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Characters:
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Italiano
Stats:
Published:
2021-08-02
Updated:
2021-08-02
Words:
7,567
Chapters:
1/?
Comments:
1
Kudos:
6
Hits:
132

After Hours

Summary:

La maggior parte delle persone pensa che, quando si arriva a certi livelli, è perchè si è sempre saputo quale fosse la propria strada. Come una specie di destino segnato, di cui diventeresti consapevole appena raggiunta l'età della ragione e che, quindi, più che un obiettivo, assume l'espressione di una sentenza. Vuoi ribellarti a ciò che sei? Non ci riusciresti nemmeno volendo, per cui ti arrendi e segui il flusso predeterminato degli eventi.
Non è così.

Notes:

La seguente storia è frutto di fantasia dell'autrice. I personaggi utilizzati, pur avendo il nome e l'aspetto di persone realmente esistenti, sono anch'essi frutto della fantasia dell'autrice, così come le vicende che li vedono coinvolti, fatta eccezione per i fatti storici realmente accaduti nella misura in cui gli stessi sono stati documentati.
Chiaramente, non s'intende dare una rappresentazione o interpretazione reale o realistica nè delle vicende nè dei protagonisti delle stesse. Quindi, non c'è alcun intento di recare offesa così come nessun intento di fornire una relazione veritiera della realtà.

(See the end of the work for more notes.)

Chapter 1: First lap

Chapter Text

GP di Spagna - 2016
"E' incredibile...sembra che la Mercedes di  Rosberg stia rallentando...Hamilton non si lascerà scappare questa occasione! E infatti, eccolo che attacca all'interno! Ma Rosberg chiude! E Hamiltono è fuori. Ma cosa...?! Hamilton perde il controllo dell'auto sull'erba! Oh no! La sua auto colpisce il compagno e...! sì...sono fuori. Incredibile. Entrambe le Mercedes sono fuori al primo giro. Questo Gran Premio è appena iniziato e già regala sorprese! Restate con noi per scoprire come si evolverà una gara che vede fuori, al primo giro, entrambi i favoriti per la vittoria."


First lap
La maggior parte delle persone pensa che, quando si arriva a certi livelli, è perchè si è sempre saputo quale fosse la propria strada. Come una specie di destino segnato, di cui diventeresti consapevole appena raggiunta l'età della ragione e che, quindi, più che un obiettivo, assume l'espressione di una sentenza. Vuoi ribellarti a ciò che sei? Non ci riusciresti nemmeno volendo, per cui ti arrendi e segui il flusso predeterminato degli eventi.
Non è così.
So che sembra strano. In fondo, io per primo ho confermato in più di un'occasione di aver "sempre saputo" che sarei stato questo: che avrei fatto il pilota in Formula 1. 
Ma non è così.
Sul serio.
Quando ero un bambino, che il padre portava a correre alle gare di kart ogni fine settimana, quello che sapevo era che avrei finito gli studi e avrei trovato un lavoro. Se fossi stato più fortunato dei miei genitori, avrei sposato una brava ragazza con cui non sarebbe stato un litigio continuo e con cui avrei avuto dei figli. Avremmo comprato una casa in periferia, da qualche parte, in qualche posto in Inghilterra. Avrei avuto un cane o due – quello sì, mi sono sempre piaciuti i cani! - un bel gruppo di amici con cui andare al pub al venerdì sera e un mucchio di problemi ordinari – come fare la spesa e pagare le bollette – a cui badare il resto della settimana. 
Pensate che fosse una prospettiva miserabile? Io non l'ho mai vista in questo modo. Davvero. Non è arroganza, è solo consapevolezza che la normalità è quello che aspetta la maggior parte delle persone e, per questo, non è necessariamente miserabile. Solo...normale, appunto.
Per cui, nonostante la leggenda, che vuole che io mi sia presentato a Ron Dennis affermando orgogliosamente "sono il tuo uomo" – e tutto questo alla "veneranda" età di dieci anni – la realtà è che non pensavo affatto che un bel giorno mi sarei trovato davvero a sedere in una McLaren su una pista di Formula 1.
Ma, a volte, le cose s'incastrano. Quel flusso di eventi, che non è così predeterminato come si crede, prende davvero una piega precisa e tu ti ritrovi a seguirlo comunque.
E' quello che è successo a me nel 2000.
Fino a quel momento, credo che mio padre fosse stato il mio più grande fan. Di sicuro, era quello che mi rese possibile arrivare al 2000 e al momento in cui qualcun altro stabilì di voler cambiare la mia vita. Qualcuno che era poco più di un nome, scritto tra un mucchio di altri nomi che la mia anima di fan delle corse e delle macchine veloci ricordava a memoria. Qualcuno che era il padre – e forse avrebbe, per questo, dovuto essere il più grande fan – di un altro bambino, il cui destino era scritto quanto il mio.
A volte mi chiedo cosa sarebbe successo se Keke Rosberg non mi avesse notato, se non avesse deciso di seguire i miei progressi e se non avesse stabilito di voler scommettere su di me, come aveva scommesso su suo figlio. 
A volte me lo chiedo, ma alla fine mi dico che, siccome nessuno ha davvero una sorte scritta nelle stelle, tanto vale lasciare indietro il corso di eventi già consumati e guardare solo avanti.
***
Hatfield - 1999
-Papà! Telefono.
Anthony Hamilton prese al cornetta che il figlio gli allungava e la avvicinò all'orecchio, seguendo, poi, con lo sguardo Lewis tornare a sedere sul divano, davanti alla televisione, e riprendere in mano il libro di biologia che aveva abbandonato solo un attimo prima.
-Sì, pronto?
-Mr. Hamilton?
-Sì, sono io. Con chi parlo?
Lewis rotolò sul divano, schiacciando la testa contro uno dei cuscini nel tentativo di schermare quanto più possibile il suono della voce del padre. Anthony sorrise e si spostò leggermente, per portarsi dietro il muro della cucina e cercare così di essere meno rumoroso. 
-Lei non mi conosce...o meglio...ci siamo visti in un paio di occasioni, ma non credo si ricordi. Sono Keke Rosberg.
Una pausa di silenzio. 
Lewis girò la pagina del libro e cominciò a leggere un nuovo paragrafo, una matita, con la punta masticata, tra le dita.
-...sì.- sussurrò Anthony, gli occhi di nuovo fissi sul figlio.- So chi è lei.- confermò quietamente.- Come ha fatto ad avere il mio numero?
-Oh, amici degli amici!- ridacchiò la voce al telefono, mantenendo un tono piacevolmente cortese e disteso.- Ha qualche minuto da dedicarmi?
Nella testa dell'uomo, a cui quella domanda era rivolta, passarono un mucchio di risposte possibili, nessuna delle quali aveva abbastanza senso da poter essere espressa ad alta voce. Si limitò a mugugnare un assenso a labbra chiuse, gli occhi incollati sul ragazzino che, ora, sfregava la punta della matita sui fogli, sottolineando le frasi più rilevanti del paragrafo.
-In realtà, sarebbe meglio se potessimo vederci, ma siccome non sarò in Inghilterra prima della prossima settimana, ho pensato che, intanto, potevo cominciare ad accennarle qualcosa telefonicamente.
-Non è in Inghilterra.- ripeté meccanicamente Anthony.
-No.- confermò la voce di Keke Rosberg in tono colloquiale.- Non che sia un problema. Sarò lì...- Una nuova pausa, probabilmente per consultare un'agenda.
"Le persone importanti lo fanno", considerò Anthony.
-Credo tra martedì e mercoledì. - concluse la voce - Pensa che potreste raggiungermi a Woking per quei giorni?
-...mi scusi, ma perchè dovrei venire a Woking?
Una nuova risata. La voce riprese, appena più imbarazzata: Mi perdoni! Ha ragione. Si tratta di un nuovo progetto che stiamo valutando con Ron e pensavamo che potesse interessare anche il suo ragazzo.- riferì stringatamente.- Lewis, giusto?- chiese poi, in tono gentile.
Lewis, sì. Lewis che in quel momento aggrottava la fronte, concentrato nel decifrare le parole incomprensibili con cui il testo di biologia descriveva il funzionamento delle cellulare che componevano un essere vivente. Lewis che, molto probabilmente, avrebbe preferito studiare il modo in cui funzionava il motore del suo kart e che, per questo, passava il proprio tempo libero in garage, con il suo papà, a ripararlo dopo ogni gara. 
-Lewis, sì.- confermò Anthony.- Mi scusi ancora, ma "Ron"...?
-Dennis!
La risposta fu data in un tono che sottintendeva, nemmeno troppo velatamente, un "è ovvio!", a cui Anthony avrebbe voluto rispondere che "no, non c'era nulla di ovvio" per lui, impiegato delle Ferrovie, che viveva con la sua seconda famiglia in una casa troppo piccola per tutti loro. 
-Dennis, certo.- ironizzò Anthony.- Mr. Rosberg, posso chiederle qualche indicazioni più precisa su questo progetto o-
-Si fidi di me, Mr. Hamilton...Anthony.- si corresse Keke Rosberg, affabile.- Non rimpiangerà di aver accettato di incontrarmi.- promise.
Lewis sbuffò, rigirandosi nuovamente sul divano, il libro schiacciato sul viso in un gesto disperato. Anthony chiuse gli occhi.
-Ci vediamo a Woking. Martedì o mercoledì. - concesse.- Mi faccia sapere esattamente quando e dove.
-Certo! La ringrazio per la sua disponibilità. E la prego, mi chiami Keke!
-...Keke.- annuì Anthony.
Dopo aver riattaccato raggiunse il divano. Quando spostò il libro dal viso di Lewis, lui gli ricambiò lo sguardo con un'espressione stanca e tirata. Anthony sorrise.
-Finisci questo capitolo, dai. - lo incitò - Poi porto te e tuo fratello a prendere un gelato!
***
La prima volta che ho visto Nico, ho pensato che lui e suo padre si somigliavano tantissimo.
In realtà, se ci ripenso adesso, mi rendo conto che non sono affatto sicuro ci fosse tutta questa somiglianza, era solo che io, ragazzino emozionato, non riuscivo a staccare gli occhi da Keke Rosberg e, nella mia testa, suo figlio non poteva che esserne l'immagine esatta. Un campione fatto di oro e avorio, con occhi che ti raggelavano con un solo sguardo e un'espressione fiera e sicura ad affrontare il mondo.
Per la verità, Keke era una persona alla mano, uno che sapeva metterti a tuo agio, quando voleva fartici sentire, che si lasciava coinvolgere volentieri in uno scherzo e in una conversazione, qualunque ne fosse il tenore. 
Ovviamente, questo è il Keke che conoscevo io.
Nico, se gliene parli, ha di suo padre un'idea molto diversa e non mi sento di biasimarlo. Ad anni di distanza da quel primo incontro, ho imparato molto del loro rapporto. Troppo, per non rendermi conto di ogni angolo e di ogni stortura. Nico è bravo a nascondere le proprie emozioni, se ne sente il bisogno, e sicuramente, quando si parla di suo padre, nascondere quello che prova è la sua priorità. Ma la complessità del loro rapporto è tale che ci ho messo una vita intera a capirli e a capire ogni sfumatura delle frasi criptiche con cui l'uno si rivolge all'altro o, semplicemente, l'uno parla dell'altro.
Quel giorno, mentre con mio padre venivamo accolti nell'atrio del McLaren Technology Center da un Ron Dennis sorridente e da un Keke Rosberg entusiasta, io pensavo solo che il ragazzino biondo, pochi passi più indietro, somigliava dannatamente ad uno dei due. 
Ma la verità era che non stavo guardando.
***
MTC, Woking - 1999
La segretaria dai capelli rossi, perfettamente raccolti in uno chignon castigato che le rendeva il viso spigoloso, posò davanti ad ognuno di loro una tazza di tè fumante. Poi, posizionò al centro del tavolo il bricco del latte, la zuccheriera ed una teiera piena.
-Grazie, Samantha.- fu il quieto modo in cui Ron Dennis la congedò. 
La segretaria dai capelli rossi rispose con un silenzioso cenno del capo e uscì con un sorriso che non riuscì a distendere nemmeno uno degli innumerevoli spigoli del viso. Quando lasciò la stanza, Lewis la seguì con lo sguardo. Quindi, tornò a fissare il ragazzino biondo, suo coetaneo, seduto esattamente di fronte a lui dall'altra parte del lungo tavolo, nella sala riunioni che occupavano ormai da una mezz'ora buona. 
-Quindi, fatemi capire bene.- ricominciò suo padre, al suo fianco, in tono monocorde. 
Lewis si chiese come riuscisse ad essere tanto pacato. Lui si sforzava di rimanere impassibile, ma avrebbe volentieri iniziato a saltellare sulla sedia, se non fosse stato consapevole di quanto sarebbe stato inopportuno.
-La vostra idea è di mettere su una squadra apposta per loro due?- E qui Anthony indicò, in modo esaustivo, entrambi i ragazzini presenti nella stanza.- Solo per loro?- ribadì.
Beh, ok...poteva sembrare strano, ma insomma! Era anche fottutamente splendido, no?! Lewis girò la testa a fissare suo padre. Avrebbe voluto dirgli esattamente quello, ma come per il saltellare di gioia, sarebbe stato dannatamente fuori luogo. Quindi, non disse nulla.
Keke Rosberg rise.
-Esatto, Anthony. Ti sembra così assurdo?- interrogò divertito.
Ron fece eco a quella stessa ilarità con il proprio sorriso sornione, ruotando lo sguardo dall'uno all'altro uomo.
-Per la verità, l'idea è di fare un...esperimento?- Ron cercò l'approvazione di Keke sull'uso di quel termine e l'altro gliela concesse con un cenno del capo.- Keke è molto impressionato dalle qualità di tuo figlio, Anthony.
Lewis si chiese quando fossero passati a quel "tu" tanto confidenziale, ma accantonò la domanda il momento successivo. In fondo, era Ron Dennis quello che stava parlando a suo padre della possibilità di fargli firmare un contratto con la McLaren.
-Lui pensa che sarebbe un ottimo compagno di squadra per suo figlio.- E qui allungò una mano in direzione del ragazzino biondo, per cui anche Lewis tornò a scambiare con l'altro uno sguardo silenzioso attraverso il tavolo.- E io sono d'accordo sul dare ad entrambi una possibilità. Se questa cosa dovesse funzionare, potrebbe essere il trampolino di lancio di Nico e Lewis, ma anche l'inizio di un progetto a lungo termine per la formazione di giovani piloti.
-Una sorta di programma per scoprire talenti e portarli, mano nella mano, fino alla massima categoria.- precisò Keke.
-...Formula 1...- fu il sussurro sorpreso che Lewis si lasciò sfuggire.
Si guadagnò un'occhiata trasversale da parte di tutti e tre gli adulti e un cenno di assenso silenzioso  di Keke, che gli sorrise.
-Esatto, ragazzo. Tu vuoi correre in Formula 1, vero?
Fu il turno di Ron di scoppiare a ridere.
-Me lo ha già fatto presente in un'altra occasione!- precisò, ricordando a Lewis della prima volta che avevano avuto modo di incrociare le proprie strade.
Il ragazzo arrossì e non trovò niente di intelligente da replicare. Rimase in silenzio.
-Non è che la cosa non suoni allettante...- borbottò Anthony a quel punto, inserendosi nuovamente nella conversazione.
-Ma?- chiese Keke, mentre sia lui che Ron fissavano l'uomo con un'identica espressione perplessa in viso.
-Lewis ha quindici anni e sta studiando e voi mi chiedete di mandarlo in Italia, lontano dalla sua famiglia, per correre nei kart con la possibilità, forse...un giorno...se tutto andrà bene...
-Di diventare un pilota di Formula 1.- concluse Lewis al suo posto, un tono sognante e uno sguardo brillante ad illuminarne gli occhi. Quando si voltò verso suo padre, l'uomo seppe di aver già perso quella battaglia ancor prima che il figlio riprendesse, in tono eccitato.- Voglio farlo.
Anthony sospirò.
-E' un contratto vero e proprio, Anthony.- sottolineò Keke incoraggiante.- Un lavoro.
-Per un quindicenne.
-In questo mestiere si diventa vecchi in fretta.- fu il commento asciutto che strappò all'ex pilota.
Ad Anthony quella battuta non piacque e non fece niente per nasconderlo. 
Ron intervenne a quietare gli animi.
-I ragazzi saranno seguiti da un tutor. Nessuno di noi vuole che perdano anni di scuola, continueranno a studiare regolarmente ma l'essere inseriti in una squadra darà loro disciplina, orari e metodo di lavoro. Cominceranno a pensare già come se fossero in un team professionale.
-Saranno in un team professionale.- precisò Keke con durezza.
Ron annuì.
-Non hai nulla da temere sotto questo profilo, Anthony.- proseguì quest'ultimo - E non hai nulla da temere nemmeno con riguardo al futuro sportivo di tuo figlio: se Lewis è bravo la metà di quanto dice Keke, puoi stare certo che lo dimostrerà a tutti e che la McLaren non avrà alcun interesse a lasciarselo scappare.
Anthony spostò lo sguardo dai due adulti al ragazzino biondo, che sedeva in silenzio accanto al padre. 
Sembrava un pulcino catapultato in un mondo fatto di squali affamati. 
Si chiese distrattamente se anche Lewis, agli occhi degli altri due, apparisse in quel modo, ma si rispose di no non appena ebbe voltato ancora la testa, per incrociare nuovamente lo sguardo affamato ed ansioso del figlio. 
"Va bene", pensò quietamente, "se è questo che vuoi, Lew, io farò in modo che, qualunque cosa accada, tu ne esca sempre a testa alta". 
Quella sera, mentre rientravano in auto da Woking verso casa, Lewis non riusciva a smettere di parlare, esaltato. Suo padre, seduto accanto a lui, rideva, cercando ogni tanto di intervenire per smorzare almeno una parte di quell'euforia, ma riuscendo solo a farsi coinvolgere ancora di più dalla frenesia isterica del ragazzo. Sperava soltanto di non doversene pentire. 
...e sperava sinceramente che la sua ex moglie non gli staccasse la testa, appena le avesse detto cosa lui e Lewis avevano firmato quel pomeriggio.
***
Italia, stagioni 2000-2001
-Puoi scegliere quello che preferisci.
Lewis si voltò. 
Nico Rosberg sedeva ad una delle due scrivanie che erano state allineate contro un muro della camera. L'altro lato era occupato da due letti singoli, quelli su cui l'attenzione di Lewis si era appuntata entrando, e da due comodini identici. L'armadio era unico, ma quattro ante sembravano più che sufficienti per contenere la roba di due adolescenti maschi, per cui non ci sarebbero state liti.
Su uno dei due letti, quello più vicino alla finestra, c'era un libro aperto a faccia in giù ed una camicia bianca, perfettamente piegata. Lewis immaginò che Nico lo avesse scelto per sè e lo fece notare.
-...no, se tu hai già preso quello, io mi sistemo qui.- acconsentì immediatamente, indicando il secondo letto, a pochi passi dalla porta di ingresso.
-Magari non ti piace dormire vicino alla porta, o preferisci stare sotto la finestra.- insistette Nico in tono piano.
Lewis sorrise. Con un gesto rapido sfilò dalla spalla lo zaino e lo lasciò sul materasso del letto vicino alla porta. Poi si avvicinò a Nico, la mano tesa verso di lui.
-Io sono Lewis.- si presentò.
-Nico.- ricambiò il saluto, insieme con il sorriso e la stretta di mano.
-Sei gentile, ma non fa differenza. Per il letto, intendo.- precisò, quindi, Lewis, voltandogli le spalle per iniziare a disfare lo zaino.
-Oh.- fu il commento incolore che seguì. Nico saltò giù dalla sedia e gli si avvicinò, mani dietro la schiena e sguardo timido.- Hai bisogno di aiuto?- si offrì.
-No, grazie. Dimmi solo dove posso sistemare le mie cose.
Il ragazzino sorrise nuovamente, felice di potersi rendere utile in qualcosa, e si affrettò a mostrargli le ante dell'armadio e i cassetti all'interno, spiegandogli come avesse sistemato i propri vestiti e suggerendogli come fare altrettanto. 
Lewis quasi non se ne rese conto, ma dieci minuti dopo stavano disfacendo assieme il borsone che aveva portato con sè e stavano allineando i testi scolastici dell'inglese sulla libreria vuota che affiancava la seconda scrivania. Il tutto accompagnato da un chiacchierare disinvolto, che sembrava aver cancellato ogni residuo dell'iniziale timidezza con cui Nico lo aveva accolto al suo arrivo.
Era strano - considerò Lewis, mentre Nico gli mostrava con entusiasmo il testo in tedesco, da cui stava studiando esattamente gli stessi argomenti di biologia che erano nel suo programma - lui non era mai stato il tipo che si trovava immediatamente a proprio agio con qualcuno. 
Non lo aveva stupito ritrovare anche in Nico un riflesso di un disagio latente nel dover dividere lo spazio con un estraneo. Immaginava che avesse a che fare con la circostanza che, quando sei un bambino che corre ogni fine settimana nei kart, non hai tempo di farti dei veri amici e di condividere con loro gli interessi normali di ogni adolescente. Lui si trovava spesso a non avere assolutamente nulla da dire, se i suoi compagni di classe erano immersi in qualche conversazione entusiasmante su fatti che lui non percepiva nemmeno. Che si trattasse delle vicende amorose di qualcuno o dei risultati delle partite di calcio, Lewis aveva poco da aggiungere al discorso e, quindi, restava in silenzio finché non spariva dall'interesse generale del gruppo. 
Quindi, non era stato affatto sorpreso che Nico cercasse da subito un punto di contatto per addolcire l'incontro. Eppure, adesso si meravigliò non poco, quando la donna – la Signora Carla - che li ospitava e che si sarebbe occupata di loro per tutto il tempo della permanenza in Italia, dovette salire a cercarli in camera per ricordare che era ora di cena e avrebbero dovuto essere affamati. 
Lewis e Nico si fissarono, improvvisamente in silenzio dopo ore che parlavano senza sosta trovando innumerevoli punti di contatto su cui confrontarsi. Lo stomaco di Lewis brontolò, condividendo l'opinione della Signora Carla e strappando un sorriso a quest'ultima e una risata divertita a Nico. Imbarazzato, il ragazzo inglese cercò di giustificarsi, ma Nico lo interruppe.
-Sto morendo di fame anche io. E non sono arrivato due ore fa da Londra!
Lewis annuì, alzandosi per primo dal letto su cui era seduto.
-Possiamo continuare a parlare dopo cena.- concordò.
-Potete continuare a parlare anche durante la cena.- rise la Signora Carla, facendogli strada in cucina.- A patto che non si tratti solo di macchine e piloti, però!- li redarguì.
-Oh, questo non possiamo proprio prometterlo!- ritorse Nico, divertito. E scambiò con Lewis un occhiolino d'intesa dietro le spalle della donna.

-Ottimo lavoro, Lewis. Sei stato di nuovo il più veloce.
Lewis si sfilò il casco e Keke vide che sorrideva, soddisfatto. L'uomo ricambiò il sorriso con facilità.
-Se continui a mantenere quest'andatura, per l'inizio della stagione non ci sarà nessuno in grado di starti dietro. Che ne pensi, Dino?
Dino Chiesa, che stava ancora seguendo il giro di Nico, si voltò appena, scoccando loro un'occhiata distratta da sopra una spalla. In quel momento, il kart di Nico passò rumorosamente a pochi metri da dove si trovavano e l'uomo premette il cronometro, fermando il tempo per la registrazione. Uno sguardo veloce al risultato, Lewis si ritrovò a trattenere il respiro quasi senza accorgersene e a rilasciarlo solo davanti alla smorfia insoddisfatta di Dino. L'italiano, comunque, non commentò in alcun modo, ma passò il cronometro a Keke silenziosamente e fronteggiò il ragazzino con un sorriso analogo a quello dell'ex pilota.
-Sì, hai davvero talento.- riconobbe facilmente, mani sui fianchi.- Devi solo tenere la testa bassa e lavorare.
-Tengo sempre la testa bassa.- replicò Lewis, accorgendosi per primo di come l'affermazione fosse uscita più stizzita di quanto avrebbe voluto. 
Si voltò ansiosamente verso Keke, ma si accorse che l'uomo si era già allontanato in direzione del figlio, in piedi accanto al kart appena parcheggiato. Lewis si rilassò.
-...non è andata bene?- indagò a mezza voce con Dino.
Il team principal si grattò la testa, indeciso su quale risposta fornire, poi sbuffò e scosse la testa.
-Non come te.- fu l'unica affermazione che gli concesse.- Ma sono certo che andrà meglio oggi pomeriggio.
A pranzo, Lewis e Nico divisero una fetta di torta che la Signora Carla aveva infilato di nascosto nello zaino del biondo prima che uscissero, quel mattino. Nico lasciò a Lewis l'ultimo pezzo e Lewis, in cambio, gli offrì una gomma alla fragola che aveva sgraffignato dall'ufficio di Dino. 
Steso al sole sul prato, Nico chiuse gli occhi e sospirò, esausto.
Lewis lo osservò in silenzio per qualche momento.
-Che ti ha detto tuo padre?- chiese poi, consapevole che l'umore, prima allegro, del ragazzo era cambiato decisamente dopo che lui e Keke si erano confrontati un'ora prima.
-Non mi va di parlarne.- borbottò Nico, senza aprire gli occhi e senza muoversi.
-...hai fatto così schifo?
Nico spalancò lo sguardo, sorpreso da tanta onestà, e fissò Lewis con un'espressione colpita.
-No, aspetta!- si affrettò a balbettare Lewis.- Non volevo dire...!
-Che faccio schifo?!- ritorse il ragazzino biondo, stizzito.- Grazie, Hamilton, non è che tutti possiamo nascere con la velocità nel sangue, come te!- aggiuse amaramente.
-Beh, io non ho un padre pilota: se non fossi stato bravo, non sarei nemmeno qui.
Nico scattò a sedere e Lewis lo vide spostarsi sull'erba, spingendosi con le braccia il più lontano possibile da lui. Adesso, quello che poteva leggergli in viso era solo dolore e amarezza e si sentì stupidamente in colpa. Perchè ogni cosa che diceva usciva così sbagliata?!
-...scusa...- mormorò, senza osare un ulteriore tentativo di spiegazione per paura di commettere l'ennesimo errore.
Nico sorrise, triste, e si alzò, spolverando il retro della tuta con le mani.
-Nico...sul serio, non volevo.- provò ancora a trattenerlo Lewis.
Tutto quello che ottenne furono spalle voltate ed un gesto esaustivo ad accompagnare i passi in allontanamento di Nico.
Quella sera, a cena, il tedesco non scese proprio. Lewis pensò che sarebbe stato già abbastanza difficile condividere la camera per dormire e non fu, quindi, sorpreso che l'altro avesse preferito evitare ulteriori occasioni di confronto. Finì il pasto in silenzio, dribblando i tentativi maldestri della Signora Carla di coinvolgerlo in una conversazione, e aiutò la donna a pulire la cucina, prima di tornare in stanza.
Nico fingeva di dormire. L'unica luce ancora accesa era quella sul comodino di Lewis e rischiarava appena lo spazio tra i due letti, riflettendosi sul profilo duro del ragazzo, che gli dava le spalle quando entrò in camera. Lewis sospirò, sedendo sul materasso ed ascoltando le molle cigolare appena sotto il suo peso. Era certo che Nico fingesse perchè il suo respiro era rotto, irregolare, come se si stesse sforzando di contenere le proprie emozioni. Il senso di colpa riaffiorò e Lewis prese il coraggio a due mani e provò nuovamente a spiegarsi.
-Non sono geloso che tuo padre sia Keke Rosberg e non penso che tu corra solo perchè il tuo nome te lo permette.- iniziò in tono incerto, esitante. Nico non si mosse. Lewis riprese allo stesso modo.- Quando ho detto che dovevo essere per forza veloce, era proprio quello che volevo dire. Io non avrò altre occasioni di farmi vedere e di riuscire a guadagnarmi la possibilità di diventare un pilota professionista.
Non fu certo che fossero state le sue parole. Probabilmente, era stato solo il tono sconsolato con cui le aveva pronunciate. Lo sguardo che Nico gli puntò addosso, quando si rigirò nel letto, non era più arrabbiato. Anzi. Lewis pensò che sembrava quasi partecipe, sicuramente consapevole.
Nico tirò su le coperte finché solo il suo naso e quegli occhi azzurrissimi rimasero a fare capolino da sopra il lenzuolo piegato.
-Mio padre ha detto che, se non riesco a farlo con il talento, devo batterti con l'impegno.- confessò.- Ma ha anche detto che non è sicuro che potrò riuscirci.
-...perchè?
-Perchè tu sei migliore di me.- fu la pacata risposta che ottenne.
Avrebbe dovuto sentirsi orgoglioso. 
E in fondo al cuore una punta di compiacimento la avvertì. 
Ma allo stesso tempo, non riuscì ad essere davvero felice. Ripensò a suo padre, che per pagare le gare, il kart e tutto il carrozzone faceva tanti lavori da non essere mai a casa. Eppure non mancava ad una corsa. Ripensò a tutte le volte che gli aveva detto che era stufo, che avrebbe mollato perchè tanto non sarebbe andato da nessuna parte e, comunque, non aveva tempo di studiare e continuare a correre. Ripensò a come suo padre lo avesse afferrato forte, stretto al proprio petto e avesse aspettato pazientemente che Lewis smettesse di gridare, agitarsi e sfogare tutta la frustrazione. E solo per dirgli "ne riparliamo la settimana prossima, dopo la gara". C'era sempre una gara dopo cui affrontare i problemi, una gara che regalava a Lewis e suo padre un nuovo sorriso e cancellava tutto il resto. 
Si alzò dal letto. Nico lo fissò sorpreso, la fronte aggrottata, ma non lo fermò quando Lewis lo spinse più in là sul materasso e, sollevate le coperte, si infilò accanto a lui.
-Tuo padre è un cretino.- stabilì, sguardo al soffitto e mani incrociate sulla pancia. Nico rise, calmo, al suo orecchio.- Raccontami ancora di quando hai incontrato Senna.
-Guarda che ci sono stati altri piloti in Formula 1!
-Sì, ok, ma nessuno come lui!- replicò Lewis cocciutamente.
Nico sospirò, girandosi pancia all'aria in una posizione speculare a quella dell'altro.
-Saranno due anni lunghissimi.- commentò affranto, strappando a Lewis una risatina soddisfatta.

-Farai il settaggio del kart per Lewis.- stabilì Dino.
-Perchè?!
-Non discutere, Nico!
-Ma! Papà!
Lewis vinse, quel giorno. 
Lewis vinceva sistematicamente. Lewis vinceva con un braccio rotto, i commissari di gara inferociti e un medico sportivo che ululava che non avrebbe dovuto correre. Keke rideva e lo abbracciava, incurante della smorfia di dolore del ragazzino, rubandone le attenzioni anche ad Anthony che, orgoglioso, fissava il figlio, mani sui fianchi e uno sguardo fiero.
Dino prese Nico da parte. Gli passò un braccio attorno alle spalle e lo spinse leggermente, come fosse un cucciolo di cane troppo riottoso, finché non furono abbastanza lontani da non dover condividere l'entusiasmo e la gioia della squadra per il risultato di Lewis. 
A quel punto, sulle spalle ci posò entrambe le mani, così che gli occhi di Nico e i suoi fossero esattamente incastrati alla stessa altezza. E gli sorrise. Con lo stesso orgoglio e la stessa fierezza di Anthony per Lewis.
-Hai fatto un ottimo lavoro, Nico, senza di te, questa vittoria non sarebbe stata possibile.- affermò con gravità.
Il ragazzo aveva voglia di urlare. Di protestare che era una bugia, che era tutto merito di Lewis e del fatto che – anche con un braccio rotto – lui vinceva e la squadra vinceva con lui. 
Dino glielo lesse in faccia e strinse le mani, ancora ferme sulle sue spalle.
-Se tu non avessi preparato il kart bene come hai fatto, Lewis non sarebbe mai riuscito a vincere.- ribadì più esplicitamente.
-Lo avrebbe fatto comunque.- scosse la testa Nico, testardo.- Lui fa sempre qualche miracolo!- sbottò con ironia amara.
-Non stavolta. E stavolta, non la passerà liscia.- promise poi, con un sorriso, il team principal.- Non può andare in vacanza a giocare, farsi male e venire qui a raccontarmi una balla!- contestò.
A Nico scappò una risata, di cui si pentì immediatamente. Si morse le labbra, ma Dino gli diede implicita autorizzazione a prendersi gioco di Lewis con un buffetto affettuoso sulla guancia.
-Sa di aver sbagliato.- lo rassicurò l'uomo.- E sa che gli arriverà un sano calcio nel culo, per questo!- promise ancora.
Stavolta Nico non fece niente per trattenersi. Mentre rideva, i suoi occhi si spostarono a cercare nuovamente Lewis in mezzo alla piccola folla che lo stava festeggiando. 
Anche Lewis si voltò verso di lui. Un'espressione contrita e un sorriso dispiaciuto, quasi a chiedergli scusa per avergli sottratto la gioia di quel podio. Nico spinse giù l'amarezza e la rabbia e rimise dritta la schiena.
-Andiamo.- chiese a Dino, afferrandolo per il braccio e indicando il gruppo.- Non voglio che mangino tutta la torta senza di me!

-Aspetta! Quindi fammi capire...ha detto che avresti dovuto cercare comunque di superarlo?!
Nico ricambiò l'ilarità di Lewis con la propria, eppure l'inglese ebbe la sensazione che ci fosse una punta di amarezza autentica nella sua voce quando, dopo aver annuito, ribadì quietamente: Ha detto...testuale, "se sei così coglione da lasciare che uno ti passi in partenza, dovresti anche avere le palle di prenderti il rischio di passarlo tu, quando ne hai l'occasione!"
L'imitazione di suo padre Keke non era certo perfetta: la voce troppo carica e il tono molto più secco e arrabbiato di qualunque ricordo che Lewis avesse dell'ex pilota. Ma Nico gli aveva fatto capire che suo padre non si comportava con Lewis come faceva con lui.
Si lasciò cadere a sedere sul letto dell'altro ragazzo, nello spazio che lui si affrettò a lasciargli libero rotolando sulla schiena e prendendo a giocherellare nervosamente con la manica sfilacciata della propria felpa. 
-Non ne hai avuto l'occasione.- considerò Lewis, in tono colloquiale.
Nico gli scoccò un'occhiata scettica e sorrise.
-Tu ci avresti provato?- ritorse.
Lewis esitò. L'episodio a cui Keke si riferiva era successo in gara, due settimane prima. Nico era partito male, uno dei ragazzi alle sue spalle ne aveva approfittato per passarlo dopo la prima curva, ma Nico era stato abbastanza bravo da riprenderlo subito e stargli attaccato per quasi tutta la gara. Nonostante questo, aveva avuto un'unica occasione di sorpasso, che quasi sicuramente, se sfruttata, gli sarebbe costata un'uscita di pista. La logica diceva che accontentarsi della posizione era la soluzione migliore.
-Sì.- ammise Lewis con sincerità.- Ci avrei provato.
Nico si lasciò scappare un verso di trionfo, che fece ridere nuovamente l'amico e che fu accompagnato da un agitarsi frenetico del biondo, alla ricerca dello zaino che aveva lasciato di fianco al letto quel pomeriggio. Quando si tirò a sedere sul materasso, il tedesco era in compagnia di una bottiglia di gin quasi piena, apparsa magicamente tra le pieghe di innumerevoli vestiti schiacciati dentro il suddetto zaino.
-E quella dove l'hai presa?!- sbottò Lewis, sgranando gli occhi.
-L'ho rubata a mio padre.
-...non se ne accorgerà?
Nico si strinse nelle spalle.
-Penserà di averla bevuta con i suoi amici. A volte lo fanno.- considerò brevemente.- Dai!- aggiunse poi, passando la bottiglia a Lewis e piegandosi nuovamente a cercare qualcosa nello zaino.- Dobbiamo festeggiare! Non si fanno sedici anni tutti i giorni.
Lewis si rigirò tra le mani la bottiglia ancora chiusa, ma rimase intento a spiare le manovre del compagno di squadra, che, stavolta, riemerse con quello che sembrava a tutti gli effetti un porta tabacco. Quando lo aprì, l'odore inconfondibile fugò ogni dubbio sul fatto che no, non si trattava di tabacco. Nico sfilò una delle cartine nel pacchetto e iniziò a rollare una canna con gesti così naturali, che Lewis si ritrovò a seguirli affascinato.
-Hai preso anche quella dalla riserva di tuo padre?- scherzò Lewis, quando Nico sollevò gli occhi su di lui, la sottile sigaretta tra le dita.
-Certo che no!- rise Nico.- L'ho comprata a Berlino, quando sono stato da mia madre. 
Il guizzo di un accendino, Nico fece il primo tiro e allungò lo spinello a Lewis, che scosse la testa.
-No, non fumo quella roba.- precisò l'inglese in tono semplice.
Nico rise ancora, questa volta di lui e del suo imbarazzo. Lewis aprì la bottiglia di gin e bevve un sorso, prima di passargliela, ma lo fece solo per mascherare il disagio e Nico lo capì.
-Perchè no?
Uno scrollare di spalle.
-Nessun  motivo in particolare.
-Sei troppo un bravo ragazzo?- lo derise Nico.- Mammina non vuole?- insistette, sarcastico.
-Sei un coglione.
Nico ridacchiò e prese un sorso di gin a sua volta, lo spinello ancora teso in direzione di Lewis.
-Ma almeno hai mai provato?
-...no.
-Dovresti farlo.- affermò Nico, con una serietà inutile per l'argomento.- Non puoi rifiutare una cosa che non conosci.
Lewis esitò di nuovo. Nico gli sorrideva, affabile e gentile come sempre. Prese lo spinello quasi in automatico e, quando fece un tiro, tossì, soffocato dal sapore e dal fumo. Nico scoppiò a ridere di gusto.
-Fa schifo!- commentò Lewis con voce rauca.
-Bevici su!- lo incitò il biondo, passandogli ancora la bottiglia di liquore.- Così non ci pensi.
Lewis seguì il suo consiglio, schiarendosi la gola subito dopo aver mandato giù un lungo sorso di gin. La pancia gli faceva male e sentiva bruciare la bocca, ma almeno il sapore dell'erba era svanito in un fiotto di liquido "bollente". 
Nico si tirò a braccia contro la testata del letto, rilassando le spalle e chiudendo gli occhi mentre continuava a fumare in silenzio. Lewis si ritrovò a fissarlo per un momento, poi ruotò lo sguardo attorno a sè, alla ricerca di qualcosa che gli consentisse di impegnare quel silenzioso momento per renderlo meno scomodo. 
Dopo cena erano saliti in camera perchè Dino aveva ordinato loro di andare a dormire, nonostante fossero solo le dieci. Nico aveva provato a protestare che era il suo compleanno, ma il team principal lo aveva rimbrottato, ricordandogli che, proprio per questo, aveva avuto diritto al dolce. E faceva bene a farselo bastare! Borbottando, il ragazzo si era diretto agli ascensori, seguito da Lewis. 
Già passare il proprio compleanno in un albergo insignificante, in una città sconosciuta e con un mucchio di estranei non era il massimo, doverlo fare andando a letto con le galline era anche peggio. Lewis non era rimasto impressionato alla magica apparizione della bottiglia di gin. E nemmeno troppo dispiaciuto. 
Lo spinello, invece, era stata una vera rivelazione di un aspetto di Nico che non sospettava. 
Ma il suo compagno di squadra gli era parso diverso, quando si erano rivisti dopo una breve vacanza presso le rispettive famiglie. Nico era stato più spigoloso, più polemico; non solo con lui, ma soprattutto con Dino e il resto del team. Ogni volta che qualcosa lo aveva infastidito, aveva reagito con sarcasmo feroce e una stizza evidente. L'italiano aveva affrontato quella "bufera ormonale"- come l'aveva liquidata - con stoicismo ammirevole, ma Lewis sapeva che aveva un debole per Nico fin dall'inizio e questo lo aiutava ad apprezzare i lati migliori del ragazzino e a sminuire i peggiori aspetti del suo carattere volubile. Lewis, comunque, passava generalmente indenne dagli attacchi di rabbia di Nico. Il biondo cercava il suo appoggio come alleato nella guerra agli adulti e anche l'offerta di uno strappo alle regole, con la canna di quella sera, era soltanto un altro modo di coinvolgere il compagno di squadra nelle proprie prese di posizione contro l'autorità costituita.
Nel suo vagabondare distratto, lo sguardo dell'inglese si fermò su una polo, accuratamente ripiegata ai piedi del letto: era di un viola sgargiante, il marchio di fabbrica ricamato in un angolo, sulla parte sinistra. Talmente nuova da avere ancora il cartellino, attaccato all'etichetta, che faceva capolino dallo scollo. 
-Accidenti, che bella!- si ritrovò ad esclamare Lewis, senza nemmeno rendersene conto.
Nico aprì gli occhi e si accorse che stava guardando l'indumento.
-Regalo di mia madre.
-Sarà costata una fortuna.
-Doveva farsi perdonare di non avere tempo di venire a farmi gli auguri oggi.- sminuì Nico, scrollando le spalle.- Se ti piace, puoi prenderla. A me non sta bene.
Lewis sorrise, scuotendo la testa.
-Non posso.- rifiutò.- Non sarebbe giusto e, comunque, è una roba troppo costosa per darla via così.
Nico spense il mozzicone della canna con le dita e lo mise via nel portatabacco, soffiando fuori l'ultima nuvola carica di fumo.
-Mi hanno riempito di robaccia pur di non sentirsi in colpa.- ribadì, stringato e vagamente amareggiato. Lewis lo fissò.- Prenditela. Non se ne accorgerà nemmeno.
-Nico...
-Almeno provala!- insistette il biondo con un sospiro esasperato.
Lewis, spiazzato da quella reazione, annuì istintivamente e non aggiunse altro. Non aveva voglia di insistere su qualcosa che, chiaramente, faceva stare male l'amico. 
Si alzò dal letto, portando la polo con sè e posandola su una sedia di fronte alla scrivania. Dopo essersi sfilato la maglia del team, che ancora indossava sopra i pantaloni della tuta, si voltò per prendere quella di Nico. 
Nel riflesso allo specchio, si accorse di qualcosa che fermò i suoi gesti a metà strada. 
Il coetaneo lo fissava attraverso lo stesso riflesso. 
Gli occhi di Nico, enormi e dalle pupile talmente dilatate da farli sembrare neri, erano fissi sul suo corpo, che studiavano con un'espressione indecifrabile ma che Lewis, in altre circostanze, avrebbe descritto come "famelica". Stemperata appena da un'invidia sottile, latente, che appariva nella piega amara della bocca. 
Un istante prima che la situazione diventasse troppo imbarazzante per entrambi, Nico spezzò quel momento. 
-Cavolo!- esclamò il biondo. Il suo tono risultò saldo e genuinamente sorpreso.- Quando hai messo su tutti quei muscoli?- interrogò in tono, almeno parzialmente, ironico.
Lewis si rilassò, sorridendo sotto i baffi. Quando riemerse dalla polo, dopo averci infilato braccia e testa e averla srotolata sull'addome, si voltò a fissare il proprio riflesso allo specchio e rispose in tono vago.
-Mio padre ha voluto che mi impegnassi di più con gli allenamenti e ora, oltre al karate, faccio anche boxe e un po' di pesi, ogni tanto.
-Visto?!- sbuffò Nico alle sue spalle, mentre Lewis pizzicava leggermente la stoffa morbida che si tendeva sugli addominali.- Sta molto meglio a te. Tienitela.
-A parte che non posso saperlo, perché non te l'ho vista addosso!- contestò Lewis ridacchiando e voltandosi verso di lui.- Poi, non capisco perchè tu dica cose così stupide, visto che non mi sembra proprio che tu abbia qualcosa da invidiare a qualcuno, e, inoltre, non posso accettare un regalo tanto costoso.- terminò di elencare allo stesso modo. 
Dopo un ultimo sguardo allo specchio e un sospiro frustrato, sfilò nuovamente la polo e, indossata la sua maglietta, tornò verso il letto del biondo porgendogli l'indumento. Nico lo accettò controvoglia ma, invece di piegarlo, lo accantonò sul comodino e si voltò, totalmente disinteressato alla sua sorte.
-Comunque, non è vero.- riprese Lewis, dopo avergli concesso uno sguardo curioso ed essersi accorto dell'espressione corrucciata dell'altro.- Insomma, a te sta bene qualsiasi cosa!- protestò, fraintendendo il motivo dell'atteggiamento del compagno.
-Se avessi la tua pelle, sarebbe vero.- ritorse Nico.
Lewis rise.
-Se avessi la mia pelle, avresti altri problemi, Mr. Principe Azzurro!- scherzò.
Nico non sembrava convinto. Inarcò un sopracciglio, con aria scettica, e studiò Lewis in silenzio per qualche istante, finché l'inglese non si sentì leggermente a disagio sotto lo sguardo attento dell'altro.
-...sono cose sceme da dire, in ogni caso. Non siamo mica ragazze, noi.- borbottò a quel punto Lewis.
-Solo le ragazze possono preoccuparsi di essere o meno belle?- indagò Nico, ancora più perplesso.
-Non ho detto questo!
-Sembrava.
Il silenzio teso che scese nuovamente tra loro contribuì ad aumentare il senso di inadeguatezza di Lewis. Nico non sembrava soffrirne, comunque, e dopo pochi momenti passati a scrutare il muro davanti a sè, si voltò ancora, lo stesso sguardo enorme e, ora, ispirato ad accendergli gli occhi mentre inclinava la testa e fissava ancora una volta tutta la propria attenzione su Lewis.
-Posso chiederti una cosa? -Un breve cenno di assenso da parte dell'inglese, Nico prese fiato come se dovesse gettare la testa sott'acqua e domandò, d'un colpo.- Hai mai avuto una ragazza?
Lewis arrossì. Non tanto per la domanda in sè, che era ancora abbastanza innocente, quanto per l'assoluta noncuranza del tono di Nico nel formularla.
-...n-no.- ammise incerto. Nico sembrava scettico e Lewis si sentì in dovere di circostanziare la propria risposta.- Mi piaceva una mia compagna di scuola, ma, prima che glielo dicessi, un amico mi ha confidato che lei mi trovava... strano. 
-Per via del fatto che tuo padre è nero?
-Non credo, no.- scosse la testa Lewis.- Lei è di origine pakistana.
-Allora, per le corse dei kart?
Un assenso silenzioso.
-Per quelle. Per i sabati passati alle piste o ad allenarsi...per il fatto che non uscivo mai con loro... Comunque, era figlia di un medico e si è trasferita a Londra con la sua famiglia l'anno scorso.- raccontò ancora. Evitò i suoi occhi, concentrandosi sul disegno leggero delle lenzuola, che seguì con un dito ripetendolo in un loop continuo.
-Che tipo era?
-Diversa da tutte le altre ragazze della scuola.- confessò Lewis con un sorrisetto imbarazzato.- Era come se avesse un'aura diversa.- Il suo tono era carico di dolcezza, immerso in un ricordo che portava comunque con sè una certa piacevolezza e leggerezza - Non vestiva come loro, non parlava come loro...non camminava nemmeno come loro!- Rise.
-Oh, quindi aveva sei gambe e due ali e...!- lo prese in giro Nico, divertito.
Lewis gli tirò una spallata amichevole e il biondo si zittì, concedendosi solo una breve risatina prima di ricominciare ad ascoltare.
-Per certi versi, mi ricordava te. O tu mi ricordi lei, visto che l'ho conosciuta prima.
-Ma io sono l'originale!- protestò Nico, per venire ripagato da una seconda spinta giocosa che lo silenziasse.
-Avete quello stesso non so che...- cercò di spiegare Lewis, nonostante l'atteggiamento del compagno di squadra.
-Si chiama "aria da snob figlio di papà".- specificò Nico, spietatamente. Lewis aprì la bocca per contestare quella definizione, ma il biondo lo interruppe con un cenno della mano.- Fa sempre un certo effetto sulla gente dei bassifondi.
-...perchè io sarei "gente dei bassifondi"?!- osservò Lewis, aspro.
Nico non si scompose.
-La nostra estrazione sociale è diversa.- ribadì asciutto.
-Grazie! ...wow...fa un certo effetto sentirlo dire da qualcuno che consideri un amico.- affermò ancora l'inglese.
Nico scrollò le spalle e replicò allo stesso modo.
-Sarebbe meglio se te lo dicesse uno stronzo qualunque, che lo intendesse come un vero insulto?- interrogò.- A me non interessa. 
Lewis si quietò. In fondo, sapeva che era vero. Nico poteva essere spietato nei propri commenti – era una cosa che aveva notato in più di un'occasione e che non lo rendeva affatto simpatico alla maggioranza dei ragazzini che incrociavano la sua strada – ma sicuramente non intendeva quelle considerazioni su di lui come un insulto o un rimarcare quella stessa differenza sociale. 
-E tu?- chiese dopo qualche momento l'inglese. Nico lo fissò senza capire – Ragazze. Ne hai avute?- precisò Lewis.
-No.
-E nemmeno ne hai incontrate che ti piacessero?- insistette Lewis, nella speranza di strappare una confidenza simile alla sua, così da sentirsi meno vulnerabile.
-No.- confermò Nico, stringendosi nelle spalle.- Ma mi sarei stupito del contrario. A me non piacciono le ragazze.
Il tono assolutamente casuale lasciò Lewis senza parole per un momento o due.
Gli occhi di Nico erano saldamente fissi nei suoi, come se il biondo aspettasse la sua reazione. Lewis si chiese quale tipo di reazione aspettasse, ma si sentì improvvisamente incapace di averne, di qualunque genere, e rimase a ricambiare quello stesso sguardo in un silenzio sospeso e incolore.
-Ti da fastidio?- chiese alla fine Nico.
Lewis ci pensò. 
L'altro lo aveva fissato mentre si cambiava la maglietta. Aveva fatto un commento sul suo corpo, gli aveva fatto capire che lo trovava bello. E c'erano state innumerevoli altre occasioni in cui si erano trovati entrambi, completamente nudi, l'uno davanti all'altro e senza che nessuno dei due la trovasse una situazione strana o imbarazzante. 
Lo diventava, dopo quella confessione?
-Lewis?
-...per la verità, non so cosa risponderti.- mormorò il bruno, sorpreso per primo dalla propria affermazione.- Dovrebbe darmi fastidio?
Nico non rispose. 
Lewis lo sentì sospirare, come se fosse deluso o, semplicemente, infastidito da qualcosa. Quando gli si avvicinò, strisciando lungo il materasso, non fece assolutamente niente per scostarsi o sottrarsi. 
Nico era esattamente davanti a lui, adesso. I suoi occhi, dalle pupille enormi, erano fissi in quelli di Lewis e da lì scesero piano, fino a posarsi sulle labbra carnose dell'inglese, e poi salirono ancora, come a chiedere un implicito assenso. 
Lewis non seppe cosa Nico lesse nel suo sguardo, ma doveva essere quello che cercava, perchè l'attimo dopo si stavano baciando. E anche se era solo un posarsi di bocca contro bocca e il mischiarsi del fiato caldo di entrambi, la cosa non gli dava fastidio. Non gli faceva neanche piacere. Gli era terribilmente indifferente.
...strano. In fondo, si trattava del primo bacio della sua vita.
Quando tornarono a casa, dopo la gara di quel weekend, Lewis aprì la borsa per trovarci dentro la polo viola di Nico. 

 

Notes:

Buongiorno a tutti e buon lunedì!
Note tecniche...
Questa storia è in corso di scrittura e vorrei cercare di concentrarmi nel fare un...lavoro al livello delle mie aspettative! Il che significa che, quasi sicuramente, l'aggiornamento non sarà regolare. Per parte mia e per rendere più facile il seguirla, cercherò di postare comunque sempre di lunedì, anche se non dovesse essere ogni singolo lunedì di ogni singola settimana.
Se avrete pazienza e vorrete imbarcarvi con me in questa "avventura", sarò felice di condividere il viaggio!