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Prologo.
A quei tempi era un avvenimento piuttosto comune che un genitore vedovo decidesse di risposarsi, dopotutto era l’America, lì tutto era possibile. La terra delle opportunità, della libertà di espressione tanto ricercata e che era stata scoperta praticamente per caso da Colombo che l’aveva scambiata per le Indie.
Quindi no, Dean non era sorpreso del fatto che una persona vedova decidesse di risposarsi, era soltanto sconvolto dal fatto che quella persona fosse suo padre.
John Winchester, uomo piuttosto rigido e austero, anche burbero secondo alcuni, che aveva giurato amore eterno alla madre, Mary Winchester, morta fin troppi anni prima a causa di una malattia comune quanto devastante: il cancro.
E Dean non era mai stato egoista, aveva sempre fatto in modo di fare il bravo, di non combinare guai –a volte con scarso successo, doveva ammetterlo- e anche se aveva solo undici anni, sapeva già che sarebbe diventato un soldato come il padre, avrebbe seguito le sue orme, era già bravo a sparare, ed era agile, agevolato dal proprio corpo minuto di un adolescente ancora acerbo.
Quindi la sua espressione sgomentata era più che lecita, soprattutto perché lui non sapeva minimamente che il padre si vedesse con qualcuno, non aveva neanche mai sospettato un’eventualità del genere!
Aveva perso la madre quando aveva poco più di quattro anni, quando aveva appena imparato a vestirsi da solo, a mettere le scarpe al piede giusto e ad abbozzare le prime lettere con una scrittura al dir poco raccapricciante, composta principalmente da cerchi e linee spezzate senza una vera e propria logica. E non l’aveva persa all’improvviso, aveva visto quella malattia portarla via dalla sua vita lentamente, aveva visto gli occhi della madre farsi lucidi e spegnersi ogni giorno di più, a poco a poco, mentre quel sorriso che aveva amato sin da bambino diventava un ricordo sfumato, lontano, e iniziava a prendere coscienza del fatto che non sarebbe più tornata a tagliargli la crosta dei sandwich, che per ninna nanna non avrebbe più ascoltato le note di “Hey Jude” dalla sua voce calda e dolce, che quegli occhi azzurri non lo avrebbero più guardato con tenerezza. Al suo funerale aveva cercato di non piangere, per sembrare forte, ma quando il padre lo aveva stretto tra le braccia non era più riuscito a trattenersi, perché come aveva sentito pronunciare da alcune delle persone vestite di nero al cimitero, lui era soltanto un bambino. Delle parole del prete non ricordava molto, soltanto che questi alla fine gli si era avvicinato e inginocchiandosi di fianco a lui gli aveva sorriso e gli aveva detto che sua madre sarebbe sempre stata con lui nel suo cuore. E lì aveva nuovamente iniziato a piangere, perché la sua mamma voleva che gli stesse di fianco, voleva sentire le sue braccia avvolgerlo quando i fulmini fuori la finestra sembravano farsi più vicini e minacciosi, lo aveva urlato quello, con quanto fiato in corpo ancora gli era rimasto, con quanto fiato in corpo potesse avere un bambino di quattro anni.
E anche se suo padre lo definiva “grande” ancora non lo era e quindi aveva tutto il diritto di pensare che quella donna di cui non conosceva neanche il nome volesse prendere il posto della sua mamma, e no, non lo avrebbe mai accettato. E questo doveva trasparire chiaramente dal suo viso visto che il padre si affrettò ad aggiungere con tono duro, come se lo stesse rimproverando un «Non ho chiesto il tuo permesso, semplicemente ti stavo informando della cosa.» E Dean doveva ammetterlo non aveva mai sentito di odiare il padre come in quel modo, neanche una volta in tutti quegli anni in cui era stato lasciato solo a badare a sé stesso, in una casa troppo grande per un bambino. No, non stava dicendo che il padre era stato un completo fallimento, perché quel giorno al cimitero avevano sotterrato anche una sua parte di cuore, era stata dura per lui crescere un figlio da
solo, soprattutto se questo sembrava ricordargli in alcuni atteggiamenti troppo la moglie defunta. Ma non poteva stravolgergli così la vita, uscendosene all’improvviso con un «Tra un mese mi risposo» mentre stringeva con le dita il suo hamburger ancora incartato che inutile a dirsi in quel momento era poggiato sullo scatolo da cui lo aveva preso senza essere minimamente considerato. Come poteva sganciare una bomba del genere così all’improvviso? Ciò che successe dopo era molto più che prevedibile.
Dean semplicemente si alzò dalla sedia su cui era seduto e andò via, salì in camera sua, chiudendosi dentro a chiave per poi buttarsi sul letto, non prima però di aver accesso lo stereo, la sua canzone preferita, “Ramble On” dei Led Zappelin, che copriva quelli che erano dei veri e propri singhiozzi. Perché Dean non avrebbe mai potuto rispondere al genitore, non avrebbe mai alzato la voce con lui, perché i bravi bambini obbediscono senza fiatare, così come i soldati eseguono gli ordini senza discutere. E Dean si stava convincendo sempre di più che il rapporto che ha col padre non era genitore-figlio, ma comandante-soldato.
E John non aveva potuto fare altro che guardare la schiena del figlio sparire su per le scale, con un peso sul cuore e il suo hamburger dimenticato nella scatola.

