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~ REAME BOSCOSO ~

CAPITOLO UNO – PRIMA PARTE
Il movimento del carro era diventato presto ipnotico. Il rumore continuo degli zoccoli dei cavalli e gli sporadici nitriti dettavano la cadenza di quell’imprevisto viaggio serale.
Se non fosse stato per qualche buca più profonda sul sentiero che, di tanto in tanto, dava una scossa più decisa all’andatura, Bard era certo che avrebbe potuto prendere sonno con molta facilità.
D’altronde, gli elfi che erano con lui non erano certo di molte parole. Qualche cenno, qualche mugugno, e la sola, identica risposta che sembravano in grado di dargli.
È un ordine di Re Thranduil.
Era sempre un ordine di Re Thranduil.
La presenza delle creature del Reame Boscoso a Dale. Il loro costante aiuto nella ricostruzione della città, con consegne di materiali e assistenza per ogni tipo di necessità. Gli invii settimanali di provviste per riempire le dispense in previsione dell’inverno in arrivo. Le consegne di abiti pesanti, di erbe medicinali, di ogni genere di supporto che avrebbe potuto alleviare le pene che il popolo di Pontelagolungo aveva patito.
Ogni cosa che era avvenuta nella loro Valle, dopo la Battaglia, era stato per ordine del sovrano del Reame Boscoso.
E lui, Bard il chiattaiolo, divenuto l’Arciere Uccisore del Drago, e ora acclamato da tutti come nuovo Signore di Dale, non poteva che essere grato per tutta la vicinanza e la solidarietà che stava ricevendo.
Come spiegazione all’inaspettata gentilezza, si era convinto che Re Thranduil fosse rimasto soddisfatto dall’essere rientrato in possesso delle bianche gemme che desiderava da tempo, le quali dovevano aver ammorbidito il suo malanimo.
O forse era stato l’altro dono che lui stesso gli aveva fatto recapitare, dopo che l’oro di Erebor era stato spartito tra i popoli vincitori.
«Manca ancora molto?» chiese a un tratto l’uomo, appena udì dei bisbiglii degli elfi che viaggiavano a cavallo sui lati del carro. Aveva iniziato a percepire lo scorrere del Fiume della Foresta sulla sinistra, ma non riusciva a orientarsi sulla terra ferma, a differenza di quando, a condurlo, erano le acque in cui era nato e cresciuto.
«Tra poco avvisteremo il sentiero che porta all’ingresso a Est della nostra Montagna.»
Bard annuì, ma il suo intento di chiedere altro svanì appena iniziarono a fiancheggiare il Fiume. Appariva così diverso, quella sera, e la corrente era stranamente silenziosa. Gli alberi, rivestiti dai colori autunnali, sembravano incorniciare i flutti di una cortina ambrata e il tappeto di foglie cadute, sotto le ruote, alleggeriva il loro cammino.
Tutto stava iniziando a essere velato da un’insolita, languida malia.
«Gli ordini di Re Thranduil sono di condurti alla Festa e di attendere il tuo ritorno, alle prime luci dell’alba, nel luogo in cui ti lasceremo. Verrai riportato in Città quando sorgerà in sole.»
Bard corrucciò la fronte a quelle affermazioni e lanciò un’occhiata all’elfo seduto al suo fianco sul carro, il quale diede una scrollata alle redini con la più totale indifferenza. Perlomeno aveva ricevuto qualche parola in più del solito.
«Non sapevo di dover rimanere lontano per l’intera notte,» lamentò allora l’uomo, con una certa apprensione. «I miei figli non ne sono a conoscenza. Non ho avuto modo di…»
«I tuoi figli sono al sicuro coi nostri Guardiani e lo saranno fino al tuo ritorno,» lo interruppe l’elfo, in un tono che non ammetteva repliche. «Re Thranduil ha ordinato che la città venisse sorvegliata, in tua assenza.»
«Davvero?» Bard si lasciò sfuggire uno sbuffo incredulo. «C’è altro che Re Thranduil ha ordinato per la mia famiglia e la mia gente, senza che io ne fossi a conoscenza? Devo aspettarmi un nuovo esercito elfico ad attendermi dentro le mura, domani mattina?»
Come già si immaginava, non ottenne ulteriori risposte. Così si strinse nel lungo cappotto imbottito di pelliccia scura e si adagiò contro lo schienale, rassegnato.
La luce argentea della luna appena sorta faceva risplendere il profilo dell’acqua che scorreva poco distante dal carro.
Con lo sguardo perso in quei riflessi, Bard si concesse l’accenno di un sorriso. Thranduil.
La mente lo riportò indietro a una notte di ingenua speranza, in cui l’arrivo inaspettato di un piccolo alleato aveva riacceso una luce nelle loro intenzioni.
Una Gemma avrebbe potuto spegnere i venti della guerra imminente tra gli Elfi del Reame Boscoso e la compagnia dei Nani che si erano ripresi Erebor.
Una Gemma per una parte di tesoro e per la pace.
Il Fato era mutato il giorno successivo, spinto da armate in battaglia, distruzione e perdite.
Ma in quella notte, che aveva preceduto la caduta e l’ascesa di Nani e Uomini, gli animi si erano sollevati, così come i calici pieni di un vino che mitigava l’ostilità.
Gli occhi si erano cercati per trovare supporto e i tocchi, all’apparenza casuali, avevano iniziato a ridisegnare un confine di conforto, appena tracciato.
Lo Stregone Grigio li aveva lasciati soli e, rimasto in una semplice tenda, in presenza del Sovrano del Reame Boscoso, Bard aveva percepito dei frammenti di un muro sgretolarsi.
Scaglie di legno, da principio, che cadevano a terra a ogni sguardo più intenso.
Intere travi che si frantumavano quando le loro mani finivano col condividere lo stesso spazio, per le più disparate ragioni.
Un rifugio di anni che si stava abbattendo da solo, in presenza di una creatura che, inconsciamente, gli stava dando supporto in battaglia e qualche ora di apparente, illusorio, sollievo.
L’inclinazione sarcastica delle sue labbra, le battute fin troppo provocatorie e quella testarda sicurezza che irradiava il suo essere. Restare al cospetto di Re Thranduil, da solo, lo aveva fatto sentire forte, indomito e capace di qualsiasi gesto eroico avrebbe potuto compiere all’alba.
Lo aveva fatto sentire privilegiato avere le sue attenzioni, come se un semplice Uomo del Lago come lui non avrebbe dovuto goderne. E i suoi sorrisi. Avere quelli, più di ogni altra cosa: quelli veri, aperti, bagnati da un’intima reazione leggera di apparente divertimento, che qualche sua parola gli aveva provocato.
Percepì un piacevole fremito allo stomaco al pensiero di restare da solo con lui ancora una volta.
Un fremito che lo confuse e lo preoccupò.
Eppure, anelare la presenza del Re degli Elfi gli sembrava la sola emozione sincera da sentire.
Sincera, ma inappropriata.
Come molti altri pensieri che aveva osato lasciar entrare nella testa.
Un battito d’ali, uno spostamento d’aria sul volto.
Bard si scosse dal torpore della ragione in cui si stava smarrendo e si accorse di un uccellino che stava svolazzando attorno al carro. Lo fissò mentre compiva l’ultimo cerchio e svaniva oltre il fiume. Gli elfi non sembrarono badare a quella presenza, ma lui sì.
Lui si rese contro che era un tordo, quello che gli era appena volato davanti.
Un tordo, come quello che osservava da giorni, la mattina, fuori dalla finestra. Una presenza costante che, col suo canto, pareva alleviare le miriadi di pensieri che lo affliggevano.
Un simbolo di buon auspicio, come gli aveva detto Tilda. E lui le aveva creduto.
Gli elfi a cavallo aumentarono l’andatura per superare il carro. Avanzarono verso quella che sembrava una soglia luminosa al delimitare della fitta boscaglia in cui si erano inoltrati.
Bard strizzò gli occhi, faticando a mantenerli aperti. Non si era accorto che la sera aveva lasciato spazio alle ombre della notte.
I rumori del bosco e del fiume divennero via via più lontani e presto si ritrovò in un’insolita atmosfera ovattata.
Sopra di lui, il cielo notturno risplendeva della luce delle stelle.
E a Bard parve di respirare per davvero, ancora una volta.
*
Era una festa all’aperto. Un ampio giardino, nascosto tra alti archi di pietra e scale che salivano attraverso il versante della montagna che lo delimitava. Tavoli imbanditi con pane rustico, miele della foresta, uva e mele. Ciotole ricolme di noci e more, mandorle e biscotti.
Una flebile musica si rincorreva tra le voci e le risate, lontana eppure presente, tanto che sembrava provenire dallo stesso cielo splendente.
Ovunque c’erano decorazioni fatte con erbe secche, ghirlande di fiori e foglie di vite e di quercia.
E vino. Così tante anfore piene di vino da non riuscire a contarle.
Quando Bard scese dal carro, restò a osservare ciò che lo circondava chiedendosi se quelli che vedeva fossero davvero gli stessi guerrieri che avevano combattuto al suo fianco.
Sembravano privi dell’impostato distacco che avevano dimostrato in battaglia. Quella notte erano allegri, rilassati, giocosi e molti erano impegnati in discorsi e atteggiamenti intimi.
Forse era già preda di un incantesimo che muoveva i suoi passi, perché Bard si ritrovò al centro del giardino, affascinato dalla situazione in cui era stato catapultato.
L’aria stessa sapeva di foresta, magia e polvere di stelle.
Poi delle voci alle sue spalle. Elfi che discutevano nella loro lingua. Infine, una di quelle voci divenne più evidente e autoritaria, quando cominciò a pronunciare parole che anche lui poteva comprendere.
«Il Signore di Dale!»
Bard ruotò su se stesso e si trovò di fronte una creatura dal portamento altero e lo sguardo intenso e curioso. Possedeva la magnetica avvenenza del proprio popolo, resa più particolare dai tratti morbidi delle labbra e da lunghi capelli biondi che ricadevano in particolari onde sulle spalle.
«Ti conosco?» Gli venne naturale domandarlo, perché l’istinto glielo suggeriva, anche se la memoria non riusciva a darsi risposta.
«Dunque l’erede di Girion si è intrufolato alla nostra festa, senza invito.» Aggiunse l’elfo, subito incalzato da un altro guerriero che gli si affiancò, con una certa apprensione nel tono di voce:
«Lo comanda Re Thranduil, Capitano Lanthir.»
«Capitano? Hai combattuto con noi ai piedi della Montagna Solitaria?» Bard osservò la creatura eterna davanti a sé e, per un istante, provò un senso di imbarazzo per quello sguardo fisso e indagatorio che stava ricevendo in risposta. «Non mi ricordo di te.»
«Ma io mi ricordo di te.» L’elfo chiamato Lanthir lo squadrò dall’alto in basso.
Bard, di nuovo, si sentì spogliato e soppesato da quegli occhi limpidi, alla stregua di un imberbe ragazzino che doveva superare una prova. Poi, all’improvviso, ritrovò la lucidità di un ricordo, ed esclamò: «Bain, mio figlio, mi ha raccontato di un Capitano dei guerrieri elfici che li ha salvati prima della fine dell’attacco. Mi ha fatto la tua descrizione. Tu hai ridato la bambola di pezza a mia figlia? Devo ringraziarti.»
«No. Eseguivo solo gli ordini del mio Re.» Fu l’immediata e secca replica che ottenne.
Fece per aggiungere altro, ma vide che quel Lanthir rialzò il mento verso un punto preciso, come in ascolto e, seguendo quella direzione, Bard notò che stava guardando verso una balconata in lontananza. Nascosto a chi non sapeva della sua esistenza, quell’angolo di montagna era stretto e allungato verso l’orizzonte. Gli parve di avvistare una presenza, nel punto più sporgente, ma questa si ritirò all’interno un secondo dopo.
«Sei libero di goderti la nostra festa, Bard di Dale,» riprese il Capitano. «Quando sarà il momento, verrai condotto dove sei atteso.» Si limitò a un insolito sorrisetto e, senza dire altro, lo lasciò in quel punto per andare a prendere un calice di vino e poi avvicinarsi, con fare predatorio, a una fanciulla e un giovane, scivolando tra di loro in una sorta di abbraccio sensuale.
Bard inarcò un sopracciglio a quella visione inaspettata, ma tentò di farsi passare la curiosità andando ai tavoli per prendere qualche bacca e bere del vino.
Gli elfi che gli passeggiavano accanto accennavano a saluti col capo, ai quali rispose per un po’. Tuttavia iniziava a guardarsi attorno, spaesato e nervoso.
Non si era mai trovato a proprio agio alle grandi feste: troppa confusione, troppe persone, troppa necessità di mostrarsi felici.
Non aveva mai avuto voglia o pazienza per impegnarsi a ostentare una gioia che non provava.
Dopo quella che gli sembrò un’ora, uno degli elfi con cui aveva viaggiato tornò da lui e gli indicò di seguirlo. D’istinto, Bard rialzò lo sguardo alla balconata e vide di nuovo la figura illuminata dal chiarore della luna.
Il tremore allo stomaco che ben ricordava gli diede la conferma della sua identità.
*
Lungo scale e corridoi infiniti, e poi su fino a rincorrere la vetta stessa della montagna in cui era celato il palazzo del sovrano del Reame Boscoso. Bard si perse più di una volta, mentre seguiva l’elfo che lo stava conducendo alla sala del trono. O, perlomeno, così immaginava.
Fu quando superarono un varco e si trovò davanti una porta di legno di quercia, con intarsiato il simbolo che già aveva visto sugli stendardi elfici, che iniziò a pensare di essersi sbagliato.
La porta era socchiusa e il guardiano gli indicò di proseguire. Si azzardò a fare qualche passo oltre la soglia, quando l’eco di quello che gli sembrò un ordine risuonò tra le volte di pietra:
«Galo! (Vai via!)»
Bard sobbalzò quando la porta si richiuse alle sue spalle, ma a quel punto fece un profondo sospiro e avanzò in quella che, a tutti gli effetti, era una sala molto più privata di quella che si aspettava.
Meravigliosi tappeti sul pavimento, muri decorati da eleganti lampade, tendaggi che abbellivano gli spazi con colori che ricordavano lo stesso bosco. Ogni tavolino, ogni poltrona, ogni ripiano sembrava nascere dalla montagna e completarla nella maniera più naturale possibile.
Gli occhi dell’uomo si posarono distrattamente su libri, abiti, armi, fino a incontrare l’armatura che lui stesso aveva già visto in passato. Lì, disposta in un angolo, pronta per essere indossata ancora una volta. Tentennò davanti a essa e, di certo, l’elfo presente nella stanza se ne accorse.
«Viviamo in tempi incerti.»
Il solo udire di nuovo la sua voce lasciò Bard immobile a fissare quelle parti di metallo, accuratamente riposte sul supporto, mentre la sua razionalità tentava di scendere a patti con il battito accelerato del cuore.
«Il minaccioso incombere di antiche oscurità non permette a qualcuno come noi di allontanare i pensieri da future battaglie.»
Avvertì i passi del sovrano come se, all’improvviso, il suo udito fosse diventato più acuto.
«Eppure state festeggiando alla stregua di vincitori dopo la caduta del nemico,» mormorò Bard, appena si accorse che l’altro gli fu a fianco. Rialzò lo sguardo su di lui e la sola presenza del sovrano lo rapì: tutto ciò che era Thranduil ritornò nei suoi pensieri con l’impeto di una regale, perfetta e attraente realtà, a confronto di tutti i mesi pregni di azzardati ricordi.
Si accorse del calice che l’altro gli stava porgendo solo quando la mano dell’elfo gli tocco il petto.
«Oh, grazie.» Nel prenderlo, gli sfiorò le dita e la sensazione che provò gli diede la sicurezza di essere già ubriaco.
«Mereth En Gilith,» riprese Thranduil, allontanandosi di nuovo per andare verso la balconata. «La nostra Festa della Luce Stellare. La festeggiamo ogni anno, prima che arrivi l’ultimo giorno di Autunno.»
Era già troppo lontano. Bard accorciò la distanza che li separava, mentre fissava la figura che si stagliava come un liquido raggio di luna scivolato davanti a lui.
Vestito di rilucente argento, in stoffe dalle trame elaborate e leggere che toccavano terra. I capelli completamente sciolti sulla schiena, liberi da corone. Dal profilo del volto, l’elfo pareva assorto in qualche pensiero, mentre sorseggiava il vino.
Meno Re e più creatura immortale a cui lui avrebbe potuto avvicinarsi.
Come quella notte di un anno prima.
«Mi hai invitato alla tua Festa d’Autunno? Beh, temo che il tuo invito sia stato perso,» commentò l’uomo, mettendoglisi accanto. «Non credi sia sconveniente che il Re degli Elfi faccia prelevare il Signore di Dale e lo porti qui nel suo regno, senza alcun avvertimento?» Si avvicinò il calice alle labbra e prima di bere terminò: «A quanto ho letto, si potrebbe chiamare rapimento.»
Thranduil si girò con una innaturale lentezza verso di lui e Bard si aspettò una qualche replica autoritaria. Invece vide comparire un sorrisetto divertito sulle sue labbra, al quale lui stesso non poté far altro che rispondere.
«I costruttori e i fabbri che ti ho inviato stanno portando avanti i lavori che vi servono?»
Thranduil cambiò discorso, come se nulla fosse, e l’uomo tentennò nella risposta, quasi che farlo significasse spezzare il precario contatto che avevano avuto. «Ah… sì, mio Signore. Il loro aiuto è prezioso e la città si sta fortificando. Alcuni uomini sono intenzionati a ricostruire le abitazioni di Pontelagolungo. Re Dáin si è offerto di mandare a sua volta aiuti per dimostrare la vicinanza del suo popolo. L’intenzione è di ripristinare le fondamenta sul Lago e di costruire con la pietra.»
Non doveva farlo. Non doveva nominare i Nani con così tanta leggerezza.
Forse lo fece come inconscio dispetto per quel momento interrotto.
Il sovrano del Reame Boscoso terminò il vino e ruotò su se stesso per andare a riempire di nuovo il calice. «Esgaroth può essere ricostruita ed essere riportata alla sua antica grandezza. Ma non dare fiducia ai Nani di Erebor. Non sono affidabili. Ti manderò le figure più esperte che seguono le migliorie del nostro regno. La tua Pontelagolungo tornerà ad essere il centro di tutto il commercio del Nord.»
Bard alzò lo sguardo al soffitto e poi tornò a fissarlo. «Thranduil,» sospirò, stringendo la mano sul proprio calice. «Perché lo stai facendo? Non è necessario. Tutti questi aiuti, questa premura per il mio popolo. Sono molto ben accetti, non fraintendermi, ma… mi chiedo, perché il sovrano del Reame Boscoso spende la forza dei propri elfi e ingenti quantità delle vostre provviste, per favorire la gente del Lago? O anche questa volta ho interpretato male e non lo stai facendo nel mio interesse?»
«Avete bisogno riparo e protezione,» ribatté Thranduil, visibilmente infastidito. «Avete subito molte perdite e l’approssimarsi di un nuovo inverno non farà altro che debilitarvi gravemente. Non intendo dare altre spiegazioni. Ciò che comando, verrà eseguito.»
L’uomo strinse gli occhi nell’incrociare ancora quelli dell’elfo e in risposta annuì, concedendosi di bere tutto il vino che gli era rimasto, quasi che l’ammonimento ricevuto gli avesse arso la gola.
«Sei il portatore di una corona, ora,» riprese Thranduil. «Sei Re di una città rinata da fuoco, cenere e guerre.» Il suo tono sembrò addolcirsi. «Non chiedere per avere il meglio per il tuo popolo. Pretendilo e innalza dei confini che reggeranno agli anni e alle ombre.»
«Non riesco ancora a vedere la mia corona.» Un’ammissione che gli sfuggì senza che riuscisse a trattenerla. Bard proseguì, con un debole e arrendevole sussurro: «Come si fa a diventare Re?»
Vide l’elfo socchiudere la bocca per ribattere. Già sapeva che, con solo poche frasi, Thranduil sarebbe stato in grado di plasmare, da solo, la corona di Girion sulla sua testa e di renderla così tanto sua da farlo sentire come se l’avesse sempre posseduta. Tuttavia, avvertì qualcosa dibattersi nel petto, alla ricerca di altro, ben lontano da simili rassicurazioni. Così alzò la mano per interromperlo. «No, non stanotte. I miei doveri aspetteranno l’alba e il mio ritorno. È una festa, giusto? Festeggiamo.»
Percepì gli occhi profondi del sovrano su di sé mentre si versava altro vino: un po’ per riportare la discussione su argomenti più leggeri, un po’ per ritrovare il coraggio che sapeva di possedere e domandargli: «Ti ho fatto recapitare un dono, mesi fa. È stato consegnato?»
«È stato un gesto molto apprezzato, ma non dovevi privarti di un gioiello prezioso che ti appartiene per discendenza, solo per ripagarmi del mio supporto.»
«Non te l’ho donato come pegno di ringraziamento.»
«Qual è la motivazione del tuo gesto, dunque?»
Bard tentennò, un senso di frustrazione per la supposizione dell’altro, sebbene fosse chiaramente comprensibile. «Io… credevo soltanto che potesse piacerti. Come la collana di gemme bianche che hai ripreso dal tesoro.»
Un mesto sorriso incurvò le labbra di Thranduil: «Le bianche gemme di Lasgalen. Quel gioiello, non è solo un cimelio del mio popolo, come ti ho detto.» L’uomo scorse una sorta di afflizione incupire il suo volto. «Apparteneva alla mia sposa. Chiesi ai Nani di creare la collana per lei. Prima di poterla indossare, lei perse la vita in battaglia. Thrór, il Re che sedeva sotto la Montagna a quel tempo, si rifiutò di riconsegnarmi le gemme, a lavoro ultimato. Le rivolevo indietro.» Un mero elenco di fatti, esposti in modo all’apparenza distaccato e diretto, al punto da divenire atrocemente toccante con l’ultima aggiunta che fece: «Esse sono mie memorie.»
«Mi dispiace io…» Bard sbarrò gli occhi nell’udire quella rivelazione. «Perdonami. Che folle e stupido sono stato. Non immaginavo che…» O forse avrebbe dovuto.
All’improvviso, i ricordi di un discorso con l’anziano Stregone si fecero vividi.
«Perché credi che si arriverà comunque a uno scontro?»
«Temo di conoscere troppo bene Thorin Scudodiquercia. E le motivazioni che spingono Thranduil non sono inclini a suggellare la pace.»
«Re Thranduil ha accettato la decisione presa. Siamo tutti alleati.»
«Lo ha fatto?» Gandalf aveva fatto un mugugno sulla pipa, prima di rilasciare il fumo. «Diffida dai ciechi bisogni di un cuore ferito, tanto quanto da quelli provocati dalla malvagità dell’oro corrotto.»
«Non muoverà guerra per un gioiello. Non rischierà la vita della sua gente, come io non voglio rischiare quella della mia.»
«Mmh…» Un’altra boccata di fumo. Lo Stregone aveva guardato altrove, bofonchiando tra sé e sé. «A volte, un cuore che ha amato profondamente non può più avvicinarsi all’amore. Non può parlarne. Non può toccarlo. Non può vederlo.» Si era scosso ed era tornato a parlare con lui: «Quelle gemme non ripareranno il suo spirito, no. Speriamo però che possa riconoscere che cosa ha un valore maggiore.»
Bard era arrivato alla balconata e si era fermato a osservare gli elfi, che ancora si divertivano ai piedi della montagna. Le parole di Gandalf avevano iniziato ad avere un nuovo senso, alla luce della rivelazione appena ascoltata.
«Bard…»
Udì il pacato richiamo del sovrano, che sembrava intento a versarsi altro vino con una statica tranquillità. Bard lo guardò: confusione, turbamento, una strana comprensione e altre assurde emozioni lo scossero a tal punto che, invece di avvicinarglisi, abbandonò il calice su un tavolo e gli passò dietro per andare alla porta.
Forse doveva andarsene sul serio.
Forse tutto quanto stava diventando semplicemente troppo da vivere.
La porta di legno di quercia era a qualche passo di distanza.
«Bard! Avo, ú-chebin na. (Aspetta, non ce n’è bisogno.)» Thranduil rialzò la voce, che rimase comunque profonda e pacata.
Forse non si rese conto di aver usato la propria lingua, e che lui non avrebbe potuto comprendere, ma Bard si bloccò comunque.
Non sapeva perché stava avendo quella reazione irrazionale, perché il suo cuore stava battendo così forte, perché avrebbe voluto fuggire all’istante… solo per voltarsi indietro e tornare più velocemente che poteva in quello stesso posto.
Non lo sapeva. Eppure, appena udì la domanda del sovrano, gli sembrò la cosa più ovvia.
«Dov’è la madre dei tuoi figli?»
Bard rispose con un velo di malinconia nella voce, mentre ancora dava le spalle all’elfo, fermo al centro della stanza. «Ha lasciato questo mondo per dare la vita alla più piccola.»
«Ti manca la sua presenza?»
«Non passa giorno senza che io non senta la sua mancanza.»
Fu in quel momento, quando il Signore di Dale girò su se stesso per tornare a guardare il Re degli Elfi, che l’uomo mormorò quasi tra sé, con un’improvvisa consapevolezza: «Lo sapevi già.»
Thranduil non annuì, non ce ne fu bisogno. «La notte in cui siamo rimasti soli nella mia tenda, ho visto qualcosa oltre i tuoi occhi. Un frammento del mio stesso dolore che lacerava il tuo spirito mortale.»
«Hai pensato che avresti potuto avvicinarti a me perché avrei compreso la sofferenza della perdita?»
«Non vorresti davvero conoscere il mio pensiero a quel tempo,» replicò il sovrano, con una punta di amarezza.
«Te lo sto chiedendo,» rimarcò Bard, un passo dopo l’altro verso di lui, verso qualsiasi verità.
E Thranduil gliela rivelò, benché non fosse esattamente quella che lui poteva immaginare.
«Ho pensato che eri fortunato. Presto la tua vita mortale ti avrebbe dato sollievo da quel dolore, e ti avrebbe privato di un'eternità di ombre e rimpianti.»
Era stato così diretto, quasi glaciale nella sua schiettezza, che Bard si sorprese a tal punto da non trattenere un accenno di risata strozzata in gola.
Non aveva mai pensato che la morte potesse essere una soluzione alla solitudine del cuore.
Non per lui. Non quando i suoi figli guardavano alla sua presenza per continuare a vivere.
Aveva vissuto, combattuto e sì, se fosse stato necessario, sarebbe anche morto per loro.
L’amore che credeva di aver perduto lo aveva riversato su coloro che, di quell’amore, erano il frutto.
«Lascia che ti dica una cosa,» cominciò Bard, la voce bassa e gli occhi fissi su di lui. «Ogni singolo giorno della mia vita, da quando ho perduto lei, ho sentito il mio cuore spezzato scricchiolare sempre di più. Mentre crescevo i miei figli, mentre cercavo di sopravvivere accanto a loro. E nonostante io abbia solo una manciata di anni alle spalle e che, presto o tardi, affronterò il mio destino di Uomo, ho continuato a vivere per loro, per i ricordi di un passato che non volevo comunque dimenticare. Ho amato quel passato, quei ricordi, quelle emozioni, finché il dolore è diventato un tipo diverso di dolore. Non smetterò mai di farlo.»
Gli arrivò davanti e gli parve che l’elfo si stesse costringendo a mantenere il contatto visivo con lui, quando tutto, della sua postura, si stava dibattendo per allontanarsi.
«Non posso nemmeno immaginare cosa significhi, per una creatura come te, perdere una persona amata. E sì, forse sono fortunato perché sono solo un Mortale che porterà il suo cuore spezzato nella tomba.»
A quelle parole, Thranduil non resse più e il suo sguardo si abbassò sul tavolino accanto a loro. Bard notò le sue spalle incurvarsi quel poco che bastava per far apparire la sua figura più fragile, mentre la mano destra tornava alla bottiglia di vino. Le lunghe dita, cinte dai vistosi anelli, indugiarono sul vetro scuro. Stava fuggendo ancora? Era di nuovo l’avvenente e scostante Re del Reame Boscoso che aveva davanti? O era la creatura spezzata, che provava a riaffiorare dal riflesso di uno specchio in frantumi?
Non pensò alle conseguenze. Bard gli bloccò il polso, la mano stretta sulla stoffa leggera dell’abito. Thranduil lo ammonì con un’occhiata intimidatoria per quel gesto che, di certo, sarebbe stato ritenuto oltraggioso.
«Però so cosa significa amare così tanto e profondamente qualcuno,» riprese subito Bard, il tono così arrendevole da stupire anche se stesso. «Amare a tal punto da non potersi più avvicinare all’amore. Da non poterlo vedere o toccare di nuovo. Da non poterne nemmeno parlare. Ma so anche che puoi mantenere il tuo cuore spezzato e, tuttavia, concederti di sorridere ancora.»
Thranduil rimase immobile a guardare la mano dell’uomo che continuava a intrappolargli il polso, per un momento così lungo da sembrare infinito.
Una sorta di pausa in cui pensieri e paure cercavano nuovi spazi. In cui le emozioni si scontravano senza necessità di vittoria, perché non c’era più una battaglia da vincere.
Bard lo sapeva già. Non avrebbe più combattuto. Qualunque conclusione avrebbe portato il loro incontro. Era lì che voleva stare, dopo un lungo anno di pensieri e di domande.
«La domanda che mi hai fatto…»
Quando la voce del sovrano riempì il silenzio, come in un’eco ai suoi stessi pensieri, si ritrovò a guardare il viso della creatura eterna davanti a sé.
«Non hai ascoltato la risposta completa.»
«Ti sto ascoltando,» mormorò allora l’uomo.
«Ho pensato che possedevi la fortuna dell’oblio Mortale, e che il tuo tormento si sarebbe dissipato in un soffio di anni. E ho pensato che, ciò nonostante, eri l’unico che mi aveva fatto sorridere. Non per rabbia, o per sfida, o per noia.» L’attimo di un sospiro e l’elfo concluse: «Quella notte, quando i nostri mondi erano in bilico sul rischio di una guerra dagli esiti sconosciuti, tu mi hai fatto sorridere ancora.»
Bard restò senza fiato, senza parole, senza la dignità di reagire in maniera consona a qualcosa che, in circostanze diverse, sarebbe sembrata una dichiarazione banale. Ma lui conosceva l’importanza di quel sorriso, quando dentro hai le macerie del passato che ti crollano addosso nelle tenebre silenziose. «Hai mandato il tuo Capitano a proteggere i miei figli?» Conosceva già la risposta, ma non il resto.
«E a sorvegliare che anche tu rimanessi illeso. Ho perduto centinaia di vite quel giorno. Non potevo…» La voce di Thranduil si incrinò fino a spegnersi. La fronte aggrottata e quelle che parevano lacrime trattenute a rendergli gli occhi più luminosi.
Era come se si stesse rendendo conto di qualcosa. Guardò lontano, oltre le spalle dell’uomo che aveva difronte. Così lontano che Bard non riuscì a raggiungerlo.
Poi, però, con una mossa repentina, Thranduil si liberò dalla presa al polso e si portò quella mano all’altezza del petto, chiudendo le dita a pugno e mormorando: «Dovresti andare.»
«No!» Un’esclamazione improvvisa, naturale. Bard, subito dopo, abbassò la voce in un sussurro, oramai, disperato: «Perché mi hai fatto venire qui?»
«Il buio è appena calato, se parti ora giungerai alle porte della tua città in tempo per augurare la buona notte ai tuoi…»
«No,» ribadì ancora il Signore di Dale, ora con un dolce sorriso. Era quasi ironico quel continuo tira e molla tra loro, quel ripetersi di intenzioni di fuggire e di trattenersi. Non avrebbe fatto un solo, altro passo. «Perché mi volevi qui con te, dopo un anno dal nostro ultimo incontro?»
Infine, il Re del Reame Boscoso lasciò ricadere lo sguardo su di lui e dalle sue labbra uscì un sussurro liberatorio: «Anírnen cenin gin gladha na-chaered. (Volevo vederti sorridere ancora una volta.)»
Bard, di nuovo, non poté capire quella replica. La sua mente non ci riuscì, a differenza del suo cuore, che perse un battito e riprese a scuoterlo con rinnovata potenza.
Ma sapeva che, qualunque fosse il significato delle sue parole, per Thranduil era impensabile timore, consapevolezza e una fiammella di calda luce in un’eternità di solitaria rassegnazione.
Vide l’elfo abbassare le palpebre e chinare il mento con un’espressione arrendevole.
Il tempo di un lungo e intenso respiro e l’uomo riuscì a incontrare di nuovo gli occhi del Re degli Elfi. Gli fu impossibile decifrare cosa ci fosse in essi. Non ne ebbe il tempo.
Uno spostamento d’aria improvviso.
Il rumore sordo del tavolino, vicino a loro, che si ribaltava di lato per l’urto.
Quello secco del vetro della bottiglia che andava in pezzi.
L’echeggiare dei calici di metallo che rimbalzavano sul pavimento.
Bard percepì distintamente il proprio corpo che impattava con violenza contro la parete di roccia alle proprie spalle… e quello di Thranduil che si scontrava contro il suo nel movimento.
Non osò fare nulla quando riuscì a comprendere cosa fosse appena successo.
Rimase con le braccia immobili lungo i fianchi, le mani strette a pugno e il fiato erratico che gli usciva dalla bocca e andava a scontrarsi con quello, all’apparenza, più regolare dell’elfo che lo bloccava.
Thranduil, al contrario, aveva allentato la presa sulla stoffa del cappotto, che aveva afferrato per sbattere l’uomo al muro. Le mani, però, le aveva fermate ai lati del suo volto, con un’insolita insicurezza. Le dita gli sfioravano appena le tempie e le guance, si richiudevano di poco, quasi a volersi allontanare, solo per poi tornare a tracciare dei tratti immaginari.
Bard strinse con più forza i pugni, le unghie a segnare i palmi, per non osare un contatto maggiore a quello che l’elfo stava pretendendo. Ma era difficile. Tremendamente difficile.
Quando il profilo di Thranduil arrivava a rasentare il suo.
Quando il respiro di Thranduil, troppo profondo e troppo caldo, gli intiepidiva le guance nei movimenti.
Quando quello stesso respiro diveniva anche il suo, negli attimi in cui le loro labbra dischiuse si avvicinavano.
A Bard sarebbe bastato rialzare di poco il mento per arrivare alla sua bocca, per assaporarla contro la propria, per ottenere un bacio da Thranduil.
Il solo pensiero di poterlo fare gli provocò un fremito di emozione allo stomaco.
Il solo pensiero di volerlo fare, lo fece tremare di vergogna e di desiderio.
Deglutì nel sentire la gola secca per l’agitazione. E quando il pollice dell’elfo scese proprio lungo la sua gola, fino al punto centrale tra le clavicole, si maledisse per il sospiro che gli sfuggì.
Poi una pressione sotto al mento, fredda, dura, che lo costrinse a rialzarlo e a piegare indietro il capo contro il muro. Thranduil gli mantenne la testa in quella posizione, la pietra bianca traslucida dell’anello, che portava all’indice sinistro, premuta in quel punto sensibile.
Bard poté solo guardare colui che aveva difronte e perdersi nei suoi occhi antichi, ancora bagnati da quelle lacrime testardamente non versate.
«Non è amore.»
Era una negazione, ma dalla voce di Thranduil suonava come una promessa.
«Non sarà mai amore.»
Era una negazione, ma dalle sue labbra scivolava come provocante certezza.
«Cosa decidi?»
Bard provò a replicare, ma le parole gli si spensero nello scorgere una lacrima sfuggire agli occhi spalancati di Thranduil e rigargli la guancia.
«Cosa decidi?» ripeté la creatura eterna, scandendo le parole, e ignorando quella lacrima e l’apparente fragilità che poteva dimostrare, dietro la compassata espressione sul viso.
Era un patto, un accordo che il Signore di Dale avrebbe firmato all’istante di buon grado, senza porsi alcuna domanda.
E dare la propria parola al Re del Reame Boscoso avrebbe potuto comportare l’ascesa o la rovina.
Bard contrastò la mano che lo teneva bloccato.
Sentì l’anello regale graffiargli la pelle sottile, ma si spinse comunque fino ad arrivare con le labbra a lambire la guancia di Thranduil. Le mosse sulla scia umida lasciata dalla lacrima, mormorando una roca risposta: «Accetto.»
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CONTINUA
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