mia» afferma Veil. «E digli di smettere di stare sempre sotto ai riflettori, eh? Ci sta relegando fuori dal mercato».

«Glielo dirò» dice Alec. Riesce ad accennare appena un sorriso, ma ha davvero un significato. Sale sulla ringhiera della scala antincendio e si lascia cadere nella notte.            

 

____________________

 

 

Alec non riesce a dormire granché quella notte, ma del resto se l’aspettava. Dopo aver fatto rapporto ai suoi genitori al quartier generale, dopo che ha permesso a Izzy di ricucirlo laddove i pugni gli hanno rotto la pelle e dopo che ha sistemato il casino di Jace, si è fatta l’alba, anche se la città direbbe il contrario. Il sole sorge basso e tardivo nel cielo, come un uomo che prega di non doversi alzare di lunedì mattina, e la luce che emana viene filtrata da un velo di smog, fumo e sporcizia, in qualche modo sudicia mentre chiazza la pelle di Alec attraverso le tende. 

 Riesce a trovare un’ora o due di riposo irrequieto prima che la sveglia suoni alle otto, ma dopo essersi svegliato si sente anche peggio rispetto a quando era collassato sul letto. Tutto il suo corpo è dolorante e ogni passo è un’agonia per la costola rotta; riesce quasi a immaginarla mentre gratta contro i polmoni, pizzicando ogni respiro che prova a fare, scorticandolo.

La parte peggiore è che non è una novità. Si è trascinato al lavoro in condizioni peggiori di queste; ormai è ben allenato a stringere i denti e non lasciare che nessuno si accorga che c’è qualcosa che non va. 

 Di giorno lavora per un giornale: il Daily Tribunal, uno dei quotidiani, non un tabloid, ed è una distinzione importante da sottolineare. Non è il lavoro più impegnativo del mondo – lui non è un giornalista; si limita a lavorare nel reparto finanza e analisi, che difficilmente richiede un impegno che va oltre le otto ore giornaliere – ma è comunque un lavoro frenetico in una città che non dorme mai. Vanno in stampa alle quattro di ogni mattina, e se non tutto è in stampa per quell’ora è una bella gatta da pelare.

 È difficile trovare anche solo cinque minuti per respirare. Alec si sente già esausto e la settimana non è ancora incominciata.

Il caffè non aiuta, anche quando lo fa il più nero possibile ed è quasi acre mentre scende lungo la sua gola. Prova a mangiare, ma il suo stomaco protesta e non riesce a prendere più di un morso di qualche pasticcino che Izzy deve avere lasciato sul bancone della cucina a una qualche ora tarda oppure molto presto quella mattina. E poi c’è questa pressione sulle tempie, che sporge contro la parte frontale del cranio e che sembra il peggior dopo sbornia di sempre, solo moltiplicato per mille; è un effetto collaterale delle illusioni di Veil, ma probabilmente non è reso migliore dalla mancanza di sonno e dalla spossatezza che scivola lungo le sue ossa. Ma non è niente di straordinario.

Sarebbe più semplice se non avesse un lavoro, Alec ne è perfettamente consapevole. Se non avesse un lavoro, magari dormirebbe più di due ore per notte. Non è obbligato ad averne uno: Jace, ad esempio, non ce l’ha. Clary frequenta una scuola part-time e Izzy lavora a tempo pieno al quartier generale. Lui riceve uno stipendio mensile che non è malaccio, anche se porta le firme di entrambi i suoi genitori e il timbro di Idris in cima. Ha un appartamento carino nel centro della città. Vive in modo confortevole. La pelle incallita delle sue mani è, ora, solamente un dato interessante.

Tuttavia, il pensiero di trascorrere i suoi giorni, così come le sue notti, in missioni di cui non conosce il beneficiario, senza che possa fare domande e costantemente sotto controllo è in qualche modo sommessamente ripugnante. Quando aveva iniziato – molto più tempo fa di quanto non voglia ammettere – non lo disturbava così tanto. Ma era prima che incontrasse Veil e Wolfsbane, prima che Clary iniziasse a far parte di Idris, prima che venisse a conoscenza di quello che le persone per strada dicono sui supereroi – che siano Corporate o eroi vigilante non ha importanza.

Sentinel si prende la notte, Alec il giorno. È questo il patto che aveva stretto coi suoi genitori, anche se implicava un grosso ammasso di spargimento di sangue. Ma Alec si prende il giorno; Alec indossa una camicia e si toglie la maschera; Alec prende la metro per raggiungere un ufficio nel centro della città; Alec si siede davanti ad un computer, fa le pause-caffè e utilizza in modo strategico i suoi ventuno giorni di ferie all’anno; Alec finge di essere normale. Alec ci è abituato.

Non funziona mai, però. È in metro e si chiede se le persone riescano a vedergli attraverso; si chiede se stia zoppicando un po’ troppo, o se ci siano dei lividi che fioriscono come tavole di Rorschach in punti del suo corpo visibili alla gente, o se semplicemente trasudi sfinimento, e il perché è piuttosto ovvio. Cerca di non incontrare gli occhi di nessuno, ed è un’impresa piuttosto ardua in una città che contiene milioni di persone, ma ormai Alec è diventato piuttosto bravo. Non avrà il potere dell’invisibilità, ma l’ha perfezionato in altri modi.

La gente odia i supereroi.

Diamine, Alec non riesce nemmeno a ricordare quand’è stata l’ultima volta in cui quella parola effettivamente è stata utilizzata per descrivere ciò che fa; probabilmente era prima che nascesse, quando le persone ancora disegnavano fumetti a riguardo e non piazzavano manifesti che inneggiavano al loro arresto o alla loro morte ad ogni lampione di ogni isolato. E chi non lo farebbe – quanto puoi fidarti di gente che opera al di fuori della legge? Di gente che nasconde la propria faccia? Di gente che potrebbe ucciderti solo con uno schiocco di dita, e a volte anche meno?

Il treno sbanda leggermente; Alec finge di perdere l’equilibrio come chiunque altro. La donna seduta di fronte a lui ha tra le mani un giornale, di cui Alec conosce il ragazzo che si occupa della propaganda editoriale, si trova due scrivanie più in là rispetto a lui al lavoro. Sulla prima pagina c’è l’ennesimo titolo terribile, l’ennesima foto sgranata di qualcuno che con tutta probabilità è Jace.



UN SUPEREROE CORPORATE CREA IL CAOS IN UN INSEGUIMENTO IN AUTO NEL MEZZO DELLA CITTÁ: DODICI I RICOVERATI, TRE I MORTI

 

 

Alec è abituato alle calunnie. È bravo a tenere Sentinel fuori dallo sguardo pubblico.

Ma non ha davvero importanza.

I giornali in città sono diffamanti. La TV crea dei servizi riguardo allo smascheramento dei vigilante oltre che alle elezioni primarie al telegiornale delle 18. In radio il Presidente Bush parla di abolire l’HIV e i supereroi nello stesso terribile colpo di mano. Effigi dei colleghi di Alec, di membri della sua famiglia, vengono bruciate per le strade, e la gente che occupa i ranghi più alti nella catena alimentare della società ha la faccia tosta di chiedergli di riportare l’ordine quando le proteste vanno fuori controllo, anche se quegli stessi manifestanti lo vogliono morto.

La scorsa notte Jace, nelle vesti di Arkangel, aveva interrotto un inseguimento in auto ad alta velocità, salvando una ragazza dal retro di un SUV e uccidendo i suoi tre rapitori, però tutto quello che importava era il denaro che il consiglio cittadino avrebbe dovuto erogare per sistemare le buche.

È una situazione complicata per una città complicata: proteggere persone che non vogliono che tu le protegga. Cercare di fare del bene quando questo fa solo innervosire la gente. A volte, pensa Alec, non ne vale granché la pena.

La metro gorgoglia alla fermata di Alec, che si infila tra la folla, insinuandosi prima con le spalle e offrendo scuse silenziose alle persone che schiaccia mentre vi passa accanto. Ogni gomitata lo colpisce alle costole, che ancora gli causano delle fitte a causa della rissa della notte precedente, ma il cipiglio dipinto sul suo volto non è diverso da quello delle altre persone che si divincolano in metropolitana così presto quella mattina. Si amalgama facilmente tra la folla.

 

____________________

 

«Nottataccia?».

Lo sguardo di Alec si solleva dallo schermo del computer – e, per un momento, pensa che si tratti di qualcuno a conoscenza delle sue avventure notturne –, ma è solo Simon Lewis che si sporge dall’alto del suo scomparto con il più detestabile dei sorrisi e una tazza di caffè che porge ad Alec.

«No» dice Alec tagliando corto, ma prendendo lo stesso il caffè. Lo annusa con fare stanco – Simon ha la tendenza a sovraccaricare le sue offerte di pace con latte e quello sciroppo alla nocciola che gli piace, ma questo odora solo di zucchero, e ad Alec sta bene. «…Perché?».

«Hai un aspetto orribile» afferma Simon, piegando le braccia sopra il divisorio e inclinando il capo. «Cioè – Scusami, voglio dire, hai sempre un ottimo aspetto, sei un bel ragazzo, non fraintendermi, è solo che – sai, tu sembri – sembri sempre un po’ arrabbiato, ma oggi sembra che tu sia proprio incazzato e – okay, ora la pianto». 

«Sì, per favore» dice Alec, fissandolo con uno sguardo piatto e poi tornando a guardare lo schermo del suo computer. Digita qualche parola, ma Simon non si muove. «Grazie per il caffè» aggiunge, sperando che così se ne vada. Purtroppo, non è così fortunato. 

«No problem» sorride Simon. «Dunque… non hai proprio intenzione di dirmi cos’è successo?».

Alec sbatte le palpebre lentamente.

«No». 

«Nemmeno se sbatto le ciglia?».

«Decisamente no».  

«Oh, diamine, Alec, allora mi sa proprio che devo riprendermi quel caffè. E io che pensavo fossimo amici».

Simon fa per prendere la tazza di caffè, ma Alec sposta la sua mano con dei riflessi che fanno trasalire Simon. È una loro abitudine, di cui Alec non è certo di quando – o perché – sia iniziata. Simon apre la bocca per dire qualcosa, ma Alec lo precede.

«Va bene» afferma, tenendo le dita ben serrate attorno alla tazzina di polistirolo in modo quasi protettivo. «È stata colpa di Jace. Si è messo nei guai con la polizia e ho dovuto… andare in suo soccorso».

«Caaaaavolo» commenta Simon, annuendo come se comprendesse perfettamente la situazione. «È stato arrestato di nuovo? È assurdo – anzi no, sai cosa? Non penso nemmeno di essere sorpreso. Ho incontrato tuo fratello quante volte, due? Ma capisco perfettamente. È una testa di cazzo – senza offesa, ovviamente».

«Sì, beh, non che la cosa abbia sgonfiato il suo ego» borbotta Alec.

«Umf» sbuffa Simon. «Beh, sono contento. Non per Jace, ovviamente – lui deve abbassare la cresta – ma… è da una vita che te ne vai in giro con l’aspetto di uno zombie, come se non dormissi o che so io, e mi chiedevo se magari non avessi iniziato a frequentarti con qualcuno? E invece no, è solo Jace – non che sia contento che tu non stia frequentando nessuno, eh! Perché, beh, tu ti meriti di essere felice, ma…». A questo punto Simon abbassa la voce fino a ridurla ad un sussurro: «Beh, il cuore di Magnus si sarebbe spezzato».

Alec è bravo in molte cose: è un cecchino esperto, è quasi imbattibile nel combattimento corpo a corpo e i suoi riflessi sono così acuti che in passato ha schivato una bella quantità di proiettili col suo nome sopra. È bravo a non farsi notare. È bravo a confondersi tra la gente. È bravo a fingere di non vivere una doppia vita, quella di una persona diversa da chi è durante il giorno, quando cala la notte.

Alec, però, non è bravo a mantenere un’espressione neutra quando viene menzionato il nome di Magnus Bane. È una debolezza. E Alec lo sa. Ma cerca di tenerlo nascosto.

Cerca di nascondere il modo in cui il suo volto vuole contorcersi dietro l’orlo della tazza, più in una smorfia che in qualcos’altro; prende un sorso, ma è ancora troppo caldo. Lo manda giù comunque.

Simon sorride, la sua lingua spunta tra i denti.

«Non so di cosa tu stia parlando» dice Alec in modo burbero.

«Sarai anche lento di comprendonio, ma non sei cieco, Alec» ribatte Simon con un sorriso dispettoso. «Suvvia, Alec, sono io, me ne puoi parlare. Non dirò niente a nessuno! Non so perché tu faccia finta di niente, amico».

Alec si dà un’occhiata intorno, ma nessuno sta prestando attenzione a questa particolare conversazione. Deconcentrarsi da Simon è un’arte molto praticata fra i colleghi in ufficio. Non serve a granché, però.

«Lo vedi come si comporta» sussurra Simon con fare drammatico. «Io vedo come si comporta».

«Non è come dici tu» borbotta Alec. «Magnus è così con tutti. Si comporta solo in modo gentile».

«Gentile» ribadisce Simon, alzando gli occhi al cielo. «Certo, certo. E tu non sei affatto scontroso, sei solo perpetuamente frainteso».

«No, io sono decisamente scontroso quando sei nei paraggi. Magari dovresti provare a non essere nei paraggi».

«Questo sì che mi ferisce» dice Simon, portandosi una mano al petto in modo teatrale. Alec lo fissa con un altro sguardo piatto e indifferente, uno sguardo che ha perfezionato anche fin troppo bene. Ma Simon non ci fa caso.

Diversamente da Alec, Simon è un giornalista. Non il tradizionale ragazzo con un blocchetto di appunti che getta i microfoni in faccia alle persone nel momento in cui escono da un tribunale – Simon non ha decisamente il fegato o la capacità espressiva per quello. Però è un fotocronista. Fa un sacco di foto, soprattutto dei supereroi, il che tiene sempre Alec coi nervi a fior di pelle. La fotocamera fin troppo spesso appesa al suo collo è un ricordo incalzante del filo del rasoio su cui Alec vive. È difficile abbassare la guardia con Simon attorno, anche se non ha fatto nulla di male.

È più semplice snobbarlo ed essere un po’ irritabile. Simon sembra prenderla bene.

Non c’è bisogno che sappia che il supereroe con le ali in titanio che ha fotografato qualche giorno prima è lo stesso Jace che in quel momento sta prendendo in giro. Non c’è bisogno che sappia che era Arkangel che Alec stava tirando fuori dai guai con la polizia, la scorsa notte. L’oscurità è sempre un posto migliore.

Il suono rivelatore di scarpe costose sulla moquette fa sollevare ad Alec lo sguardo dal monitor ancora una volta, e la sua pazienza sta diminuendo sempre di più nonostante non siano ancora le nove del mattino. Simon guarda a sua volta, ma dove l’espressione di Alec si addolcisce, quella di Simon passa dalla gioia, al timore, al panico in una successione molto rapida.

«Magnus!» strilla Simon, rialzandosi dalla sua posizione stravaccata sul divisorio di Alec. «Ehi! Buongiorno!».

Alec non è l’unico in ufficio con la faccia stanca, ma Magnus Bane la camuffa molto, molto meglio di lui. Oggi è nascosta dietro a una cresta alta, una camicia frizzante e uno splendido gilè rosso e nero che risalta la fine figura della sua schiena.

Ha una matita in equilibrio sull’orecchio e una pila di carta da pacchi sottobraccio, le maniche della camicia sono arrotolate. È un look che sembra semplice, se non per il modo in cui lo sguardo di Alec passa velocemente sui cerchi scuri sotto agli occhi di Magnus.

«Buongiorno» risponde Magnus, inarcando un sopracciglio. La sua bocca è una linea concisa, e Alec immagina che la sua mattinata sia stata finora abbastanza simile a come Alec stesso si sente. «Non mi pare che tu stia lavorando molto, Simon».

«Tutto quello che stai vedendo qui è un’illusione» dice Simon, agitando le mani davanti al volto di Magnus, imitando un incantesimo mentre si allontana dalla scrivania di Alec. «Sono sulla mia scrivania e sto lavorando come un matto. Il tuo articolo di fondo arriverà in tempo. I giorni lavorativi non sono altro che una cospirazione creata ad hoc dal governo per indurre alla sottomissione il proletariato americano. Il capitalismo è un inferno».

«Su questo sono quasi d’accordo con te» afferma Magnus. C’è un lieve cambio nella sua espressione e lo sguardo nei suoi occhi diventa divertito. «Ma ciò non significa che non bisogni lavorare. Purtroppo, abbiamo delle scadenze da rispettare».

«Come se tu mi permettessi di dimenticarmelo!» ribatte Simon.

«Chi assume questa gente?» ride fievolmente Magnus. Poi accenna un movimento affermativo col capo verso Alec: «Alexander, buongiorno».

«Magnus» risponde Alec, un po’ in imbarazzo. 

Magnus sorride, e del calore compare nel suo sguardo. Si sporge nello scomparto di Alec con un movimento naturalissimo.

«Com’è andato il tuo finesettimana, Alexander?» chiede. Il pollice e l’indice si spostano sul suo orecchio, giocherellando con l’earcuff argentato che cattura la luce. 

«Niente di speciale» risponde Alec, scrollando le spalle. Non sa davvero cosa dire, e dal contrarsi della sua espressione è in grado di capire che Magnus avrebbe sperato in qualche informazione in più. Alec generalmente si trova spaesato in questo genere di chiacchiere. Ha ormai raggiunto il punto in cui spera che Magnus sappia che questa è la routine. Alec se la cava meglio con la routine. «Uhm… E tu?».

«Oh, io?» risponde Magnus, gongolando del fatto che gli sia stato chiesto. Alec lo trova un po’ tenero. «Niente di che, devo dire. Sabato ho cenato col Capitano Garroway, il che ha avuto come risultato che rimanessi fuori molto più dell’ora della buonanotte».

Alec si lascia andare ad una risata nasale, non riesce a farne a meno, e Magnus sembra compiaciuto per averlo fatto ridere. Ammorbidisce la durezza di quelle occhiaie violacee e scure che rendono il suo volto incavato.

«Ma a parte ciò» continua Magnus spensieratamente, «ho dovuto riprendermi dalla nottata precedente, ho visto un paio di film in compagnia del mio gatto, mi sono preparato da mangiare… che dire, sono un uomo semplice».

Il suo sorriso si fa modesto mentre Alec scuote il capo.

«Certo» lo asseconda Alec. Una e-mail compare sullo schermo: arriva dal suo manager, che gli chiede degli aggiornamenti per un resoconto da consegnare alla fine della settimana e su cui Alec non ha avuto ancora il tempo di iniziare a lavorare. Sospira, le sue spalle si afflosciano. Lo sguardo che rivolge a Magnus è dispiaciuto. «Scusami, dovrei – devo…».

«Non ti preoccupare» sorride Magnus, facendo un passo indietro rispetto alla scrivania di Alec. «Non dovrei distrarti dal tuo lavoro, soprattutto quando sono così duro con Simon. Sei un uomo impegnato. Io sono un uomo impegnato. E i giornali non si pubblicano da soli».

«Ci vediamo» dice Alec, un po’ in modo patetico.

«Sì» afferma Magnus, che si sta già allontanando, ma camminando all’indietro, in modo da non dover distogliere lo sguardo finché non sta quasi per sbattere contro la scrivania di un’altra persona, ma schivandola in modo esperto all’ultimo secondo. «Ti auguro una buona giornata, Alexander».

Alec sospira, ma c’è un sorriso afflitto sulle sue labbra mentre si rivolge nuovamente al computer per spedire velocemente un’e-mail al suo capo. Ci vogliono circa trenta secondi prima che arrivi un’e-mail da parte di Simon.

 

Da: [email protected]     
Oggetto: non per dire “te l’avevo detto”, ma…      

 

Alec alza gli occhi al cielo e chiude la mail senza nemmeno rispondere. Ha un sacco di lavoro da fare oggi, e non vuole fare tardi. Deve passare al quartier generale quella sera, prima di uscire di ronda. Probabilmente ci sono ancora molte cose da sistemare riguardo al casino combinato da Jace. Sua madre vuole convocare una conferenza stampa. Alec – o meglio, Sentinel – probabilmente non sarà a casa prima dell’alba. Si sente già esausto, la positività lasciata dal sorriso gentile di Magnus scivola via velocemente.

Magnus Bane è molte cose: è l’oggetto dei pettegolezzi di tutto l’ufficio; è il tipo di uomo che attira l’attenzione nel momento in cui varca la soglia di una stanza; ha quel modo di camminare che fa sì che Alec si chieda se riesca a plasmare il mondo attorno a sé come più gli sembra opportuno. Ha sempre quel sorriso curioso e quel qualcosa di malizioso nello sguardo, come se fosse al corrente di una battuta che non può condividere con nessun altro.

Alec non lo conosce bene. È bellissimo, arguto e pungente a volte – e Alec lo può sicuramente apprezzare –, ma anche un po’ impossibile. Cammina ad un’andatura diversa da Alec, e sembra una possibilità effimera che, qualsiasi tipo di vita conduca, la sua vita debba incrociare quella di Alec; magari una volta o due nel corso di una giornata, quando si passano accanto nei corridoi, scambiandosi saluti cordiali, con Alec che tenta di sopprimere un sorriso per niente professionale mentre una sottile allusione scivola facilmente nella conversazione. Magnus flirta – e questo è già coraggioso di per sé, è quel tipo di coraggio che lo disorienta, perché non puoi essere un uomo a cui piacciono gli uomini sul posto di lavoro di questi tempi – come se Reagan e Bush non avessero nulla da dire a riguardo.

Ma Magnus… Magnus non è in città da molto – qualche mese al massimo – ed è arrivato in ufficio così dal nulla, nel mezzo di una serie di licenziamenti tra i dirigenti. È l’oggetto di una speculazione dilagante. Si era calato efficacemente nei panni del caposervizio, agevole e capace, un giornalista brillante con un occhio attento alle grandi storie, e quello era sufficiente a far sì che le persone chiudessero un occhio sulla sua stravaganza.

È un qualcosa che Alec gli invidia: la facilità con cui Magnus si presenta, parla con le persone, le fa ridere. Sembra essere quel tipo di persona che conosce il proprio posto nel mondo e porgerebbe un dito medio con galanteria a chiunque tentasse di metterlo in discussione, nel possesso di una posizione stabile ugualmente ammirabile e invidiabile. 

Ha anche chiesto ad Alec di uscire sette volte da quando ha iniziato a lavorare qui. Non che Alec le stia contando (anche se forse Simon lo sta facendo). Alec ha educatamente – e con imbarazzo – declinato ogni volta, e Magnus l’ha sempre gestito senza alcun problema, né offeso e né scoraggiato, il suo sorriso è sempre stato affascinante e il suo conseguente tentativo di invitare Alec a bere qualcosa è sempre stato altrettanto disarmante.

Nonostante quello che dice Simon, e nonostante i sette rifiuti di Alec agli inviti a cena, ad Alec piace davvero Magnus. E forse un po’ nel senso a cui Simon piace alludere, ma, più che altro, Magnus è –.

Magnus è un qualcosa di normale. Un piccolo piacere che Alec incontra nella sua vita quotidiana, qualcosa che è lontano e distaccato dalle sue fatiche notturne. Non conosce Magnus, né sa molto su di lui, e a sua volta Magnus non lo conosce davvero. Ma ad Alec piace il pensiero che le sue conversazioni con Magnus siano qualcosa su cui i superpoteri di cui è dotato dalla nascita non hanno voce in capitolo.

Magnus appartiene ad Alec. Un volto gentile e una distrazione, un flirt in quei giorni bui. Qualcuno che non sa, né saprà mai, che Alec Lightwood è un supereroe.

 

____________________

 

Nessuno li chiama supereroi da anni. Se sono fortunati, qualcuno li chiama “super”; più spesso, vengono definiti Corporate e vigilante, anche se raramente si fa distinzione tra le due categorie. Alec è un Corporate: lavora per Idris, un’agenzia per coloro che sono dotati di particolari abilità, la quale è sostenuta e finanziata dal governo e da politici con tasche profonde e grossi sponsor. Le istituzioni come Idris sono sul mercato da molto tempo – per tutta la guerra fredda e, a ritroso, probabilmente dall’inizio del secolo, quando l’idea di militarizzare i superpoteri venne messa sul tavolo del governo in tempo di guerra. All’inizio era sembrata una buona idea per tenere sott’occhio le persone dotate di potere e pericolose, quella di farle lavorare per la giusta fazione e non per i tedeschi, o i russi, o con chiunque il paese ce l’avesse all’epoca. 

Ma ora –.

Beh, le cose sono cambiate da un po’. Il mondo in cui Alec è cresciuto non ha tempo per i Corporate, e per una buona ragione.

La fiducia, una volta che è venuta a mancare, difficilmente si riacquista.      

E questo è dovuto al Circolo. A quei Corporate che si sono corrotti – senza diventare dei vigilante, come Veil e Wolfsbane –, che avevano dei tic nervosi alle dita per la smania di testare i propri poteri e i propri limiti e che ignoravano le sanzioni.

È stato prima della nascita di Alec, ma le conseguenze violente rimangono piuttosto presenti. Tutti i super di questa città sono uguali. Tutti pericolosi. Tutti letali. Tutti fuorilegge. Questo è l’unico consenso popolare che conta ora.

 

____________________

 

Ci sono dei graffiti sulle pareti del quartier generale di Idris che Alec riesce a distinguere da mezzo isolato di distanza; sono rossi, violenti e arrabbiati, e ci sono dei manifestanti che gironzolano sui gradini davanti all’entrata con le mani coperte di vernice e che urlano slogan pieni d’odio. Ma non c’è nessuno che verrà ad arrestarli per vandalismo gretto: non qui. Non in questa città. Sono una caratteristica usuale del porticato, e finché non raggiungono la porta Idris è più che contenta di ignorare le loro urla e le loro richieste politiche.

C’è un qualcosa di minaccioso che brontola in alto, forse un tuono, o forse l’umore cupo di Alec. Sgattaiola in un vicolo prima che possa essere intercettato mentre cammina per la strada; c’è un portello che conduce giù in un seminterrato, e Alec lo conosce bene. Non è abbastanza stupido da entrare al quartier generale attraverso la porta principale, specialmente quando non è ancora in uniforme e ci sono una miriade di entrate sul retro attraverso cui passare inosservato.

Il seminterrato è buio e squallido. Odora di gas e muffa, e Alec non vi si trattiene. Scannerizza la propria biometrica su un tastierino nascosto da un quadro elettrico e una porta si apre sulla parete, rivelando un tunnel illuminato da una luce bianca e inondato dall’odore di un qualcosa pulito chimicamente.

Quella era casa sua. Ci era cresciuto. Non riesce ancora a scrollarsi di dosso l’abitudine di chinare il capo quando passa sotto l’occhio scrutatore di una telecamera di sicurezza, anche se Jace e Isabelle hanno individuato tutti i punti ciechi del sistema di sicurezza di Idris da molto tempo.

Alec non sta provando ad intrufolarsi all’interno. Idris era probabilmente a conoscenza del fatto che si stava avvicinando all’edificio mentre era ancora a metà strada; qualcuno, da qualche parte, seduto dietro ad un computer, ha probabilmente seguito il lampeggiare del localizzatore nella sua tuta – schiacciata nella borsa a tracolla – sin da quando ha lasciato l’ufficio.

Se Idris vuole sapere dove si trova, lo sa.

Alec si sistema la borsa sulla spalla e questo gli provoca una fitta alle costole. Forse sarebbe meglio se si fermasse e andasse a fare una visita dal fisioterapista prima di indossare la tuta per quella notte, ma c’è sempre stata una parte di lui che si avvinghia al dolore sbiadito delle ferite che stanno guarendo: lividi, vesciche, scottature, le sue mani ormai in carne viva per lo scoccare delle frecce nell’area di addestramento, quelle frecce che colpiscono l’obiettivo bersaglio dopo bersaglio finché non c’è un’infiammazione sferzata in una linea sul suo viso, vicino a dove quelle frecce erano volate.

I corridoi sono sorprendentemente vuoti. Si trova ancora sottoterra, e quaggiù ci sono solamente i laboratori e i reparti tecnici, così come alcune zone per l’addestramento in cui si testano nuove armi. Di sopra, nel grandioso ed imponente edificio grigio che sorveglia le strade, le stanze sono rivestite con pannelli in quercia e l’ufficio-attico dei suoi genitori è illuminato da candelieri a parete e da un caminetto piuttosto che da sterili luci elettriche.

Di sopra c’è la facciata pubblica: dove si tengono le conferenze stampa, dove i politici vengono intrattenuti, dove le persone pensano che Idris mantenga le stanze piene di super, lasciandoli uscire per le strade a rotazione e uno alla volta, forse.

Di sotto c’è il luogo che Alec conosce molto meglio. C’è una macchia scura nel centro del corridoio che deve ancora essere pulita – potrebbe essere fango oppure sangue secco. Dal modo in cui è strisciata, Alec sospetta che sia il risultato di un qualcuno che è barcollato all’interno dell’edificio la notte precedente.

Sa che Jace non era ferito dopo la bravata del giorno prima, e gli è stato detto un milione di volte che la sua preoccupazione per gli altri super fuori per il proprio turno è immotivata e non sotto la sua giurisdizione, ma Alec è sempre stato il tipo di persona che si preoccupa per la sicurezza degli altri, specialmente quando potrebbe fare qualcosa a riguardo.

E cosa puoi fare a riguardo?, immagina che gli chieda sua madre. Hai del lavoro da sbrigare. Non puoi essere a completa disposizione di tutti, Alec. Guardare loro le spalle non è un tuo problema. Tu sei il partner di Jace. Solo a lui dovresti guardare le spalle.

Ma non è così semplice. Non è mai così semplice. Ci sono molte più persone là fuori che hanno bisogno del suo aiuto, anche se non lo ringrazieranno mai.

Alec arriccia il naso mentre evita la chiazza di sangue nel corridoio. Il laboratorio di Izzy è alla fine del corridoio e Alec è diretto lì, ma in quel momento una delle porte dietro di lui si apre e Underhill fa capolino con la testa.

«Ehi, Alec» lo chiama, e le spalle di Alec si irrigidiscono prima che si costringa a voltarsi. Gli piace Underhill. Quell’uomo non è mai stato nient’altro se non gentile nei suoi confronti, scambiando con Alec sguardi d’intesa ogni volta che suo padre suggerisce qualcosa di particolarmente rozzo o ingiusto, ma è comunque al servizio dei suoi genitori e sbriga il loro lavoro sporco.

Alec si volta a guardare Underhill. Era così dolorosamente vicino alla sicurezza del laboratorio di Izzy…

«Ehi» dice. «Cosa c’è? Hai bisogno di me?».

«Non io» risponde Underhill, con l’accortezza di assumere un atteggiamento colpevole per aver fermato Alec. «C’è un altro rapporto riguardo alla scorsa notte fra dieci minuti, e tuo padre mi ha chiesto di fartelo sapere quando fossi arrivato. Quindi – mi dispiace».

Alec appiattisce le labbra in una linea rigida ed esegue la sua migliore scrollata di spalle. Non è del tutto sicuro di quanto sia convincente però.

«Non fa niente» dice. «Jace ci va?».

«Sì, l’ho appena visto salire in ascensore con Clary» dice Underhill, poi fa una pausa. «Direi di non averti ancora visto, ma –» indica la videocamera di sicurezza che lampeggia sul muro alle spalle di Alec. «All’occhio onniveggente non sfugge nulla».

«Non ti preoccupare» sospira Alec, tornando indietro. Non riesce a fare a meno di curvare le spalle mentre sorpassa Underhill, le cui sopracciglia si corrugano compassionevolmente. «Qualcuno dovrà pur far sì che Jace non si faccia arrestare. Farò meglio ad andare».

Alec sa come andrà a finire. Jace ha causato un bel trambusto la scorsa notte, ma questo succede la maggior parte delle volte. Non è niente a cui i suoi genitori non siano abituati: Robert gli darà una strigliata ma lo scagionerà e Maryse indirà una conferenza stampa per rivoltare la storia in modo da nascondere sotto il tappeto tutto quello che ha fatto Jace. Nessuno dei due menzionerà il modo in cui Jace abbia salvato la vita di qualcuno.

Ma entrambi probabilmente criticheranno Alec per la sua assenza e il modo in cui non sia stato capace di mantenere la situazione sotto controllo e sul modo in cui, in primo luogo, non sia stato in grado di impedire che tutto ciò accadesse. In qualche modo sarà colpa sua, perché sanno che Jace è sconsiderato, ma Alec – Alec dovrebbe essere migliore. È ciò che si aspettano da lui. Come ha potuto deluderli?

Conosce la tiritera come le sue tasche, o come la sua maschera. Si sentirà addirittura in colpa, perché sa che stava disarmando un uomo che brandiva un coltello nel mezzo della città mentre Jace inseguiva quell’auto, e perché era con Veil e Wolfsbane mentre Jace veniva interrogato dalla polizia, e Alec sa che non avrebbe dovuto.

Andrà tutto bene. I suoi genitori saranno delusi. Sia lui che Jace riceveranno un avvertimento, che verrà convenientemente dimenticato da tutti la prossima volta che Jace li oltraggerà. Maryse prenderà Alec da parte in seguito al rapporto e gli dirà che deve fare un discorsetto a suo fratello. Alec rimarrà in silenzio, da bravo soldato, e annuirà, ma –.

Come se Jace avesse mai ascoltato qualcosa di quello che Alec dice.

Alec sospira stancamente mentre entra nell’ascensore, premendo il pulsante per l’attico con più forza del necessario. Le porte stanno per chiudersi quando una mano vola tra di loro con uno strillo.

«Alec, trattieni le porte!».

Ed eccola lì, Isabelle, con i suoi occhi scuri e brillanti, i tacchi estremamente alti e le braccia cariche di raccoglitori ad anelli e fascicoli. Alec corruga la fronte, allungando le braccia senza dire una parola per acciuffare i tre fascicoli in cima alla pila prima che le sfuggano di mano.

«Attico?» chiede Alec, alzando un sopracciglio verso Izzy, che tiene pericolosamente in equilibrio su una mano le varie scartoffie e con l’altra si abbassa la gonna lungo la coscia. Alec abbassa lo sguardo sui fascicoli che tiene tra le mani, ma su tutti c’è stampato in lettere grandi e squadrate e con un inchiostro di un rosso aggressivo la scritta “top secret”. Si chiede se lui sia incluso o precluso da quei documenti.

«Sì, mamma e papà hanno convocato anche me al rapporto» dice con un sospiro esasperato. Curva le labbra e si controlla il rossetto sul riflesso dell’ascensore mentre le porte si chiudono nuovamente e il cubicolo sobbalza mentre si elevano verso l’ultimo piano.

«È una cosa seria allora» borbotta Alec. «Sono arrabbiati?».

«Non più del solito» replica Izzy. «Papà è più arrabbiato per il fatto che sia stata una cosa fuori servizio che altro. Non gli importa sul serio quello che ha combinato Jace, quanto piuttosto il fatto che abbia fatto quel che ha fatto e che non veniamo ripagati per questo. La mamma è – beh, la mamma. Vorrà sapere dove fossi e perché non stessi guardando le spalle a Jace e non gli stessi impedendo di fare l’idiota».

«Penso che nessuno riesca a impedirgli di fare l’idiota».

«Credimi, ho provato a dirglielo un sacco di volte. Hai deciso ciò che le dirai?».

«Il solito» risponde Alec. «Veil e Wolfsbane ne restano fuori, è quello il patto. Dirò loro che Jace è corso via e non sono riuscito a stargli dietro. È perlopiù la verità».

«In tua difesa, lui può volare» dice Izzy, la bocca rossa si contorce agli angoli. «Penso che tu abbia una scusa più che valida per il fatto di essere stato lasciato indietro». 

Alec brontola in risposta e Izzy si limita a sorridere, tornando con lo sguardo alle porte e spostando nuovamente la pila di documenti fra le sue braccia. L’ascensore sibila fino ad arrestarsi: un corridoio ampio, ricoperto con una moquette spessa e costosa, e luci basse e poco amichevoli. Izzy lancia un’occhiata ad Alec oltre la spalla mentre lo precede.

Alec alza gli occhi al cielo e sospira, ma segue le sue orme, con il mento pressato contro il petto e le spalle tese.

 

____________________

 

Il rapporto va esattamente come si aspettava, e Alec non è del tutto certo che sia un bene o un male. Jace ha assunto il suo solito atteggiamento aspro, accogliendo ogni osservazione di Robert con uno sbeffeggio o un’espressione di pietra, e Clary – che aveva trovato Jace la notte precedente, quando sarebbe invece toccato ad Alec – fa del suo meglio per prendere la parola in difesa di Jace, ma viene zittita in fretta dalle urla severe di Robert.

Maryse programma una conferenza stampa per la mattina successiva – né Arkangel, né Sentinel dovranno andarci; ci sarà qualcuno dal settore pubblicitario e divulgativo a rappresentarli –, ma il modo in cui guarda Alec lo fa sentire comunque in colpa, facendo sì che si chieda, in qualche modo, se sia arrabbiata con lui perché non potrà essere presente e ha una identità da mantenere segreta.

Isabelle è seduta alla scrivania di Maryse e redige diligentemente una trascrizione del rapporto senza proferire parola, ma incrocia lo sguardo di Alec una volta o due – la prima per fare un sorrisino a qualcosa affermato da Jace, come una sorta di sguardo che dice “te l’avevo detto”, e la seconda in uno sguardo di compassione quando Maryse consegna ad Alec un involucro di carta da pacchi non identificato e lo informa che si tratta della loro prossima missione. È la cosa più vicina ad un contatto umano che ottenga da lei in questo periodo.

Alec non apre l’involucro nell’ufficio. Non è così ingenuo. Rimane immobile come un soldato fino a che non viene congedato, e allora esce dall’ufficio il più rapidamente possibile, senza aspettare che Jace o Clary lo seguano di corsa.

In ogni caso lo raggiungono nell’ascensore.

«Cavolo» dice Jace, passandosi una mano fra i capelli e, così facendo, appiattendoseli contro il capo. Si appoggia alla parete dell’ascensore, il retro del capo sbatte rumorosamente contro gli specchi. «La smetteranno mai di infastidirmi?».

«E tu la smetterai mai di buttarti a capofitto in situazioni pericolose?» chiede Alec, senza distogliere lo sguardo dal pavimento. Sente Jace prendere un respiro aspro.

«Ah, ma dai, senti da che pulpito» ribatte Jace voltandosi verso Alec. «Eri completamente d’accordo che ci separassimo la scorsa notte, ora non fingere che sia stata solo colpa mia».

«È stata in gran parte colpa tua» rimarca Clary. Alec non guarda nemmeno lei. «Però se non fossimo andati, beh – sarebbe finita molto peggio per un sacco di persone, ne sono sicura. Penso che ce la siamo cavata abbastanza bene».

Una tagliente risposta a tono raggiunge la lingua di Alec, qualcosa come: voi due ve la siete cavata bene, ma non apre la bocca per lasciarla uscire. Giocherella con l’involucro che tiene fra le mani, piuttosto, rigirandoselo fra le dita. Può solo immaginare che all’interno vi sia qualcosa di orribile, e non è sicuro se si tratti dell’idea che Maryse ha di punizione o meno. Probabilmente, orribile non è nemmeno un termine che le attraversa l’anticamera del cervello quando distribuisce i vari compiti.

«Sì, beh» borbotta Jace. «Sarebbe bello se non ci convocassero tutti su nell’ufficio del capo ogni volta che succede qualcosa del genere». Incrocia le braccia sul petto, ma non sembra che stia cercando di causare una rissa, quanto piuttosto che stia rimuginando su un sapore amaro che gli è rimasto in bocca nel realizzare che Alec ha ragione.

«Cioè –» continua, gesticolando con le mani, «Che cosa si aspettano? Possiamo farcela là fuori, non si devono preoccupare di continuo. Staremo bene. Chissene frega se è una cosa fuori servizio o che diavolo ne so – va fatto e basta».

Clary mugugna il suo essere d’accordo con Jace mentre l’ascensore trilla e loro si affaccendano a uscire, diretti verso l’area di allenamento per riscaldarsi prima della ronda notturna. Ma Alec indugia in fondo all’ascensore, fino a che le porte non si chiudono di nuovo. Non si muove da lì. 

Jace non ha torto, ma nemmeno ragione. Lui non – non vede mai le cose come le vede Alec, non ne ha motivo. Non gli passa nemmeno per la testa che le cose potrebbero essere diverse per Alec – e lo sono – e Jace non ci prova neanche a mettersi nei suoi panni.

Forse non ce la fa.

Jace ha un talento naturale. Quando afferma che ce la può fare, lo dice sul serio, lo sa che è così, è tanto semplice quanto respirare. Ha tutte le ragioni del mondo per essere sicuro di sé. Quando dice che starà bene, sarà così. Alec ci crede. Alec lo sa.

Il potere di Jace è la memoria muscolare adottiva. Riesce a veder fare qualcosa una sola volta – che sia suturare una ferita d’arma da fuoco o smontare un fucile d’assalto o scalare un edificio a mani nude – e il suo corpo sa esattamente come riprodurla.

Tutti i risultati che Alec ha raggiunto, li ha ottenuti con del duro lavoro, per tutti i suoi venti-e-rotti anni, con il sangue, il sudore, le lacrime e la sottomissione. Per Jace invece è una cosa innata. Ecco spiegato il motivo per cui è lui il ragazzo d’oro di Idris e non Alec. Ed ecco spiegato il motivo per cui la fa franca, a volte anche con gli omicidi.

Ed ecco anche spiegato il probabile motivo per cui i suoi genitori danno a Jace così tanta libertà d’azione e impongono ad Alec degli standard così elevati al confronto. A volte gli sembra ingiusto: per ogni passo che Jace fa, Alec ne deve fare quattro, e anche allora, in fin dei conti, gli viene rimproverato di non averne fatti cinque, anche quanto il suo corpo è a tanto così dal non farcela e collassare.

Alec preme il pulsante per riaprire le porte dell’ascensore, scuotendo il capo in una sorta di sorriso derisorio, qualcosa di completamente autocritico.

E come se la memoria muscolare non fosse abbastanza, al diciottesimo compleanno di Jace – da cui ormai sono passati troppi anni per tenerne il conto – Maryse e Robert gli avevano regalato un set di ali in titanio idraulico.

Jace non deve più nemmeno più farli i passi – Jace vola.

Alec esce dall’ascensore e inizia a dirigersi verso lo spogliatoio. Sono quasi le 20 e il sole sta tramontando; prima che scenda la notte dovrà essersi scordato di tutto ciò. Deve aprire l’involucro e ragguagliarsi su qualsiasi azione Maryse gli abbia affidato. Deve indossare la propria tuta, rinchiudere Alec da qualche parte e diventare Sentinel.

Sentinel non si abbatte per quanto le cose siano più semplici per Jace, per Arkangel. Sentinel abbassa il capo e si mette al lavoro.

 

____________________

 

La ronda va bene. Clary li tallona, Alec alza gli occhi al cielo, ma Jace si comporta impeccabilmente e nulla va storto. Qualche politico in visita dalla costa occidentale dotato di una presenza mediatica particolarmente torrida aveva richiesto una scorta, così trascorrono la notte a guadagnarsi lo stipendio accampati in un raggio di tre isolati attorno all’appartamento dell’uomo. Non vengono sollevati dall’incarico fino alle due di notte, quando arrivano Aline e Helen, a cui è sempre affidato il turno di notte fino all’alba.

Alec raramente torna al quartier generale dopo la ronda, così saluta burberamente Jace e Clary ad un incrocio. Sfrecciano nell’oscurità come una cometa, con le braccia di Clary avvolte attorno al collo di Jace e le ampie ali argentate di quest’ultimo spalancate.

Inizia a piovere. Le goccioline picchiettano contro la maschera di Alec, ed è una lunga camminata fino a casa per uno che può contare solo sulle proprie gambe. Attorno a lui la città si scioglie in un temporale soverchiante, con le luci al neon che fuoriescono dalle vetrine e diventano oleose nelle pozzanghere. I fari delle auto incidono l’oscurità in una cascata interminabile di giallo e rosso sul volto di Alec nei pochi momenti in cui lascia le ombre della città per attraversare la strada.

La sua tuta è spessa e robusta, ma il freddo vi si innesta sempre dopo un po’. Il Kevlar irrita la pelle e l’armatura sul suo petto gli entra nella pelle mentre cammina, il tutto a causa della zoppicatura che si trascina dalle due notti precedenti e che non è ancora riuscito a scrollarsi di dosso. Nella faretra, l’impennaggio delle frecce raccoglie la pioggia, luccicando di goccioline che lo imperlano con il rosa e il viola dei manifesti scintillanti sopra la sua testa.

Alec mantiene la presa sull’arco, senza riporlo nella fondina, anche se la pioggia rende scivolosa la presa delle sue dita guantate. È l’abitudine, quando è solo. Si assicura che Sentinel non venga mai colto di sorpresa o disarmato.

Raggiunge il suo domicilio alle tre del mattino, fradicio e raffreddato. Quando la porta d’ingresso è chiusa a chiave abbandona la tuta e la lascia come una scia sul pavimento del bagno, il che probabilmente farebbe trasalire Izzy, se sapesse come tratta il suo equipaggiamento alla fine di un turno lungo.

La sua maschera è sempre l’ultima ad essere rimossa, una fodera di pelle nera che si attacca al ponte del suo naso e avvolge il retro del suo capo come una seconda pelle, e che sbatte contro la porcellana del lavandino quando la lascia cadere. Alec avvolge le dita attorno al bordo del lavandino, le spalle contratte, e lascia ciondolare la testa per un momento, con gli occhi serrati.

Inspira, espira. C’è sempre questo piccolo rituale, che scrosta Sentinel e lo fa ridiventare Alec, scorticato e nudo. Gli richiede sempre un acclimatamento, il digrigno dei denti, perché in qualche modo i lividi pungono sempre un po’ di più quando non è nella sua tuta ed è di nuovo Alec.

Deve alzarsi fra quattro ore. Sente il suo petto sgonfiarsi, il suo respiro si regolarizza. È stanco. Molto stanco. Ed è normale, perché è questo il modo in cui termina ogni notte, con Alec stremato fin dentro alle ossa, che guarda la sua faccia, ostaggio di una maschera, sfregata nello specchio e che si chiede come sia essere Alec e non provare nulla che sia vagamente grigio o indolente.

Ad Alec non è permesso provare molti sentimenti. Sentinel se ne occupa di continuo.

 

____________________

 

Il bello del suo lavoro è che Alec lo può sempre svolgere anche da mezzo addormentato. È sempre stato bravo coi numeri – prima che Izzy diventasse il supervisore suo e di Jace, Alec doveva compilare moduli di reclamo e rimborso ad Idris da sé – e quindi svolgere il suo lavoro giornaliero anche quando è esausto è sorprendentemente possibile.

Molto tempo prima, Alec aveva convinto i suoi genitori a farlo andare al college – aveva studiato contabilità, il che era orribilmente buffo, ma almeno era stata un’esperienza buffa ma normale, condivisa con gente normale in un ambiente normale – e gli è sempre stato di conforto il pensiero di avere altre competenze oltre al sapersi muoversi freneticamente nell’oscurità della notte.

Essere seduto dietro ad una scrivania a svolgere una revisione contabile che deve essere portata a termine entro la fine della settimana forse non è qualcosa che Alec dovrebbe considerare rilassante, ma –.

Beh, lo è. Non può farne a meno. Controllare tabulati e digitare tasti sulla calcolatrice è semplice, mondano e una totale inezia, ed è grato per il fatto di poter staccare tra le 9 e le 17 di ogni giorno.

Non è sicuro di avere plausibilmente dell’energia mentale da poter impiegare in molto altro.  Sprofondato nella poltroncina della sua scrivania, molto spesso è una sfida riuscire solo a far muovere le dita sulla tastiera.

Ovviamente, a Simon Lewis piace parecchio metterlo alla prova. Avere a che fare con Jace e Clary significa che Alec ha un sacco di esperienza nel dover gestire dei bambini, ma il tipo di entusiasmo insopportabile di Simon è sempre stato particolarmente estenuante.

«Allora, ero lì, con della salsa barbecue che mi impiastricciava tutta la faccia e le mani» sta dicendo Simon, per qualche ragione appollaiato sulla scrivania di Alec. «Mi stavo facendo gli affari miei in questo gran bel posto dove fanno hamburger nell’East Village – a proposito, dovremmo andarci insieme, perché secondo me potrebbe piacerti – e all’improvviso la gente inizia a puntare il dito e a urlare per strada, e Arkangel – Arkangel sfreccia per strada, proprio vicino alla finestra – e ovviamente, che faccio? Dovevo almeno provare a fare una foto, ma le mie mani erano un sacco appiccicose, quindi non potevo proprio prendere la fotocamera e –». 

«C’è un motivo per cui mi stai raccontando questa storia?».

«Che? Beh, sì, certo! Stavo giusto dicendo – è così strano vedere un super alla luce del giorno, e poi ho stupidamente detto tutto a Magnus, e lui ha voluto sapere se avevo delle foto, e per qualche stramba ragione ho detto di sì? Anche se non so perché, e adesso mi sento uno schifo per aver mentito a Magnus, ma ero davvero nel panico, solo che adesso lui pensa che io abbia queste foto ma non ce le ho e non so che devo fare? Trasferirmi a Timbuktu forse? Potrò mai farmi vedere ancora in giro –?».

Alec sospira con pesantezza, chiudendo gli occhi e massaggiandosi il ponte nasale. Un’emicrania dovuta alla stanchezza si sta formando proprio sopra le sue sopracciglia, pulsa e freme. Alec prova a scacciarla, ma non è così fortunato.

Magari riesce a scacciare Simon. Tanto vale provare.

«Hai provato a dire a Magnus la verità?» chiede. Gli occhi di Simon si spalancano, come se questa fosse la cosa più assurda che abbia mai udito.

«Cosa? Ma stai scherzando? Sarebbe umiliante, non posso – e poi Magnus –». 

Dietro di loro, qualcuno si schiarisce la gola. Alec realizza in ritardo che non ha sentito nessuno avvicinarsi, ma – questo dimostra solo quanto stanco sia. Fa ruotare leggermente la poltroncina della sua scrivania mentre il volto di Simon impallidisce eccezionalmente e sembra proprio che abbia fatto una gaffe colossale.

Oggi Magnus Bane indossa un completo grigio in tre pezzi meraviglioso, il tessuto ben stirato mostra una fantasia scozzese nera. Indossa anche una cravatta, nera e lucida, il cui nodo preme contro l’incavatura della sua gola, verso cui gli occhi di Alec sono attratti. Forse oggi ha una riunione col consiglio di amministrazione. O forse voleva solo mettersi in tiro. Alec non saprebbe dire quale delle due, ma… beh, non è affatto sfavorevole a quella vista.

«E poi Magnus cosa?» chiede Magnus, con gli occhi che guizzano Simon e le sopracciglia sollevate in attesa.

«Magnus!» strilla Simon, scivolando giù dal bordo della scrivania di Alec. «Non ti avevo visto, da quanto te ne stai lì in piedi –».

Magnus si incupisce, ma le sue labbra si sollevano agli angoli. Avvolge le dita sullo schienale della poltroncina di Alec, appoggiandovisi di peso. Si avvicina abbastanza perché Alec riesca ad avvertire il profumo della sua acqua di colonia, delicata e legnosa, in un qualche modo abbastanza intimo. Non riesce a identificare il profumo, ma non è molto esperto in questo genere di cose. 

«Ora, Simon» dice Magnus, «per quanto mi riguarda, quando la gente fa questo tipo di domande, ha quasi sempre detto qualcosa di considerevolmente accusatorio che non vuole che qualcun altro senta».

«Non capisco dove vuoi arrivare» risponde Simon, sull’attenti. «Io e Alec stavamo – ehm, stavamo solo – stavamo solo parlando di questo posto che mi piace che fa hamburger nell’East Village, e gli ho detto che ci dovremmo andare e che forse dovrebbe chiederti se tu volessi andarci –».

Alec lancia a Simon un’occhiata che urla “chiudi il becco o ti ammazzo”, ma Simon non capisce.

«Oh?» chiede Magnus, sbattendo le palpebre sorpreso. Il suo sorriso non vacilla, ma si tramuta, seppur fievolmente, in qualcosa leggermente diverso. Un po’ più genuino. La nuca di Alec va a fuoco. «È così?».

Alec non sa proprio cosa dire. Potrebbe tirare Simon fuori dai guai e dire “sì”, ma Dio solo sa quale sarebbe la reazione di Magnus, e un torcersi inquieto del suo stomaco gli dice che non è certo di volerlo scoprire. In alternativa, potrebbe dare Simon in pasto ai lupi e dire “no”, ma teme l’espressione delusa di Magnus, e non vuole nemmeno quello. 

Quindi, dice solo “uhh” come un idiota.

Fortunatamente – o, forse, sfortunatamente – Simon lo interrompe.

«Beh, grazie a tutti per la bella chiacchierata!» esclama, battendo le mani in quello che è decisamente un lieve stato di panico. «Ma – sapete com’è, posti da vedere, persone in cui andare – oh, cazzo, volevo dire – giuro di non aver appena imprecato, per favore non ditelo alle risorse umane!».

Si affretta a tornare alla propria scrivania, rischiando nell’impellenza di inciampare nelle gambe della scrivania del vicino di Alec. Alec e Magnus lo guardano allontanarsi in un silenzio umiliante, che viene interrotto solamente dalla risata ansimante di Magnus.

«Gli piace prenderti in giro, vero?» ansima Magnus, affettuosamente divertito. Ad Alec serve un momento per capire che Magnus gli sta parlando e quindi fa girare completamente la sedia per guardarlo.

«Lui – cosa?».

Magnus torna a guardarlo, nei suoi occhi c’è una luce parecchio gioviale.

«Simon» spiega, gesticolando. «Ti mette in imbarazzo. Anche se non riesco a capire se se ne renda conto. Non penso che ci sia nemmeno un briciolo di malizia in lui».

«Non mi mette in imbarazzo, è solo che –». Alec non sa come finire la frase. Fa sorridere Magnus e scuote il capo leggermente.

«Dunque» dice Magnus, «me l’avresti chiesto o quella di Simon era solamente un’iperbole?».

Alec sbatte le palpebre.

«Io ti…» comincia. «Ti avrei chiesto cosa?».

Magnus non dice nulla, ma ride di nuovo, in un suono spigliato, mentre il suo sguardo volteggia verso il soffitto in qualcosa che Alec avrebbe in seguito definito affettuosa disperazione. Per il momento, tuttavia, Alec non coglie la sfumatura. 

Si incupisce, confuso, ma non è una cosa duratura. Non quando lo sguardo di Magnus fa su e giù sul suo corpo, dai suoi capelli ai suoi piedi, e poi di nuovo ai suoi occhi, mentre Alec sente un pizzicore nel petto.

A dire la verità, Magnus deve star guardando una condizione penosa: il suo completo spiegazzato, il colletto della camicia sbottonato e sghimbescio, il grigio desolato sotto i suoi occhi e il colorito arido del suo volto. Alec potrebbe rimproverarsi, se solo avesse le energie perché questo gli importasse. Invece lo accetta e basta, perché non c’è molto che possa fare riguardo al suo aspetto e a come Magnus lo vede, e questo non cambierà.

Inoltre – non è come se Magnus fosse qualcuno che vedrebbe seriamente Alec in quel modo. Non nel modo in cui Jace guarda Clary ogni volta che entrambi indossano la tuta per la ronda, e Alec deve stringere i denti per non brontolare e alzare gli occhi al cielo con fare disgustato.

Magnus è un uomo dotato di spirito d’osservazione. I suoi occhi solcano il volto di Alec per nessun’altro motivo che non sia l’abitudine. Un’abitudine faceta, senza dubbio, ma pur sempre un’abitudine. Magnus non ha altri fini. È inoffensivo.

E tuttavia – Alec non riesce a reprimere il lieve palpitio che sente nel petto. Quella scintilla, quel lievissimo titillo tra le sue costole in lenta guarigione, è qualcosa da cui egli dipende. È un qualcosa che non è affaticamento, che non è grigio e non è spaventoso, è un sentimento differente, differente da ciò che conosce giorno dopo giorno. Spezza la monotonia. È un qualcosa che Sentinel non riesce ad avere, e un qualcosa che Sentinel non può sottrargli.

Gli occhi di Magnus incontrano nuovamente quelli di Alec, e poi sorride con quel suo brillante, splendido sorriso, quello che fa sì che le persone si facciano in quattro per ogni suo ghiribizzo, e Alec non può fare a meno di sentirsi caloroso. Non è reale, non ha importanza, non è un qualcosa che al di fuori di queste mura sarebbe duraturo, ma è sufficiente a farlo sciogliere. Sarà un ricordo piacevole nelle notti in cui sarà bloccato su un tetto, da solo, a stringere fra le mani un arco fradicio e a cercare di trovare la strada nel bel mezzo di un nubifragio.

La bocca di Alec si contorce, quasi ricambiando il sorriso di Magnus.

Magnus lo nota decisamente: le sue spalle si spiegano, come se si stesse crogiolando nell’attenzione che sta ricevendo. Il suo sorriso si amplia lietamente e Alec coglie un lampo di denti bianchissimi.

Per un istante, l’intorpidimento di Alec si placa. Il dolore nelle sue costole, ben pianificato e amabilmente provato, si acquieta e, nel tempo necessario a quel sorriso per raggiungere gli occhi di Magnus, Alec è capace di dimenticare quanto questa sia solo una recita.

È un uomo normale che sta avendo una normale conversazione con una persona decisamente molto bella, una persona che gli sta sorridendo in modo provocante e altezzoso, una persona che non sa, ed è molto semplice dimenticarsi di tutto il resto.

Più tardi si aggrapperà a questo momento. Sa che lo farà.

«Molto bene, Alexander» afferma allora Magnus, con tono basso. Raddrizza il risvolto della giacca, le sue dita lunghe sempre così capaci. Fa sì che Alec le guardi. «Se mai deciderai che c’è qualcosa che mi vuoi chiedere, sai dove trovarmi».

Il suo sguardo incontra di nuovo quello di Alec.

«La politica del mio ufficio è di tenere la porta aperta, come sai» continua. «Anche se, ovviamente, può essere chiusa. Anche chiusa a chiave alle nostre spalle, se dovesse essercene necessità».

Alec apre bocca per rispondere, ma il colorito sul suo volto probabilmente è già abbastanza eloquente. Magnus ride, allegro e sfacciato, gettando il capo all’indietro e aprendo la colonna della gola, e poi lancia un estroso “a presto, Alexander” oltre la propria spalla mentre si dirige nuovamente verso il proprio ufficio.

Gli occhi di Alec lo seguono fino a che non scompare dalla sua vista. Il trillo di una nuova e-mail lo fa quasi saltare sulla sedia. È tutto così inusuale. Sua madre ne rimarrebbe delusa.

 

____________________

 

Alec indossa la maschera da un bel po’ di tempo ormai – quella fatta di cuoio che si lega fra i suoi occhi. È il mondo in cui è cresciuto: sangue e fedeltà, slogan di campagne elettorali e titoli di prima pagina diffamatori, nastri di scene del crimine che sventolano sulla città.

Ha avuto molte esperienze – più di quelle che avrebbe voluto, ad essere onesti. La maggior parte se le aspettava: l’onnipresente dolore alle gambe, la saliva sul suolo, la sensazione di spingere il proprio corpo oltre i limiti fino a sentirlo andare a fuoco, e altre.

Tuttavia, non si era mai aspettato l’attesa.

Alec non è una persona ansiosa; non lo frustra il rimanere seduto immobile, conosce il valore del sondare il terreno, ha l’occhio da arciere. Tuttavia – non gli piace sprecare tempo, anche se viene pagato a ore.

Se i suoi genitori a tredici anni gli avessero detto che la maggior parte delle notti le avrebbe passate appollaiato su delle gru, appeso a qualche impalcatura o seduto su degli alberi, magari avrebbe rifiutato – rifiutato gli affari di famiglia seduta stante, risparmiandosi un sacco di scocciature.

È su un tetto ora, ed è grato che non stia piovendo. Jace è da qualche parte, a volare attraverso le strade strette della città su delle ali d’acciaio, e, testuali parole di Maryse, il compito di Alec questa notte è “assicurarsi che non si metta nei pasticci”. Potrebbe, ovviamente, fare molto di più, e non in termini di andare alla ricerca di Jace e sistemare i casini che combina. C’è di più che potrebbe fare per la città intera. È un pensiero costante, un ronzio, un tic nervoso nelle dita che si appoggiano sull’arco ogni volta che sente una sirena in lontananza e deve chiedere a Izzy se qualcuno se ne sta già occupando. Non gli piace non avere il controllo.

A volte pensa che lei gli menta solo perché la pianti di preoccuparsi. Cosa ne può mai sapere Alec se Aline ed Helen se ne stanno davvero occupando?

Questa notte impiega il tempo a contare le frecce nella faretra – nonostante il fatto che l’avesse già fatto prima di lasciare il quartier generale e non ne abbia ancora scoccata una da allora. Dunque, sa quante ce ne sono – ma serve a tenere la mente occupata. È catartico far scorrere le dita fra l’impennaggio, anche se i guanti gli impediscono di provare quella sensazione sulla pelle.

Si sta alzando il vento, un altro temporale fermenta all’orizzonte senza mai scoppiare, ma inzupperà comunque la città. Smorza i sensi di Alec e non gli piace scoccare frecce a vuoto. La pioggia si intrufola anche fra le ali di Jace e lo rallenta, e non è il pensiero dell’attrezzatura di Jace che smette di funzionare a mezz’aria quello che lo terrorizza di più, quanto piuttosto la consapevolezza che non ne udirebbe mai la fine.

«Hai freddo?» gli chiede Izzy nell’orecchio, da qualche parte al caldo e all’asciutto.

«Sto bene» mormora Alec. Scruta i tetti vicini, silhouette nere colpite da punture di spillo di luce bianca contro il cielo scuro. È un’abitudine. È dura non essere sul filo del rasoio. «Dov’è Jace?».

«Ancora per strada» replica Izzy. «Ti faccio sapere quando rientra e si incontra con Clary. Tieni duro».

Si scollega, lasciando Alec in balia del canto del cigno eseguito dal vento che sbatacchia nel labirinto creato dai grattacieli. Il fischio è stridente e Alec riesce a percepire l’edificio sotto di sé rabbrividire con lui. Sembra quasi un’anticipazione.

Conta le frecce un’altra volta. Il numero rimane lo stesso. Alec sospira pesantemente, accarezzando il pensiero crudele del suo materasso bitorzoluto e dei suoi cuscini consunti che lo attendono a fine nottata. Vorrebbe tanto perdere i sensi per più di sei ore, ma è sicuramente un sogno irrealizzabile.

Si fa scivolare la faretra sulle spalle, mettendola al suo posto sulla tuta. Il peso è familiare, ma non affatto confortante. Riesce a percepire qualcosa che si rimesta nell’aria, una carica, quella sorta di elettricità che scintilla sulla pelle prima della pioggia o di un temporale, e striscia sotto la sua pelle, forzando spazi innaturali tra la carne e i muscoli.

Alec rafforza la presa sull’arco e sorveglia di nuovo le strade. Nulla si muove. Nulla è cambiato. L’unica acqua sul suolo è ancora quella delle canalette di scolo.

E poi, con suo miserabile orrore e stupore, qualcuno scende dal cielo e gli atterra accanto.

Non è Jace. Non è nemmeno Clary, né Aline o Helen, né Lydia o Ray, nemmeno il fottuto Victor. È qualcuno che non conosce, e quell’elettricità nell’aria che pensava preludere la pioggia improvvisamente lo azzanna.

Alec non sa come reagire; quando si fa questo mestiere non si tratta di voltarsi e porgere un cordiale saluto. Tutto il suo corpo diventa teso, le dita diventano un pugno serrato attorno all’arco compound, ma non volta nemmeno il capo a guardare. Sta guardando ovviamente – con la vista periferica, intensa e diffidente – e il respiro gli si blocca in gola. Non conosce molti altri super in città, ma è raro che ne incontri di nuovi. Non è così semplice seguirlo. O perlomeno – ci spera. Ci sperava.

«È da un po’ che sei quassù» esordisce lo sconosciuto, un uomo con una voce profonda e disarmante. «Qualcuno ti ha dato buca?».

E, oh, l’elettricità statica dilaga su e giù per le braccia di Alec, sparpagliandosi sotto i suoi parabracci e su e giù per la spina dorsale. Si alza lentamente dalla sua posizione accovacciata, le sue nocche sono bianche sotto i guanti, ma non solleva l’arco. Non è così ingenuo nel voltarsi ad affrontare questo sconosciuto sul tetto. Non farà la prima mossa. Non farà una cosa alla Jace.

Lo sconosciuto si trova a qualche metro da lui, alto, aggraziato ed abbronzato. Alec ne percepisce la forza delle braccia e delle spalle larghe. Indossa una giacca ragguardevole, pesante, costosa, sicuramente antiproiettile, di un rosso scuro e sopito, e c’è una maschera nera scolpita sui suoi lineamenti che fa immediatamente notare ad Alec l’ombra della barba corta lungo la sua mandibola prominente, e lo sfolgorio disorientante dei suoi occhi, e il flash di un colore pericolosamente ingellato sul ciuffo di capelli scuri.

Alec non l’ha mai visto prima. Nemmeno di sfuggita, nemmeno sui giornali – non che controlli i giornali con un’attenzione scrupolosamente sacrale, ma sicuramente, sicuramente avrebbe visto –. 

Questo.

Alec fa schioccare la lingua e picchietta il dispositivo sul collo che altera il suo tono di voce. È stato meno cauto ultimamente – non ne ha bisogno con Jace e Clary, e c’è una incosciente parte di lui che si fida abbastanza di Wolfsbane e Veil da parlare loro senza utilizzarlo – e quindi è strano udire le sue parole emesse in modo più profondo e rauco di quello che si aspettava.

«No» risponde Alec con fare scontroso. «Sta arrivando».

Alec sa di stizzirsi, ma è anche la cosa più furba da fare: tenere gli occhi bene aperti, informare questo sconosciuto che i rinforzi stanno arrivando, mostrargli alcune delle carte che ha in mano, ma non tutte ovviamente. Mai tutte. Non tutti i vigilante sono dei grattacapi, ma alcuni sì. E non lo si sa mai prima che sia troppo tardi.

«Mi fa piacere» dice lo sconosciuto, i suoi occhi sono brillanti mentre guizzano su Alec, catalogando la sua armatura Kevlar, i suoi anfibi robusti, l’arco argentato flessuoso. La sua voce è morbida, ma sembra un po’ forzata, come se la stesse a sua volta contraffacendo. Furbo. «È una notte fredda per starsene ad aspettare».

«Vuoi qualcosa?» chiede allora Alec, brusco. Lo sconosciuto sbatte velocemente le palpebre ma poi sorride, in un sorriso un po’ sghembo. Alec ne sa abbastanza da definirlo pericoloso.

«Chiamala… curiosità» dice lo sconosciuto, agitando una mano per aria con noncuranza. Non fa un passo verso Alec, ma Alec non riesce a muoversi. Si potrebbe definire un’impasse.

Lo sconosciuto schiocca le dita. La direzione del vento muta.

Non è proprio una casualità.

«È da un po’ che ti osservo ormai, ma non ti sei mosso» continua. «Speravo che non stessi combinando qualcosa di terribile, ma dato che sono passate almeno quattro volanti della polizia da quando sei qui, direi che è qualcosa di peggio».

Gli occhi di Alec balzano sul volto dello sconosciuto. La sua compostezza vacilla.

«Di peggio?».

«Oh, i Corporate, naturalmente» dice lo sconosciuto, continuando a sorridere, anche se il sorriso non raggiunge i suoi occhi. Fluttua nuovamente le dita e il vento soffia di nuovo da sud. «C’è qualcosa di peggio?».

Alec è consapevole di tradirsi corrucciando la fronte.

«Sei un elementale?» chiede.

«No» risponde lo sconosciuto, accentuando la n. Volteggia la mano di nuovo, e questa volta una delle frecce di Alec inizia a sollevarsi lentamente dalla faretra appesa alla sua schiena. Alec trasalisce al guardarla levitare nell’aria e ruotare con lentezza, finché non guarda giù e la ritrova a un soffio dalla punta del suo naso. «Suppongo di essere una sorta di telecinetico. Fra i miei tanti talenti». Non fa cadere la freccia e la riporta con attenzione al suo posto nella faretra. Alec digrigna i denti; non userà quella freccia stanotte. «Quindi, lo sei?».

«Lo sono?» sibila Alec.

«Un Corporate».

Alec non risponde, le sue labbra sono strette in una linea dura. È abituato a questo tipo di trattamento e non può dire di non meritarselo. Se fosse un vigilante, nemmeno lui si fiderebbe di un Corporate. Non è una mossa molto furba contare su quelli che sono pagati per compiere buone azioni. 

Lo sconosciuto sbuffa una risata.

«Anche questa è una risposta» riflette. «Non ti ho mai visto prima. Carne fresca?».

 «No».

«Ah. Quindi semplicemente non ti piace stare sotto i riflettori?».

«Qualcosa del genere».

Lo sconosciuto contrae le labbra e, sotto il suo sguardo indagatore, Alec si agita. Sa di non potersi muovere fino a che questo uomo non si muove a sua volta. Non oserebbe voltargli le spalle e lanciarsi dal palazzo nella luce contraffatta. Non sa quali siano i poteri di quest’uomo, ma la sua pelle continua a sembrargli un cavo sotto tensione, e il cambio di direzione del vento non è un trucchetto della mente. Qualcosa respira e si muove, serpeggiando, anche ora, attorno agli avambracci di Alec e fasciandogli le tibie.

Non gli piace, quell’incapacità di muoversi. Quando la fuga ti viene sottratta, l’altra opzione è combattere, e beh, Alec non classifica le probabilità.

Telecinetico. Quest’uomo è probabilmente un telecinetico. Diamine, potrebbe essersi insinuato nella sua testa e potrebbe star falsando la sua percezione senza che Alec se ne accorga: le luci all’orizzonte sono già torbide e strane; il peso della pioggia appesantisce già l’atmosfera; le viscere di Alec già si attorcigliano con disagio e groppi nomadi.

Non ne sa molto sulla telecinesi. Ha letto qualcosina, in un fascicolo ad Idris, ma non ha mai incontrato un telecinetico di persona.

Sa eccome, però, che in confronto ad un potere potenziato come quello di Alec la telecinesi è molto pericolosa. Una freccia non può fare granché contro qualcuno che può scagliarti violentemente frecce addosso con lo schiocco delle dita.

«Chi sei?» gli chiede Alec. Jace dovrebbe raggiungerlo presto, ma Alec non dipende da ciò in alcun modo. Spera solo, piuttosto, che Izzy riesca a sentirlo – ma rimane inquietantemente silenziosa in comunicazione. Potrebbe non essere nemmeno lì. Che bel momento per prendersi una pausa caffè.  

Lo sconosciuto sorride beffardamente, in un sorriso talmente affilato da risultare tagliente. Si strofina le mani e poi apre le braccia, i palmi rivolti al cielo. Non fa molto per sembrare meno intimidatorio.

Alec si prepara ad affrontare qualcosa che non sa se arriverà. Le sue dita fremono, stringendosi attorno all’arco, ma è come se i suoi muscoli si fossero bloccati – una scheggia tagliente di elettricità li trafigge, ancorandogli le articolazioni – e non riesce a raggiungere una freccia, non riesce a premere il dito contro l’orecchio per chiamare Izzy.

«Chi sono?» chiede lo sconosciuto, sollevando un sopracciglio dietro la maschera. C’è la peculiare qualità selvaggia della città sul suo volto, e la sua espressione cambia, con una fluidità costante che Alec non si aspetta – non quando è per metà nascosta da del cuoio. «È una domanda tendenziosa, non trovi? Non posso dire che tu mi risponderesti se te lo chiedessi».

«Sei un vigilante?». Alec aggrotta la fronte. Tuttavia, si sente fatto di cemento.

«Tu cosa pensi?».

«Non ti ho mai visto in giro prima».

«Beh, è un peccato».

Alec digrigna i denti di nuovo, serrando la mandibola. Porca puttana, Izzy, perché non –

I vigilante non abbordano i Corporate se non vogliono qualcosa. Quando Alec ha incontrato Veil e Wolfsbane – un po’ di anni fa, ormai – non è stato perché lo stavano cercando. Sono arrivati ad una rapina in banca nello stesso momento, e quando qualcuno sta maneggiando una pistola e tiene in ostaggio dei civili non c’è molto tempo per discutere da che parte stai. Con quello fai i conti dopo, e le dispute insignificanti possono essere accantonate per un istante adrenalinico.

Wolfsbane era saltato di fronte a Veil per proteggerla da un proiettile e probabilmente sarebbe stato colpito alla spalla se la freccia di Alec non fosse stata più veloce e non avesse tolto l’arma dalle mani del rapinatore appena in tempo.

Avevano combattuto bene insieme quella notte, anche se Veil aveva coperto Alec di occhiatacce in seguito e non gli aveva rivolto parola.

Ma questa non è la stessa cosa. Nient’affatto.

«Se sei in cerca di una rissa» dice Alec lentamente, facendo uscire ogni parola dai denti, «non finirà bene per te».

Lo sconosciuto sorride in modo irritante, come se Alec fosse a stento più intimidatorio di un cane al guinzaglio che uggiola ai suoi piedi. Il che, suppone Alec, è più o meno la realtà dei fatti, ma –.

«Rissa?» lo canzona lo sconosciuto. «Io, in una rissa con te? Dio mio, ma tutti i Corporate sono addestrati per aspettarsi il peggio? Non tutti i tuoi problemi possono essere risolti con la violenza – hai mai nemmeno considerato una conversazione civile come mezzo per raggiungere uno scopo?».

Alec assottiglia lo sguardo.

«E questa è una conversazione civile?».

«Beh, questo spetta a te deciderlo» risponde lo sconosciuto, chiaramente divertito dalla cautela di Alec. «Sei orribilmente teso».

«Di solito è quello che succede quando uno sconosciuto ti si avvicina di soppiatto senza avvisare» rimbecca Alec. «Scusa se non abbasso la guardia».

È allora che lo sconosciuto si muove, non facendo un passo verso Alec, ma di lato, come se volesse ruotargli intorno ad una distanza rapace. Alec si muove bruscamente, e si rimprovera per averlo fatto, il suo sentirsi in gabbia è fin troppo ovvio.

Deve trattenersi. Jace arriverà a momenti – non che Alec abbia bisogno di Jace per cavarsela, se la cava benissimo da solo –.

«Questo suggerisce che tu stia facendo qualcosa per cui non vuoi essere colto in flagrante» afferma lo sconosciuto. Il suo sorriso è affilato e pericoloso mentre gli si assottigliano gli occhi.

Lo sguardo di Alec lo segue mentre cammina, le sue spalle chiazzate da una luce bianca e pallida che lo illumina da dietro, gettando il suo volto a confrontarsi d’ombra. Il colore della sua giacca è intenso come il vino, o forse il sangue, le pieghe addensate pesanti ma liquide mentre lo sconosciuto si muove con la grazia di un felino, i suoi passi sono silenziosi sul tetto. Attorno a lui l’aria sembra brillare, come se ci fosse uno scudo di forza, invisibile e formicolante, attaccato alle sue mani, alle spalline, alla linea decisa del collo, alla maschera.

Il cuore di Alec batte forte. Ma non lascerà che la sua faccia lo dimostri.

«Non sto facendo proprio niente» ribatte bruscamente, e diamine, è la verità. Sta solo aspettando Jace, chiedendosi quanto ci vorrà prima che gli venga un piede da trincea o che vada in ipotermia per aver passato troppe notti fuori al freddo e all’umidità. «Sto aspettando il mio partner. Come ho già detto. E anche se stessi facendo qualcosa –».

Non sono affari tuoi.

Lo sconosciuto scuote la mano con sprezzo.

«Troppe ipotetiche» dice. «Non mi piace trattare con i se e con i forse, quindi evitiamocelo. Evidentemente tu non hai a che fare con molti super che non sono delle tue parti, quindi sarò sincero con te prima che ti venga un aneurisma. Questa tua espressione è dolorosa da stare a guardare».

«Sì, per piacere» lo incita Alec. Lo sconosciuto ormai è quasi a ore tre, vicino al ciglio dell’edificio, e quindi Alec si gira sul posto per fronteggiarlo.

Gli occhi dello sconosciuto volano oltre il bordo del tetto e per un istante curioso scruta l’oscurità, con le labbra contratte. Sembra così rilassato, così a proprio agio, ma Alec – Alec sta serrando la mascella con così tanta forza che pensa di potersi sbriciolare i denti.

Gli basterebbe mezzo secondo per prendere una freccia. Posarla sulla tacca dell’arco. Perforare la manica dello sconosciuto e attaccarlo al tetto.

È sufficiente mezzo secondo? È troppo lento?

Quest’uomo reagirebbe più velocemente?

Lo sconosciuto agita nuovamente la mano.

«Supponiamo che tu sia di ronda» dice, e il modo in cui parla con le mani tiene gli occhi di Alec incollati. Sa che il suo sguardo è sgranato, diffidente. Le mani di quest’uomo sono pericolose. «Una notte normale. Fai il solito percorso. Conosci il raggio di questi dodici isolati come le tue tasche – difatti, sono i tuoi dodici isolati e sai per certo che ci sono un numero di individui potenziati che ti tengono d’occhio per tenere al sicuro il proprio vicinato».

Fa una pausa, guardando deliberatamente Alec. Per Alec è sorprendentemente difficile sostenere il suo sguardo fisso; c’è qualcosa di spaventoso nel colore scuro spalmato attorno ai suoi occhi, nel nero delle sue pupille, nei cocci di luce che si riflettono e mostrano quanto poco quest’uomo stia sbattendo le palpebre.

Lui sta a sua volta esaminando Alec. Probabilmente ha contato il numero di frecce nella sua faretra. Probabilmente ha anche capito la sua portata. Probabilmente sta calcolando come muoversi per mancare una freccia diretta alla sua spalla, se si dovesse arrivare a tanto.

L’aria crepita di quella tensione. È affilata contro la guancia di Alec – elastica e tagliente – ed è reale. Non è il frutto della sua immaginazione. La sente penetrargli la pelle, la pressione, il fuoco.

È reale. È volontaria. Una minaccia?

«Ma» continua lo sconosciuto, e l’angolo della sua bocca freme, così come i suoi polpastrelli, come se sapesse esattamente cosa sta facendo ed altrettanto esattamente come Alec sia a tanto così dal sobbalzare, se non fosse per la sua risolutezza così ben temprata. «Cosa succede se vedi un tizio sospetto, vestito tutto di nero, appollaiato in cima a uno dei tuoi edifici, qualcuno che non hai mai visto prima, e che non si muove per circa tre ore ma sta chiaramente cercando – o aspettando – qualcuno? Cosa faresti in questo caso? Lo lasceresti in pace e rischieresti che ti causi dei problemi nella tua quiete accuratamente coltivata o andresti ad investigare?».

Alec aggrotta le sopracciglia, ma le parole dell’uomo in qualche modo perforano le sue difese formicolanti, parte della tensione nelle sue spalle defluisce. Si chiede se il suo volto lo dimostri, se la sua espressione aggrottata si dispieghi abbastanza da essere notata nel crepuscolo.

«Non sono qui per fare del male a nessuno» dice Alec con sincerità. Abbassa la mano in cui tiene l’arco. «Non sono qui per distruggere la pace. Sto davvero aspettando una persona».

«E io dovrei crederti?» domanda lo sconosciuto.

«Hai la mia parola».

Lo sconosciuto lo sbeffeggia, il suo sorriso distorto è scettico e brusco. Le sopracciglia si inarcano dietro la maschera.

«Oh, la parola di un Corporate? Non posso dire che abbia molto valore».

«Non la parola di un Corporate» dice Alec, un po’ più rudemente di quello che avrebbe voluto. «La… La parola di un altro super. Quella dovrebbe significare qualcosa».

Allora lo sconosciuto lo guarda – lo guarda veramente, sul serio. Il suo sguardo è come un coltello e Alec riesce a percepirne l’incisione lenta attraverso l’armatura, attraverso la tuta, attraverso il petto, fino a passargli attraverso, come se il suo corpo fosse fatto poco più che di sola luce. È invasivo. Ti viola. Stranamente… intimo, e come se la sua pelle ticchettasse avverte l’arrivo di qualcosa che non riconosce.

Lo sguardo dello sconosciuto si abbassa sul suo arco, e se Alec non ha alcuna intenzione di lasciarlo cadere al suolo, vi allenta la presa e per un attimo considera di riporlo nel fodero sulla sua coscia. C’è un respiro, trattenuto elegantemente nel petto, lo sforzo dolente, che detona sommessamente. Rilassa la sua posizione, spostando il peso da un piede all’altro.

Che… Che cos’è quella sensazione? L’anticipazione di chi si muoverà per primo. Quest’agitazione e questa trasparenza – un momento strano d’esistenza.

Non capisce, ma lo sconosciuto sembra imitarlo. Le spalle dell’uomo si afflosciano; smette di sfregare il pollice e l’indice come un ansioso segno rivelatore. Un respiro che Alec non riesce ad udire oltrepassa delicatamente le sue labbra.

Forse la verità di Alec è abbastanza eloquente da essere udita al di sopra delle sirene distanti e del brontolio della città. Forse quest’uomo sta prendendo Alec in giro, immaginando che sia uno stupido ingenuo che abbassa volontariamente la guardia in una situazione del genere.

Sono a un punto morto, ma nessuno dei due ha l’occasione di dire alcunché.

Il dispositivo di comunicazione di Alec inizia a emettere dei trilli nel suo orecchio e Alec sussulta, il suono è così improvviso e forte da squarciare il momento ipnotico. Da qualche parte, sopra la sua testa, sente il brusio dell’indicatore di posizione di Jace.

Lo sconosciuto alza lo sguardo, volgendo la faccia al cielo, e si rabbuia, e poi – Alec non è sicuro di aver mai visto un uomo muoversi così velocemente.

L’uomo striscia la mano disegnando un arco verso l’alto e Alec percepisce l’elettricità nell’aria sfrecciargli via dalla pelle e volare verso l’alto nell’oscurità. Il vento devia all’improvviso e porta con sé il suono del volteggiare di Jace, colpito da una improvvisa folata.

Alec serra i denti, prendendo una freccia dalla faretra, ma lo sconosciuto non si volta ad attaccare. Non sta nemmeno più guardando verso il cielo, i suoi occhi sono focalizzati solamente sul bordo del tetto, e Alec realizza abbastanza in fretta che intende saltare giù e scomparire, filandosela prima che i rinforzi di Alec possano arrivare.

«Aspetta!» lo chiama Alec, prima di riuscire a trattenersi. Lo sconosciuto si ferma, proprio sul bordo, il suo piede è sospeso nell’oscurità da una forza invisibile. «Qual – qual è il tuo nome?».

Lo sconosciuto sorride oltre la spalla, la linea dura della mandibola è illuminata dalla città sottostante. C’è qualcosa in lui che fa sì che Alec si chieda se non sia circondato da un incantesimo. È questo luccichio negli occhi che esiste negli istanti fra un secondo e l’altro, e Alec può solo incespicare prima che cada nello spazio che separa le sue dita.

«Nightlock» risponde lo sconosciuto, prima di fare un salto nella notte. «Il tuo?».

«Sono Sentinel». 

«Sentinel» ripete Nightlock, facendo rotolare quel nome sulla lingua. Sembra che gli piaccia. Gli sta bene. Qualcosa di divertito gli illumina lo sguardo oltre la maschera. «Ti si addice».

E in un battito di ciglia – scompare.

 

____________________

 

Alec racconta a Jace di quell’incontro. C’è una qualche parte di lui che quasi non vorrebbe, che vorrebbe trattenere la lingua e mantenere il segreto finché non riesce a venirne a capo da sé, ma quando Jace atterra sul tetto nel mezzo di una folata di vento fradicio lancia un’occhiata all’espressione di Alec e gli chiede “ehi, cosa c’è che non va?”. 

Non gli dispiace tenersi alcune verità per sé, a suo vantaggio, ma se hanno a che fare con un vigilante impiccione e potenzialmente pericoloso, che non si fa scrupoli a cogliere impreparati i Corporate, è meglio che Jace sia a conoscenza di quello che potrebbero trovarsi ad affrontare.

«Telecinesi?» fischietta Jace. «Cavolo, devi ammettere che è abbastanza figo».

«Potrà anche essere “figo”, ma è ugualmente pericoloso» rimarca Alec con fare brusco. «Non sappiamo cosa sia in grado di fare, ma da quel che ho potuto vedere – forse non è qualcosa che vorremmo scoprire».

«Non so» dice Jace scrollando le spalle. «Se potessimo convincere Victor a provare a fronteggiare un tizio che può muovere le cose con la sola forza del pensiero… Diamine, darei tutto per vedere Victor essere preso a calci in culo da un tizio che deve a malapena alzare un dito».

«Perché stiamo parlando di Victor che viene preso a calci in culo? E come posso inserirmi nella conversazione?». La voce di Izzy giunge attraverso il dispositivo di comunicazione in entrambe le loro orecchie. «Possiamo prendere a calci in culo anche Raj, già che ci siamo? Ho un sacco di reclami su Raj».

«Che bello sentirti» borbotta Alec. «Dov’eri?». 

 «Oh, è passato Meliorn con dei nuovi dispositivi di sorveglianza e mi sono distratta. Mi sono persa qualcosa?».

«Distratta» sbuffa Jace. «Carino».

«Iz» la sollecita Alec. «Ho avuto un breve incontro con un nuovo vigilante. Puoi controllare i registri per me?».

«Cazzo, stai bene?». 

«Sto bene» risponde Alec. «Non… Non voleva combattere, non penso. Solo parlare».

«Un telecinetico» aggiunge Jace opportunamente. «Dunque, stavo naturalmente chiedendo se potessimo fargli prendere a calci in culo Victor. Scommetto che sarebbe divertente».

Alec lancia a Jace un’occhiataccia, ma Jace alza gli occhi al cielo e finge di chiudersi la bocca e poi di gettare via la chiave.

«Un telecinetico?» chiede allora Izzy. «Te l’ha confermato o stai solo facendo delle supposizioni?».

Alec racconta tutto a Izzy – ma comunque non scende in tutti i dettagli. Nomina il cambio di direzione del vento, racconta come la freccia sia stata sollevata dalla faretra, descrive la strana energia nell’aria… come elettricità, ma in qualche modo diversa dall’elettricità, tutta formicolante e statica ma con qualche sorta di forte pressione.

«Okay» dice Izzy, e Alec riesce a sentirla digitare furiosamente sulla tastiera. «Sei riuscito a scoprire il suo nome?».

«Nightlock» risponde Alec. Poi aggiunge: «Iz… nessuno è in grado di tracciare la tua ricerca, vero?».

«Se non sanno quello che stanno facendo, no» replica Izzy. «Il che esclude praticamente tutti a Idris, ma soprattutto mamma e papà – oh, aspetta, c’è un riscontro nei registri». 

«Che dice?» chiede Jace. Ha iniziato ad agitarsi, le ali si avvolgono e si spiegano attorno a lui, come se fosse impaziente di muoversi. Probabilmente proporrà che lui e Alec provino a rintracciare il loro misterioso amico.

Alec sa già la risposta – sarà un sonante “no”.

«Sembra proprio che ci sia un vigilante di nome Nightlock in città» afferma Izzy. «Non ci sono molte informazioni, ma sembra che ci sia un fascicolo più dettagliato nell’archivio, non è ancora stato digitalizzato. Uh – dice che non è in attività da circa cinque anni… è stato particolarmente attivo tra l’’80 e l’’86, ma da allora più niente».

«Okay» dice Alec. «Torno al quartier generale. Pensi che possiamo vederci in archivio?».

«C’è Underhill in servizio stasera, quindi non farà domande» conferma Izzy. «Ci vediamo fra mezz’ora, Alec. Jace viene o cosa?».

Alec non ha bisogno di guardare Jace per conoscere la risposta.

«Io vado» risponde Jace. «Muse dov’è? È nei paraggi?».

«Clary era a cena con Luke stasera, ma a quanto pare è proprio fuori dalla porta di casa. Jace, puoi incontrarla sul tetto del suo palazzo».

«Grande, capo» dice Jace. «Fatemi sapere cosa trovate su Nightlock. Ora sono curioso».

«La tua personale faida contro Victor Aldertree non conta come curiosità» risponde Izzy. «Resta sul canale quattro, Jace. Manteniamo questa cosa lontana da orecchie indiscrete per un po’, okay?».

 

____________________

 

Jace vola via nell’oscurità, ma Alec non lascia il tetto per un istante. Fa una pausa, apre e chiude i palmi e poi gli occhi, chiedendosi se possa in qualche modo rievocare quella strana energia che aveva danzato sulla sua pelle. Non è così fortunato: potrà anche avere i sensi più sviluppati della maggior parte delle persone, ma ciò non include avvertire segnali energetici, e non c’è nessuna traccia di Nightlock sul tetto o sulla strada sottostante.

Alec non ha idea di dove sia andato, ma c’è sicuramente una parte di lui – non quella cauta e rispettosa della legge – che vorrebbe saperlo.

Ritorna al quartier generale poco dopo mezzanotte, intrufolandosi all’interno da una delle porte sul retro e schivando la telecamera di sicurezza. Si sente molto come quando Jace e Isabelle erano adolescenti, quando saltavano gli allenamenti per sgattaiolare in bar e discoteche, proprio sotto il naso della loro madre.

Come preannunciato, Underhill è piazzato fuori dall’archivio e lo sta chiaramente aspettando. Inarca un sopracciglio in direzione di Alec, ancora in tuta, ma si limita a fare un cenno verso la porta senza proferire parola. I suoi occhi dicono già a sufficienza: Izzy è già dentro; farò il palo.

Alec annuisce. Grazie.

L’archivio è, in netto contrasto con i corridoi bianchi e freddi del quartier generale, il caos più assoluto. File e file di casellari straboccanti di scartoffie e raccoglitori ad anelli, e la scrivania nella parte anteriore della stanza, dove sono impilate alte colonne di documenti disorganizzati, è stata abbandonata da tempo.

Per essere un’organizzazione che è in grado di fornire ai propri dipendenti modulatori vocali e ali idrauliche, Alec non può fare a meno di pensare che Idris sia ridicolmente all’età della pietra per quanto riguarda il tenersi al passo con la tecnologia informatica. I cellulari e i computer da scrivania sono silenziosamente diventati delle presenze fisse nelle case delle persone, eppure eccolo lì, in piedi in una stanza vecchia scuola, piena di fascicoli che devono ancora essere trascritti nei loro sistemi digitali.

Probabilmente sua madre risponderebbe che è perché hanno di meglio da fare. Suo padre si lamenterebbe che non hanno il personale sufficiente per poter dedicare ore ed ore di lavoro a questa sorta di amministrazione domestica.

Alec sospira, togliendosi la maschera dagli occhi e lasciandosela appesa al collo. Il solo guardare questo casino gli fa venire il mal di testa, ma c’è un aspetto positivo riguardo ai registri cartacei che stanotte apprezza molto.

Nessuno saprà mai che li hai consultati. Lo stesso non si può dire quando leggi qualcosa online.

«Iz?» chiama nella stanza. Si ferma ad ascoltare, e riesce ad udire flebilmente qualcuno che si muove velocemente, probabilmente sepolto sotto tonnellate di carta. Alec inizia ad avvicinarsi agli schedari, facendosi strada attraverso i documenti che gli arrivano alle ginocchia dove una fila di casellari è stata rovesciata.

«Iz?» chiama di nuovo. «Iz, sei qui?».

«Mmmf, Alec!» esclama, spuntando da dietro a una fila di casellari lì accanto, mentre sventola un raccoglitore sottile nella mano. «L’ho trovato! Nightlock!».

«Portalo qui» dice Alec, avvicinandosi a lei. Si incontrano a metà strada, tra di loro uno schedario sui cui Izzy apre il raccoglitore.

«Dio mio, più tardi dovrò fare un discorsetto al reparto che si occupa dei registri» afferma Izzy, buttandosi i capelli lunghi dietro le spalle. «Non c’è modo che questo sia un sistema di archiviazione comprensibile, è solo… entropia fuori controllo nel peggiore dei casi immaginabili».

«Lo sai che io so che quando sei arrabbiata cominci a parlare in gergo scientifico, vero?» suggerisce Alec inutilmente. Izzy lo fissa con uno sguardo insensato, molto simile a quello che spesso riceve Jace.

«Ne ho abbastanza di te» ribatte, aprendo il raccoglitore. È piuttosto rado, ci sono solo alcuni fogli, pieni dell’orrida grafia di qualcuno, ormai sbiadita con gli anni. Ma è quello che è pinzato in cima che attira l’attenzione di Alec in un istante – fotografie.

Sono tutte vecchie e sfocate, scattate in velocità o a distanza, ma la figura in esse ritratta sembra proprio essere l’uomo che Alec ha incontrato sul tetto quella stessa notte. La giacca è diversa e i capelli sono cambiati, ma raramente Alec dimentica un volto.

«È lui» conferma Alec, sollevando lo sguardo su Izzy mentre lei sfoglia il fascicolo. «Che dice?».

«Non molto» risponde. «Telecinesi, forse, con un punto di domanda. Qualcuno ha anche barrato bassa manipolazione energetica, interferenza elettrica e controllo gravitazionale. È… senza dubbio un qualcosa».

Alec deglutisce rumorosamente. Izzy non ha torto: è senza dubbio un qualcosa, l’avere dei poteri del genere. Idris si pavoneggia di alcuni curriculum ragguardevoli – volo, forza straordinaria, teletrasporto, giusto per nominarne alcuni – ma la telecinesi è qualcosa che manca penosamente tra le loro fila.

E cosa non darebbero i suoi genitori –.

«…Tutte queste caratteristiche corrispondono a ciò che ho visto» dice infine. «Qualcos’altro?».

«Più o meno quello che ti ho già detto al telefono» risponde Izzy. «La fascia d’età stimata lo colloca pressappoco… sulla trentina, anno più o anno meno. Il periodo di attività maggiore è stato nei primi anni Ottanta, poi basta. Informazioni standard sui vigilante… risposta a rapine a mano armata e disordini domestici… pedinamento della polizia… interferenza su frequenze radio private non autorizzata… secondo questo verbale della polizia c’è anche qualche caso di gatti bloccati sugli alberi che sono stati salvati. Ma non penso che qualcuno abbia più aggiornato questo file da un po’… era parecchio sommerso da altre scartoffie».

Un’espressione corrucciata appare sul suo volto mentre contrae le labbra rosse in una smorfia.

«Mi chiedo» continua, «se qualcuno ai piani alti non abbia qualche sorta di accordo con lui, così che non l’abbiamo mai incrociato prima di adesso».

«Saresti in grado di trovare informazioni se fosse davvero così?».

«Ovviamente» risponde Izzy. «Ci darò un’occhiata stanotte. Nessun firewall mi può tenere fuori di questi tempi».

 

____________________

 

Izzy non trova nulla.

Non è che ci siano dei file bloccati nel database a cui non può avere accesso; non c’è proprio nulla. E Alec le chiede persino se sia in grado di ficcanasare nei file personali dei loro genitori, ma anche allora – nessuna menzione del nome Nightlock.

Forse Nightlock è davvero così bravo a evitare i Corporate. Forse ha qualche aggancio all’interno, e non viene registrato cosicché nessuno lo possa trovare.

Ma non avrebbe alcun senso. Aveva guardato Alec con tale disprezzo quando aveva realizzato che era un Corporate che Alec dubita che quell’uomo non abbia nessun contatto con Idris.

Forse è stato solo fortunato. O sfortunato, a seconda dei punti di vista, ad incrociarsi con Alec quella notte.

Alec trascorre molto tempo di fronte allo specchio del suo bagno quella notte. Il fascicolo su Nightlock è abbandonato sul tavolino da caffè nel suo salotto, dopo essere stato sottratto di nascosto fin troppo facilmente dal quartier generale, ma l’ha letto interamente tre volte e non ha appreso nulla in più rispetto a ciò che aveva dedotto da sé su quel tetto.

Piuttosto, fissa il suo riflesso oltre il lavandino, di cui stringe con forza i bordi, e prova a ricreare l’espressione che immagina aver avuto quando aveva chiesto se la sua parola di super era, in quanto tale, sufficiente a confermare che stava dicendo la verità.

Rimembra con trasparenza vivida il modo in era mutata l’espressione di Nightlock quando l’aveva detto. La pausa momentanea, il sottile guizzo dei muscoli della sua mandibola, il modo in cui la sorpresa gli era balenata negli occhi.

O per lo meno, Alec pensa che fosse sorpresa. Una sorpresa positiva, o negativa, non avrebbe saputo dirlo; ma gli è rimasta addosso, così come lo spettro del formicolio di quella strana energia sulla pelle.

Gira il pomello della doccia verso l’acqua bollente, anche se è consapevole che l’inquilino del piano di sotto si lamenterà per il rumore della caldaia, il che è più che ragionevole se consideriamo che sono quasi le tre del mattino. Sotto il getto dell’acqua bollente, Alec lascia che la sua pelle si arrossi; il calore scrosta i rimasugli della giornata dal suo corpo, e ora la sporcizia e il lerciume scivolano giù per lo scarico, le sue cosce e il suo petto pungono per il calore.

Indugia sotto il getto d’acqua finché il suo corpo non riesce, letteralmente, più a sopportarlo, al che chiude l’acqua con un movimento netto del rubinetto. Il bagno si fa velocemente silenzioso, il vapore lo circonda rendendo l’aria spessa e densa.

Alec strofina parte dello specchio per rimuovere la condensa e studia di nuovo il suo riflesso. La sua pelle è più rosea, e le tenui cicatrici di vecchie ferie sul petto e sul collo sembrano più bianche del solito, sottili peletti gli attraversano le clavicole e gli sbocciano come strani fiori sulle costole. Le spalle sembrano forti, però stanche, e non è una novità, ma è l’espressione dei suoi occhi la cosa più curiosa.

È nudo, ad eccezione dell’asciugamano annodato attorno ai suoi fianchi. È Alec, si è scorticato di dosso Sentinel, ma il suo sguardo non è uno sguardo che Alec abbia visto altre volte. C’è intensità in quello sguardo, un’attenzione particolare, un po’ dell’adrenalina di Sentinel sta ancora sobbollendo, ed è un’energia che di solito Alec non associa a… beh, ad Alec.

Alec è solamente stanco, ed è ovvio, il suo corpo è esausto, ma la sua mente –.

La sua mente è piena di vita.

Non si addormenta facilmente quella notte. Ma quando finalmente riesce a chiudere gli occhi, pensa all’uomo sul tetto. Non riesce a scrollarselo di dosso.

 

____________________

 

Alec torna su quel tetto la notte successiva, ma non arriva nessuno levitando dal cielo a prenderlo in giro. In un primo momento, Jace è profondamente deluso che il suo piano di programmare una sorta di incontro raffazzonato tra Victor Aldertree e Nightlock sia fuori discussione, ma dopo la terza notte che Alec ritorna sullo stesso punto Jace non è più irritato, è semplicemente stufo.

«Dai Alec, basta» si lamenta. «Stai esagerando. Probabilmente il fatto che tu l’abbia incontrato qui è stata solo una coincidenza. Magari ha di meglio da fare – Diamine, noi abbiamo di meglio da fare. Hai sentito la radio della polizia, c’è un inseguimento a mano armata che sta per attraversare il ponte, e io voglio andarci –».

Forse Jace non ha tutti i torti, il che è tutto dire. Non c’è nulla che leghi concretamente Nightlock a questo tetto, a parte la sua parola, e non c’è una ragione vera e propria per cui Alec possa fidarsi.

Forse era stato solo un punto lampeggiante sul radar. Una piccola onda nel riflusso giornaliero che Alec segue tutti i giorni. Non dovrebbe cercare di andare contro corrente. Non fa parte della sua routine.

E lui dovrebbe attenersi alla routine. 

 

____________________

 

La routine di Alec è piuttosto semplice.  

 Si sveglia alle prime avvisaglie di un’alba grigia; si trascina in metropolitana e poi in ufficio con appena quattro ore di sonno alle spalle; sta curvo sulla scrivania e si immerge nei numeri fino a che non può più stare in ufficio senza che qualcuno gli faccia domande su quello che lo aspetta a casa e che sta cercando di evitare, essendo ancora al lavoro.       
            La sua borsa a tracolla, piena dell’attrezzatura di Sentinel, con la tuta, l’arco e la faretra, è chiusa in un armadietto al piano di sotto, insieme ad una radio della polizia che controlla sempre al calar del sole.

Quando scende la notte, rinchiude Alec in quell’armadietto e scivola nell’oscurità nelle vesti di Sentinel. La ronda non ha una durata fissa – se sono in missione, a volte Alec non vede il letto nemmeno per sbaglio; di solito, però, lui e Jace, e talvolta Clary, gironzolano per la città alla ricerca di guai, che di solito trovano.

Non dovrebbero lavorare oltre l’una di notte – quando arrivano Aline e Helen –, ma Arkangel ha l’abitudine di avventurarsi nella tana del lupo, e Sentinel…

A Sentinel non piace lasciare le cose a metà. E ad Alec nemmeno. Specialmente se si tratta di qualcosa che potrebbe essere d’aiuto a qualcuno.

Fin troppo spesso resta fuori fino a tardi – dopo il turno, dopo il rapporto, dopo che Jace e Clary sono andati a casa, perché la sua mente non si arresta, ma anche quello fa parte della routine. Di solito gli serve una lunga e solitaria camminata per scaricare, e non è che il ventre di questa città trattenga il caos e gli omicidi quando Sentinel non è in servizio.

A volte incontra Aline ed Helen mentre sono di ronda e si ferma con loro per un po’. Altre volte, quando è nella zona nord, lo cercano Veil e Wolfsbane, trovandolo sempre, anche se Alec non li incrocia mai per caso.

La maggior parte delle volte, però, è solo.

Non è certo che la cosa gli piaccia. Certo, la quiete è confortevole, e l’essere in grado di udire i propri pensieri è meglio senza Jace che si lamenta di questa cosa o di quell’altra nel suo orecchio. Però – il vento sembra così freddo quando è solo, e quando piove, alle tre di notte, scroscia.

Izzy è sempre con lui. Non si scollega fino a che non lo fa Alec, anche se ciò significa stare in piedi tutta la notte, finché lui non si sente soddisfatto. Lei si lamenta, gli dice senza mezze misure che è uno stakanovista, o un maniaco del controllo, o che non si ferma mai, ma non si sognerebbe mai di non essere dall’altro capo della comunicazione se lui avesse bisogno di lei.

Alla fine, però, gli occhi gli diventano troppo pesanti; il corpo, per quanto ben addestrato, comincia a sentirsi indolenzito; e piuttosto di osservare le auto sfrecciare da un qualche trespolo di un qualche tetto, la mente di Alec comincia a vagare verso il pensiero del suo letto. È allora che fa ritorno, sperando che nessuno nel suo condominio noti la stessa ombra che cala sul suo balcone ogni notte.

La maggior parte delle giornate trascorre nello stesso modo. Di tanto in tanto ha dei giorni di riposo, ma in quelle occasioni si ritrova sempre a non sapere come intrattenersi, perché non è sicuro di cosa gli piaccia – il che è piuttosto tragico, l’ha realizzato da lungo tempo. Legge, magari guarda un po’ di TV mondana, ma alla fine rimane seduto sul divano con la testa fra le mani e gli occhi serrati con forza, impaziente di tornare là fuori, sul campo.

È tutto ciò che sa.

La routine gli dona tranquillità.

E, in una città come questa, Alec pensa di dover cogliere l’occasione di ogni tipo di tranquillità, non importa quanto contorta e torbida, perché solo Dio sa quando ricapiterà l’occasione.

 

____________________

 

C’è solo una cosa che non si adatta alla routine di Alec – beh, non proprio una cosa, quanto piuttosto una persona – e quella persona è Magnus Bane.

Sì, beh, è un po’ più complicato di così.

Non è che Alec si sorprenda nel vedere Magnus tutti i giorni. Lavoreranno anche in reparti diversi, ma lavorano pur sempre nello stesso edificio, e Magnus è il responsabile di Simon, quindi Alec riesce a comprendere il motivo per cui si incrocino così spesso, però –.

È il fatto che Magnus lo cerchi sempre per parlargli che coglie Alec di sorpresa, ogni volta. Il che non è una gran cosa, perché se Alec è felicissimo di osservare Magnus da lontano, d’altro canto non è molto abile nel non farsi cogliere in flagrante – e Magnus, che evidentemente possiede una qualche sorta di sesto senso che gli indica quando qualcuno lo sta osservando da una parte all’altra della stanza, si volta sempre ad offrire ad Alec un sorriso subdolo, un sorriso che gli ha quasi fatto rovesciare il caffè sulla scrivania più di una volta.

La sua coordinazione occhio-mano sembra prendersi una vacanza quando è al lavoro. I suoi genitori lo sgriderebbero, ne è certo.

Le prese in giro benevole e le chiacchiere – e il flirt giocoso, come ci tiene tanto a puntualizzare Simon –, forse Alec potrebbe definirle routine. Succede quasi tutti i giorni.

È solo che – non è quasi mai lo stesso. Alec non è mai del tutto sicuro di quel che dirà Magnus, e questo gli fa accartocciare la lingua nella fretta di proferire parola, qualsiasi parola, che, di conseguenza, finisce per uscire in modo troppo schietto o sincero. A volte Magnus causa un corto circuito tra il suo cervello e la sua bocca.

A volte Alec si chiede cosa succederebbe se fosse un essere umano funzionale.

Se fosse un essere umano normale, questo è ciò che intende. Se potesse rispondere davvero senza sembrare un idiota maldestro o perpetuamente incavolato ai punzecchiamenti di Magnus, che sono al limite dell’essere appropriati sul posto di lavoro. Se potesse – oh, non lo sa proprio – vedere cosa succederebbe se permettesse a tutto ciò di filtrare oltre il rigido confine del “dalle 9 alle 17”.

È una fantasia. Alec fantastica parecchio. Sul suo lavoro d’ufficio come suo unico lavoro; sul trascorrere le serate al bar con gli amici, o l’andare a cena con qualcuno di speciale, o il sorseggiare vino sul divano, piuttosto di fare il lecchino nei confronti dei politici e rincorrere criminali nei vicoli bui.

Fantastica sugli “e se?”.

Questa sera, tuttavia, mentre Alec fissa sul monitor un tabulato particolarmente trito che deve essere portato a termine prima che stacchi, gli sovviene un pensiero, qualcosa che qualcuno gli ha detto di recente.

“Non mi piace trattare con i se e con i forse, quindi evitiamocelo”.

E questo lo interrompe, la sua mano ferma sulle labbra, gli occhi che si appannano mentre le celle vuote del tabulato lampeggiano.

Chi gliel’aveva detto? Di sicuro non era stato Jace, e nonostante potessero essere stati i suoi genitori, non gli sembra il modo in cui lo direbbero –.

Con la vista periferica Alec vede qualcuno avvicinarsi, serpeggiando tra le scrivanie – la silhouette alta e affilata è sicuramente quella di Magnus –.

Oh, era stato quell’uomo sul tetto. Nightlock.

«Alexander!» esclama Magnus, entrando nello scomparto di Alec con un sorriso luminoso e vivace sul volto. Sembra essere particolarmente in tripudio oggi e la sua giacca sembra abbinarsi: un bellissimo blu marino, intarsiato con fili d’argento che luccicano e ammiccano ad Alec sotto la luce fluorescente dell’ufficio.

Magnus batte le mani; anche i suoi anelli tintinnano. Attira immediatamente l’attenzione di Alec, che si risveglia dal suo essere assorto.

«Magnus – ciao» dice, sbattendo le palpebre per tornare alla realtà. «Uhm – cosa – cosa posso fare per te?». 

Il sorriso di Magnus non fa che ampliarsi. Con fare teatrale incrocia le braccia e appoggia il pollice sul labbro inferiore mentre abbassa lo sguardo su Alec, pensieroso.

La nuca di Alec si intiepidisce – ancora una volta, aspetta di scoprire cosa Magnus potrebbe dirgli, e realizza che lo rende… agitato? È agitazione questa?

Magnus non lo delude.

«Dunque, stavo pensando» esordisce Magnus, sempre guardando Alec. «Quel posto in cui fanno hamburger nell’East Village che Simon ha menzionato la settimana scorsa –».

Alec sente la fronte aggrottarsi.

«Beh?».

Magnus solleva una mano per accarezzarsi con un dito il padiglione auricolare, tirando lievemente il piccolo earcuff argentato. È un’abitudine che Alec ha notato sempre più spesso negli ultimi tempi, anche se non è certo del suo significato.

«Ho parlato con Simon per avere l’indirizzo» continua Magnus. «E ho chiesto anche ad un paio di amici, pare che abbia delle recensioni molto buone. E poi questa mattina, neanche a farlo apposta, stavo leggendo il giornale e ho notato un inserto pubblicitario – e tu credi nel destino, Alexander?».

Alec sa che lo sta punzecchiando, ma non è certo della modalità. La lingua gli sembra essere gonfia.

«Se… Se credo nel destino?». Alec si gratta un sopracciglio. «Perché?». 

Magnus lancia un’occhiata all’orologio al suo polso e poi si appoggia pesantemente sul divisorio, valicando lo spazio personale di Alec, cosicché la sua voce non venga udita ovunque nell’ufficio.

Alec sbatte le palpebre.

«Per una cena, Alexander» risponde sommessamente. «Sembra che qualcuno lassù mi stia mandando un segnale e – beh, forse gli hamburger dell’East Village saranno il mio portafortuna».

Alec sa di essere ancora accigliato – e vorrebbe tanto non esserlo. Le sue orecchie devono essere in fiamme.

Se non altro, Magnus persiste.

«Io, uhm» comincia Alec, prima di schiarirsi la gola. «Intendi stasera?».

Il sorriso di Magnus si allarga, e Alec desidera con tutto sé stesso che non l’avesse fatto, perché avverte di nuovo quello sfarfallio nel petto che, ardendo, scaccia i sentimenti grigi. Ci è vagamente dipendente, e un giorno si rivelerà essere un problema.

Diamine, è già un problema. Dovrà deludere Magnus per l’ottava volta.

«Solo se non hai già dell’altro da fare» afferma Magnus. «Tu stacchi tra quanto, un quarto d’ora? Io, beh, posso staccare quando voglio». Sorride, ma probabilmente non ottiene da Alec la reazione che aveva sperato. Il suo tono cambia, un po’ più professionale mentre si raddrizza di nuovo. Le dita ritornano a giocherellare con l’earcuff. «È per dire – stranamente ho la serata libera, e pensavo di dover fare qualcosa di piacevole, in compagnia. E Simon ha suggerito una così buona idea, dopo tutto –».

«Non posso» dice Alec repentinamente. È vero. Ha la ronda stasera e lui e Jace hanno ricevuto una soffiata su un grosso affare che coinvolge il narcotraffico nella zona della baia e devono per forza esserci – altrimenti il sindaco non li ricompenserà.

Il sorriso di Magnus non vacilla nemmeno per un attimo. Davvero, è una testimonianza del suo buonumore, e Alec odia doverlo mettere alla prova così spesso. Ma – è meglio così.

«Non ti preoccupare» risponde Magnus. «Era solo un’idea, un’idea dell’ultimo momento se proprio vogliamo».

«Mi dispiace» dice Alec. «Io, uhm – è solo che ho da fare e non posso…».

«Non devi scusarti, Alec» dice Magnus con una scrollata di spalle. «Magari la nona volta sarà quella buona».

 

____________________

 

L’accaduto causa ad Alec un umore particolarmente amaro quella notte – umore che inevitabilmente riversa su Jace. Non interferisce con la loro missione – Alec è un professionista –, ma più tardi, quando si stanno riposando su un tetto e Alec sta pulendo tutte le frecce che ha recuperato, Jace decide di aver qualcosa da dire.

«Sei davvero di cattivo umore stasera».

Jace non fa molti giri di parole. A volte è una benedizione. Generalmente è una scocciatura.

Stanotte Alec non è dell’umore giusto per parlare, figurarsi parlare di cose come Magnus e il lavoro, che Jace in ogni caso non capirebbe. L’intera vita di Jace riguarda il lavoro Corporate e lui è letteralmente inciampato nella sua relazione con Clary senza nemmeno dover superare i soliti tranelli. Ad essere onesti, è piuttosto ingiusto.

«Hai mai anche solo pensato di poter essere stato tu a causarmi il malumore?» borbotta Alec.

«E perché mai l’avrei fatto?».

«Niente, lascia perdere» risponde Alec. «Sono solo stanco».

Jace scuote le ali, dopo averle controllate per accertarsi che non abbiano subito dei danni, e si erge in piedi, con le ali teatralmente spiegate nell’oscurità. È sempre una vista piuttosto impressionante, la sua posizione trasuda potere mentre il titanio argentato coglie tutte le luci nomadi della città in riflessi di un pallido lilla, un bianco stupefacente e un blu piovoso.

Ad Izzy piace definirlo “palla stroboscopica ambulante”.

«Tu sei sempre stanco» sospira Jace, roteando le spalle mentre si riaggiusta il peso delle ali sulla schiena. Qualcosa schiocca in modo soddisfacente e Jace si lascia sfuggire un piccolo fischio, prima di rivolgere nuovamente lo sguardo ad Alec. «È il lavoro? L’altro lavoro, intendo».

«Qualcosa del genere».

Jace si incupisce. Alec conosce quello sguardo – è lo sguardo di quando sta per offrire un’opinione che Alec non gli ha richiesto.

«Ehi, senti» comincia Jace. «Tu sai che io non capisco perché tu ti trascini in quell’ufficio tutti i giorni a giocare alla famigliola con quell’insopportabile tizio, Simon. Non devi mica farlo per forza. Potresti semplicemente licenziarti e ritrasferirti al quartier generale».

«Non affronteremo di nuovo questo discorso, Jace. Lo sai il motivo» ribatte Alec, ispezionando diligentemente le sue frecce.

Jace arriccia il naso – è una cosa che fa Clary quando è irritata.

«No» dice Jace lentamente. «No, Alec, non lo so il motivo. Maryse e Robert hanno ragione, sai – non puoi far quadrare l’essere un super e il lavoro allo stesso tempo. Sei esausto tutto il tempo. Sono solo preoccupato per te».

Il cuore di Alec si addolcisce leggermente, ma non abbastanza. Piuttosto, le sue spalle si affossano e con la quantità di stanchezza con cui le parole gli fuoriescono dimostra a Jace quanto abbia ragione.

«Non devi preoccuparti per me. Sto bene. Sul serio. Te… Te lo direi se così non fosse».

«Ah sì?» rimbecca Jace. Il suo tono implica che entrambi conoscono la risposta a quella domanda.

«Sì. Certamente».

È una bugia.

Dopodiché si separano – è tardi, Jace deve tornare al quartier generale a compilare i documenti per il verbale e Alec deve affrontare una lunga camminata verso casa.

Ma non andrà a casa subito. Hanno trascorso la maggior parte della notte accampati nell’area vicino al molo ad osservare le macchine fare avanti e indietro, catturando una quantità di persone che la polizia non avrebbe mai arrestato considerando il ritardo con cui si è fatta viva. Di conseguenza, Alec non ha veramente fatto la ronda – non che i suoi genitori lo sappiano o che sia di loro interesse – e ci sono un paio di posti che vuole controllare prima di considerare la nottata conclusa.

È un’abitudine. Forse paranoia. Ma dormirà meglio se ci dà un’occhiata.

È nel mezzo del distretto finanziario quando la voce di Izzy crepita nel dispositivo di comunicazione nel suo orecchio.

«Jace dice che sei di pessimo umore».

«Non sono di pessimo umore. È Jace che rompe».

«Sai vero che il fatto che rompa di solito vuol dire che è preoccupato per te? È il suo modo di dimostrare il suo lato sentimentale».

«Vorrei che non lo facesse».

Izzy non dice nulla per un po’, quindi Alec si domanda se la conversazione non sia giunta al termine. Forse stanotte lo lascerà fare quello che sta facendo, parlandogli solo quando ha bisogno della sua presenza.

Non è così fortunato.

Alec è in cima ad un albergo e sta cercando di calmare i suoi sospiri attraverso il mirino della teleferica che conduce al tetto successivo quando lei proferisce di nuovo parola, interrompendolo.

«Ne vuoi parlare?».

«Di cosa?».

«Alec…» sospira, e lui la immagina mentre si massaggia il ponte nasale, come fa spesso anche lui quand’è esasperato. «Suvvia Alec, non puoi mentire a me. C’è qualcosa che ti turba, lo so».

Potrebbe negarlo. Potrebbe relegarla al trattamento del silenzio – è orribilmente bravo in questo.

Ma – non gli piace mentire a Izzy. Lei riesce sempre a vedergli attraverso, e lo farebbe sentire uno schifo.

«Si tratta di una cosa… davvero stupida» dice abbassando l’arco. «Magnus… Magnus mi ha chiesto di nuovo di uscire. E io gli ho detto di no. Di nuovo». 

Dal capo della comunicazione di Izzy qualcosa sferraglia al suolo, e Alec la immagina scattare ritta sulla sedia quando Magnus viene nominato. È incredibilmente dedita a questa saga e Alec vorrebbe non avergliene mai parlato.

«Ed è lo stesso Magnus che ti ha chiesto di andare a cena con lui il mese scorso?» chiede. 

«Quanti Magnus pensi che io conosca?» replica Alec crucciandosi, ma Izzy non lo sta ascoltando.

«E tu non gli hai detto di sì?» lo implora. «Alec!».

«Perché mai dovrei dirgli di sì, non ho tem-. Io non so nulla di lui» sospira Alec, passandosi una mano fra i capelli. Dà un’occhiata in giro e individua un condotto di ventilazione su cui appollaiarsi, ed è come se le sue gambe diventassero gelatina nel momento stesso in cui si siede. 

«Iz…». 

«Ecco perché devi dire di sì! Così puoi conoscerlo meglio. Generalmente funziona così con gli appuntamenti». 

«Sì, beh» borbotta Alec, «sai che non è così semplice. Io non posso semplicemente… non si può semplicemente andare in giro a chiedere ad altri uomini se – non adesso. Sai come la pensa la gente. E poi – cosa succederebbe se gli avessi detto di sì, fossimo usciti e mi avesse fatto delle domande su di me? Non posso dirgli la verità. È tutto più semplice se gli dico di no ogni volta che me lo chiede. Magari smetterà di farlo».

«Dio mio, tu sì che sai essere un guastafeste» si imbroncia Izzy, ma Alec può affermare dal suo tono di voce che non insisterà ulteriormente. Izzy sa che lui è nel giusto. Anche se ciò non lo fa sentire profondamente soddisfatto di sé. 

«Preferisco così, Iz» mormora. «È più semplice. Ha… più senso».

Ha più senso perché nessuno si fa male. Nessuno si fa male, nessuno diventa l’oggetto del gossip in ufficio, nessuno diventa un paria per strada perché come si fa ad essere un omosessuale in un mondo appena post-mandato-di-Reagan e non essere evitato come la peste nell’istante in cui qualcuno scopre con chi preferisci andare a letto –.

Nessuno lo direbbe ai suoi genitori –.

Il silenzio della comunicazione diventa cauto. Il nuovo millennio arriverà anche nel giro di otto anni, ma è come se vivessero negli anni Cinquanta. Forse Izzy sta pensando alla stessa cosa: i titoli di prima pagina dei giornali, la propaganda nei telegiornali della sera, la quantità di centri di accoglienza per malati di AIDS che sono stati messi a ferro e fuoco o coperti di graffiti nella notte da persone accecate da una paura ridicola nei confronti di qualcosa che non conoscono… la stessa paura con cui accusano i supereroi.

Alec si scrolla di dosso il pensiero. Non è una novità. È così che gira il mondo da quando ne ha memoria, e anche se non dovrebbe dover dire che ci è abituato, avendo necessità di tenere un basso profilo e non lasciando che i suoi occhi indugino un po’ troppo a lungo su un altro uomo che gli passa accanto… ci è abituato.

E poi – Magnus non dice sul serio. Chiede ad Alec solo perché è facile punzecchiarlo, perché Alec è divertente quando la sua faccia diventa chiazzata e le parole si inceppano come un disco rotto su un continuo “uhmm”. A Magnus non dispiace sul serio quando Alec continua a dire di no.

Alec lo sa. È solo una distrazione.

«Alec» dice Izzy, trascinando le vocali del suo nome nel modo in cui fa sempre quando è stufa, stufa morta, di sentire le sue scuse. «Se è per… se è perché temi che mamma e papà lo scoprano, ti giuro che non –».

«No» la corregge velocemente Alec. «Non è per loro, Iz. È solo che non – non è qualcosa che voglio in questo momento, okay?».

C’è un momento di silenzio prima che Izzy parli di nuovo, un momento in cui Alec è dolorosamente conscio del groppo nella sua gola.

«Puoi ammettere di essere spaventato, sai».

Alec la schernisce: «Iz, dai».

«Alec».

Non deve dire nient’altro: il suo nome è già abbastanza pesante, anche nel crepitio del dispositivo di comunicazione. Parla di una verità che Alec non vuole affrontare.

C’è questa dicotomia tra le sue due vite. Alec e Sentinel non sono due facce della stessa medaglia – sono persone completamente diverse, che si battono per due realtà completamente diverse. Alec lo sa, ma abbastanza spesso è più facile nascondere la testa nella sabbia e non pensarci affatto.

A volte si chiede se possa davvero definirla vita quella che esperisce durante la giornata. Non gli è permesso fare quello che vuole, quando vuole. Non gli è permesso accettare di andare a bere qualcosa con i colleghi dopo il lavoro. Non gli è permesso guardare un altro uomo e chiedersi “e se?” senza pensare a tutti gli altri “e se?”. Piuttosto, passa ore a pensare a cosa sarebbe successo se avesse potuto fare un’altra scelta durante la sua infanzia.

Essere Alec a volte è come essere un sostituto. Qualcosa che fa passare il tempo tra l’alba e il tramonto, uno stato di purgatorio bizzarro che Alec ha accettato come normalità.

È intorpidito. Ecco quello che è. È solo intorpidito, e forse Alec ci si è abituato, quel nomade ronzio dei muscoli, il modo in cui le dita scoccano una freccia come se avesse il pilota automatico, ma non riesce davvero a sentirlo.

«La prossima volta che te lo chiede… magari dovresti accettare» dice Izzy, ma la sua voce è gentile ora, meno provocatoria. Quando Alec prova a protestare lo interrompe: «Alec, almeno provaci. Una volta sola. Non cambierà nulla a meno che non faccia tu qualcosa a riguardo. Ti getti dai palazzi e disarmi le persone e segui Jace in tutte le sue sconsiderate avventure – non vedo come potrebbe andare peggio».

«Ci penserò».

«Non è un no».

«Ma nemmeno un sì».

 

____________________

 

Il giorno dopo Magnus è sempre il solito, come se il rifiuto di Alec la sera precedente non gli facesse né caldo e né freddo. Alec non è sorpreso. Ma magari non era stato proprio così.

E tuttavia – non può fare a meno di sentirsi un po’ in colpa quando Magnus si ritrae da una conversazione apparentemente tesa con un altro responsabile per lanciare un sorriso ad Alec quando quest’ultimo si trascina in ufficio, con le bravate della notte precedente impresse sui capelli scompigliati e lo sguardo vacuo.

Alec arrossisce, distogliendo velocemente lo sguardo. Simon alza un sopracciglio verso Alec oltre la parte superiore del monitor. Mima con le labbra: “hai visto? Perché io sì”.

Fa ingarbugliare le sue budella. Alec non sa nemmeno da che parte cominciare per sgarbugliarle, quindi nemmeno ci prova.

Se lascia che le cose vadano come devono andare, passerà. Passa sempre. Simon lo tormenterà, e Magnus forse gli chiederà di uscire di nuovo fra circa un mese, e Izzy solleverà gli occhi al cielo in un profondo stato di disperazione quando Alec glielo racconterà.

E Alec –.

Alec lavorerà sodo per coltivare quella flebile fiammella dentro di sé, quella che l’attenzione di Magnus alimenta, stando attento a non lasciarla estinguere e a non farla accrescere troppo, perché scopre che teme entrambe le eventualità.

Izzy ha ragione. È spaventato. È spaventato da molte cose, ma l’essere un super? Avere dei superpoteri?

Non ci si può permettere cose come la paura. Non in questo tipo di lavoro.

Quindi, dice a sé stesso di non provare paura. Gli si ritorcerà contro.