Chapter Text
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« Caì, ho trovato il fotografo. »
« “Rasta”. »
« E che cazzo. »
« RASTA! »
« DAI, KAYN. »
« Vedi che era facile? No, comunque, dimmi pure. »
Sia uno che l’altro se la stavano parecchio sogghignando. Kayn gli diede un colpetto sulla spalla, quasi come spinta a farlo continuare.
« Guarda qua che roba. »
« ‘Ccodio, bomba » che, in gergo Kayn, stava per “questa persona è davvero abile nel proprio impiego, accidenti!” « ‘do cazzo l’hai trovato questo? »
« Insta, stavo cazzeggiando… »
Kayn si guardò intorno, adocchiando il bar deserto. Pareti verdastre riempite di millemila poster rock dagli angoli spiegazzati gli davano sempre un senso di casa. Di Rhaast. Di loro. Tavoli vuoti con codici QR sbeccati, “Dolcenera” di De André in sottofondo dalla cassa Bluetooth tarocca di Kayn, sottomarca della sottomarca, prezzo di mercato 5 euro e 12 centesimi, volume massimo 73 (unità non specificata) per nessun motivo apparente, in riproduzione dalla playlist “Musica scopare 3” dell’account craccato di Spotify condiviso da entrambi.
« Effettivamente…»
« Vaffanculo, Caino. Comunque dai oh, fa anche prezzi buoni, io gli scrivo. »
La coppia aveva speso settimane a cercare un fotografo passabile per aiutarli a sponsorizzare il Millenia, soprattutto concentrandosi sulle performance musicali di Kayn.
Certo, i loro clienti abituali li visitavano con fervore quasi religioso, ma il pubblico per gli spettacoli del fine settimana non era per niente soddisfacente per l’ego - a suo dire - perfettamente bilanciato di Scidda Cesare Caino, in arte Kayn (o Pisciazza, secondo alcuni. Non perché puzzasse di piscio, ma perché era fastidioso come l’ultimo goccio rimasto. O forse perché gli piace il piscio. Non sono cazzi nostri. Ne riparliamo tra un po’, dai…).
« Minchia, ha già risposto. »
Rhaast piegò il polso verso Kayn, per lasciargli leggere l’ultimo messaggio.
« …quelli sono un fottio di punti esclamativi ed emoji, Rà.»
« Dai, oh, non cominciare. » il più grande premette amorevolmente la testa del proprio compagno, un po’ come un pulsante. Un grosso pulsante dai capelli corvini, bruciati un po’ dal colorante chimico fucsia che adorava tanto spremersi in testa. Rigorosamente senza molta decolorazione. Quindi non è che avesse attaccato tanto. Praticamente come tingerseli con l’Uniposca.
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« …vacca puttana, ci ho messo troppe emoji, sì? Aphé, Sett, che mi dite? »
Aphelios sollevò un singolo, laconico pollice verso il cielo. Approvato! E anche oggi Ez se l’era sfangata.
Ezreal era - per l’ennesima volta - a rompere i coglioni durante un suo appuntamento con Sett, ad aggiornarli sui suoi incredibili thread virali su Twitter, rubati da qualche incellazzo su Reddit, cazzate del genere che dopo mezzo minuto aveva già smesso di ascoltare. Gli voleva bene, gli voleva tanto bene, ma dopo una certa… basta. Parlava, parlava, parlava.
Sett ruminò una patatina fritta come una specie di bue iper-anabolizzato. Strinse le sopracciglia, piantò gli occhi acquamarina sul messaggio… poi guardò l’amico negli occhi e bofonchiò, bocca impastata di cibo, « eh? ».
Il suo ragazzo si massaggiò la fronte, appiattendo la pelle morbida e diafana. Sentiva l’inizio di un gran mal di testa palesarsi all’orizzonte, come un banco di nubi scure che puzzavano vagamente di olio da frittura vecchio di tre giorni. Facevano schifo, eh, ma si trovavano “Da Lamiera”... nello specifico CICCIO Lamiera, professore rinnegato di Ingegneria al Politecnico di Milano, ora friggitore professionista dopo un crollo nervoso, nonché zio di Ezreal, con il quale sfortunatamente viveva praticamente da sempre.
Tutto questo per dire che mangiavano gratis.
« Io ci vado. Fregacazzi. Bel posto. Fregno il ragazzo - Kayn, tipo. »
« Fa vedere! »
I tre si girarono verso lo zio, bardato come un ussaro alato della friggitrice, pronto alla battaglia. O a guardare i pettorali di un cantante, a quanto pare.
« Non va bene per te, questo. Perché è tatuato. Poi boh, mi pare un po’ del Sud. »
Disse “la parola con la S” come un leghista che si rigira le promesse elettorali sotto le labbra gonfie di botox, tra una sagra del porcino di Portogruaro e una festa del salame di Remedello.
Ovvero: con bigottismo, rabbia mal celata, e una vaga aria di confusione generale.
Sett si stava già per alzare, pronto a portare la sua agenda: sua madre era calabrese.
« Mica è così che funziona, non “vedi da dove vengono le persone”. E poi io sono fiero di essere in parte calabrese come mia mamma. »
Il cugino laureato dello Chef Tony si ritirò, arrancando verso la cucina con il peso colossale di chi era stato sconfitto, e nel frattempo aveva pure fatto una figura di merda.
“Quindi ci provi?” Aphelios tracciò le parole nell’aria con le sue mani scheletriche “guarda che devi lavorare e fotografarlo, non chiavarlo.”
Sett, dall’alto della sua buona educazione - quell’educazione che aveva quando non si trovava in presenza della Mà - stava mimando quello che in questa sede chiameremo fellazio ( ̶A̶p̶h̶e̶l̶l̶a̶t̶i̶o̶).
Con suoni d’accompagnamento inclusi, ovviamente.
« Dai che Ezreal ha bisogno di un pisello! Non-- non nel senso-- non era una battuta transfobica, scusa--! »
Le tempie di Aphelios pulsavano sempre di più, e massaggiarle era ormai inefficace.
« Ma tranquillo, fra! Ci scherzo pure io sulla mia figa. Dai, ho già accettato in ogni caso. Auguratemi buona fortuna! »
I due rimasero in silenzio… ed Ezreal non ci rimase male. Faceva parte del loro umorismo. Forse?
« Scherzo, scherzo! Buona fortuna, Ezzì. »
Grande ritorno del pollice in su da parte di Phel poco dopo. Era tutto ciò di cui Ezreal aveva bisogno per prendere un po’ di coraggio. Sorrise ad i suoi amici, tornando a ridacchiare.
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Un mese dopo, Ez si trovava sotto l’insegna colorata del Millenia. Per un osservatore esterno, il rosso rubino delle lettere avrebbe contrastato benissimo con la sua nuova capigliatura verde smeraldo.
« Cazzo, ora entra. »
« Suona come una scopata. »
« …eheh. »
« …ehehe. »
I due, però, non si aspettavano di certo uno così. Cioè… un tappo. Con tutto il rispetto per le persone basse. Si aspettavano, per lo meno, una persona di media statura. Ed invece no.
Poi, fortunatamente, alzarono gli occhi per incrociare quelli del loro ospite.
Kayn sibilò tra i denti. Rhaast dovette appoggiare la birra prima di soffocarsi ulteriormente, facendosi una doccia di alcol colloso sulle mani.
I due si scambiarono uno sguardo. Forse due. Forse ci scappò una gomitata. Forse due.
Il fotografo era lì.
