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Massimo sapeva di non essere una persona spontanea, una di quelle che può agire di impulso così, senza starci a rimuginare sopra per ore, giorni, mesi, per scegliere la strada migliore da percorrere in ogni situazione.
Non era uno istintivo, ecco tutto.
Non era una caratteristica grave per cui si sarebbe dovuti finir sul rogo o additati come pazzi, "per quello basta sapere come ti fai i panini, peró cazzo buttati. O davvero trovi da scopare solo quando si secca il Ticino" come gli aveva rimarcato qualche volte Cisco dopo un paio di birre assieme la sera, era solo uno che non svalutava le decisioni da prendere in ogni momento. Che voleva prendersi il suo tempo. Che sapeva di non fidarsi delle sensazioni di pancia.
Anche troppo.
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"Certo, abito proprio qui dietro" aveva detto ormai quaranta minuti fa Mau-il suo nuovo compagno di banco, quaranta minuti di sole a picco, polvere e fumi di scarico di quella seicento antidiluviana che li aveva rallentati per un chilometro, Max lo avrebbe voluto riempire di pugni dritti sul naso, sbatterlo giù dal Ciao e affogarlo nella canaletta a bordo strada. Uno che conosceva da 5 ore in tutto e già si approfittava così, la massima di suo padre quando i clienti dell'alta borghesia pavese scucivano meno di un milione per i fiori da funerale che gli martellava le tempie "certo che son proprio i fighettini così che son i peggio morti di fame". I fighettini del liceo dove loro stessi lo avevano iscritto, rincarava la coscienza di Max, perchè se no facevi amicizie strane.
"Ecco esatto se svolti di qui, poi siamo arrivati e mancano dieci minuti e basta"
"Ma si può sapere dove devi andare davvero? Non vivevi dietro al Taramelli?"
"Eh sì ma oggi dovevo far una commissione. Ho una cosa da far ascoltare ad un dj. Dopo possiamo andare a casa"
Max sentì il suo corpo intero ribollire, più forte di quanto avrebbe mai potuto scaldarlo il sole di settembre.
"O quello di Arenzano. O pure di Timboktu" suppliva utilmente la sua coscienza, scavando nelle sue reminescienze scarse di geografia.
Max represse l'istinto di spegnere il Ciao di colpo e di staccar la catena dal sedile per pestare quell'imbecille del suo vicino di banco nel prato. Mauro.
"Perchè ha un nome. E non far mosse avventate, bocciato, omicida di compagni di classe, all'ergastolo da inchiavato e non diplomato" continuava la coscienza , ceecando di impedire che il tragico fatto di sangue si consumasse in un ridente pomeriggio di settembre.
"Ma che vuol dire ad un dj, che devi fargli sentire..."
"Ho un mixtape fatto da me, è la mia occasione per diventare finalmente qualcuno, Massimo!"
La speranza quasi bambinesca nella voce di Mauro fu il colpo finale ai propositi omicidi di Max, alla fine sarebbe bastato fargli beccare un paio di improperi da quel fantomatico dj di provincia e quello spilungone di Mauro avrebbe perso la voglia molto in fretta di far perdere pomeriggi interi a gente che praticamente non conosceva.
Anche se, Massimo si trovó suo malgrado a pensare, Mauro aveva veramente un coraggio invidiabile a fare una cosa del genere. E che se qualcuno avesse provato anche solo a leggere una singola riga del suo quadernino delle canz-appunti si sarebbe buttato di faccia nel fiume legato alle strutture delle corone di fiori. Dopo aver mangiato le pagine del quaderno.
