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In quell’estate torrida, sulle rive del Lago Crystalmir, i passeri ridevano e scherzavano, chiamandosi e inseguendosi come ragazzini, nascondendosi e rincorrendosi tra le fronde verdi e gonfie di luce. Le acque fredde e limpide riflettevano lo zaffiro gemmato del cielo, oasi di pace nel mezzo della foresta baciata dal sole.
Grasse e turgide, le api ronzavano come nobildonne pettegole, vagando pigramente tra i piccoli fiori nivei, ebbre di profumi dolci e di calde essenze.
Tra i fili di erba alta che il sole arroventato tingeva di smeraldo, frinivano le cicale, cantando impazienti i loro inni all’astro ardente forgiato da Reorx.
Dei passi s'inframmezzarono nel sottobosco, senza turbare i rumori, leggeri e attenti, i piedi calzati in costosi stivali di cuoio, le nere vesti fruscianti accarezzate morbidamente da indolenti tocchi di luce.
Era tutto pigro e morbido nella boscaglia; anche il fruscio delle serpi tra il groviglio degli steli secchi e il frullo delle ali nere dei merli che si spostavano tra le foglie lanceolate e del sambuco.
Un gracchio e un verso stridulo fecero sollevare occhi d’oro dagli ombrelli penduli dei piccoli fiori profumati; un corvo inclinò la testa curioso, ricambiando lo sguardo per lunghi, fissi istanti prima di volgere bizzarramente il capo nero verso la ghiandaia screziata di blu sul ramo vìcino.
La ghiandaia cantò e un istante di silenzio parve assestarsi intorno a tutti loro.
I due maghi scossero il capo e l’elfo scuro sorrise, inalando il profumo dolce dei fiori di sambuco.
Raistlin ricambiò il sorriso, mentre le sue snelle mani dorate si infilavano tra le fronde e le fitte infiorescenze bianche, cogliendole e riponendole con cura nella sacca di juta che portava infilata alla cintura, sollevando minuscole nuvole di impalpabile polline dorato.
Disturbata dal lieve dondolio dei rami, una farfalla nera mosse un breve, piccolo volo da un fiore all’altro, le ali come merletti luccicanti di ebano vellutato.
Il sole scintillò su una ciocca bianca, avvolgendola di fulgore.
Incuriosita, la farfalla si avvicinò; il profumo di rose che si sollevava dalle vesti del mago la intorpidì per un istante: ebbra di dolcezza, si avvicinò un po’ troppo e rimase intrappolata tra quei fili di luce.
Battè freneticamente le ali ma la trappola non si spezzò.
“Sciocca farfalla!”
Il sussurro vellutato si unì ai rumori di quel meriggio caldo.
“Aspetta.”
Lunghe dita sottili le si chiusero intorno, toccando appena le ali, poi una mano sciolse i capelli bianchi, liberandola.
Le dita si aprirono.
Per un lungo momento, la farfalla guardò il suo salvatore, poi batté le ali e si allontanò.
Delicate e gentili, quelle mani scivolarono nella chioma bianca e calda, sciogliendo e carezzando onde morbide in quel mare d’afa.
L'elfo vi avvicinò la punta del naso, e inspirò lentamente il profumo di fiori: quell’estate torrida e calda era tutta lì.
Nelle sue mani.
Il sole traeva riflessi preziosi dalle chiome candide del suo amante e sfolgorava di fiamma sulla sua pelle d’oro; una ciocca morbida ammollata di sudore si arricciava su uno zigomo perfetto.
Catturato dal momento, l’elfo sfiorò quelle labbra dorate con le proprie, assaggiandone l’aroma dolce.
Il tocco fu ricambiato, morbido e delicato.
Dalamar sorrise.
Sì: il suo mondo era tutto lì, tra le sue mani, in quell'oro ardente.
Raccogliendo fiori di sambuco.
