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Our Wounds

Summary:

La vita degli stregoni jujutsu comporta costanti ferite, fisiche ed emotive.
Saranno proprio queste ferite a far avvicinare tre amici e a far finalmente esplodere la tensione che ribolle tra di loro da anni.

Notes:

Fanfiction scritta per l'Italian P0rn Fest #17 – Royal Flush (Pick a Card, any Card~) organizzato da Lande di Fandom.

 

Prompt:

Si curano le ferite a vicenda e da cosa nasce cosa

(See the end of the work for more notes.)

Work Text:

Durante quei lunghi momenti, Nobara capiva come mai Shoko-sensei non riuscisse a smettere di fumare. Quando le persone a cui volevi bene erano là fuori a rischiare la vita, mentre tu, al sicuro nella tua stanza, non potevi far altro che sperare , l’ansia raggiungeva dei livelli tali che la stessa Nobara, la quale non aveva mai toccato una foglia di tabacco in vita sua, moriva dalla voglia di una sigaretta. Ogni volta ringraziava di non essere nata con le abilità di Shoko-sensei: per lo meno lei poteva uscire a combattere, mentre la povera dottoressa poteva solo aspettare, fumare, sperare, fumare, aspettare, sperare.

Mordendosi il labbro inferiore, Nobara lanciò in aria un chiodo, per poi afferrarlo al volo tra l’indice ed il medio. Lo lanciò nuovamente, ma questa volta aspettò che fosse in caduta libera, per poi colpirlo con una nocca ed infonderlo di energia maledetta. Il chiodo venne sparato dall’altro lato della stanza, colpì la parete con la testa e tornò indietro da Nobara, che lo fermò a mezz’aria con il mignolo. Il chiodo rimase sospeso in aria per qualche secondo, avvolto da luce azzurrognola, poi Nobara risucchiò l’energia maledetta ed esso cadde a terra con un tintinnio sommesso.

Nobara sospirò, lo raccolse e ricominciò a giocarci.

Odio aspettare, pensò, desiderando più di ogni altra cosa di essere là fuori con i ragazzi.

Purtroppo, da quando erano diventati studenti dell’ultimo anno, Yaga-sensei e gli altri professori avevano iniziato ad affidar loro sempre più missioni in solitaria o in coppia, con l’obbiettivo di allenarli a lavorare senza fare sempre affidamento sugli altri due. 

Era per questo che quella sera Nobara era seduta al buio nella stanza che ormai da due anni condivideva con Yuji e Megumi, mentre loro due erano a caccia di una maledizione che aveva creato molti danni in un paesino vicino Nara. Si trattava di una sorta di demone cervo nato dall’odio di certe persone per la presenza di quegli animali sacri per le strade della città, mescolato al risentimento per il Buddha del tempio Tōdai-ji. Una maledizione potente, come tutte quelle nate dall’ostilità verso la natura e la religione, tanto da richiedere la presenza in contemporanea sia di Yuji che di Megumi, due stregoni che a soli diciannove anni erano ormai tra i migliori.

Il chiodo volteggiò in aria.

Nobara si morse il labbro talmente forte da sentire il sapore del sangue.

Le dita fremettero per il desiderio di una sigaretta.

Non poteva più stare ferma. Nobara scattò in piedi e cominciò a camminare in lungo ed in largo, costeggiando le pareti della camera da letto. Da quando Maki-senpai si era laureata, Nobara aveva cominciato a dividere la stanza con i due ragazzi. Il suo trasferimento, due anni prima, era avvenuto in modo spontaneo, senza doverne quasi parlare: erano sempre tutti e tre insieme, iniziare anche a vivere insieme non era stato quel cambiamento così incredibile. Certo, c’erano stati momenti imbarazzanti che avevano lasciato Nobara senza fiato ed accaldata, come quella mattina in cui era entrata in bagno mezza addormentata e aveva trovato Megumi sotto la doccia, i capelli neri appiccicati sul viso e gli occhi di un azzurro brillante, due zaffiri infuocati che la fissavano attraverso il vapore; oppure quella volta in cui si era confusa ed aveva indossato per tutto il giorno la giacca dell’uniforme di Yuji invece che la propria e, una volta che se n’era resa conto, non aveva potuto fare a meno di notare il modo in cui lui la guardava senza dire niente, una strana espressione quasi affamata sul viso di solito aperto e sorridente. Erano momenti che facevano nascere nella mente di Nobara immagini, pensieri e desideri che non avevano spazio nella vita di stregoni jujutsu come loro e che soprattutto non avevano spazio dell’amicizia che li legava.

In quel momento, però, Nobara non poté fare a meno di evocare nella mente il sorriso luminoso di Yuji, lo sbuffare amorevole di Megumi quando lei e Yuji facevano qualche pazzia, fotogrammi felici che l’aiutavano ad aspettarli.

All’improvviso, il silenzio della stanza venne spezzato dal rumore della porta che veniva spalancata. Nobara si girò di scatto, il cuore che si riempiva di gioia alla vista delle due figure sulla soglia.

“Megumi! Yuji!” esclamò, correndo verso di loro. Dopo tutti quegli anni, tra di loro non servivano più cognomi od onorifici.

Prima ancora di arrivar loro vicina, Nobara si accorse che qualcosa non andava. Yuji sembrava stare bene, tranne l’uniforme sporca e strappata, ma Megumi si stava appoggiando a lui, come se non ce la facesse a stare in piedi da solo, gli occhi socchiusi e la bocca storta in una smorfia di dolore.

“Cos’è successo?”

Nobara si rendeva conto che si trattava di una domanda stupida, erano appena tornati da una missione, ma non poté trattenersi. Le mani le tremavano leggermente quando si strinse dal lato di Megumi non sostenuto da Yuji, prendendo su di sé parte del peso del moro ed accompagnandolo verso il suo letto.

A risponderle fu proprio lui, in un tono che voleva essere rassicurante, ma che era chiaramente venato di dolore, “Niente, sto bene. Sono già stato da Shojo-sensei, l’unica cosa da fare ora è riposare.”

Nobara strinse le labbra per impedirsi di sbottare che non stava bene e che sicuramente non era niente , ma si trattenne. Lei ed i ragazzi bisticciavano di continuo, ma quello non era il momento adatto. Nobara colse lo sguardo che Yuji le lanciò da sopra i capelli spettinati di Megumi ed il sorriso del ragazzo servì a dissipare parte della sua preoccupazione.

“E tu, Yuji? Sei ferito anche te?” domandò.

Yuji scosse la testa.

“La maledizione mi aveva quasi staccato un braccio, ma Sukuna ci ha guarito.” Agitò il braccio sinistro, quello libero dal peso di Megumi. “Sono come nuovo!”

Di nuovo, Nobara si trattenne dal commentare. Da quando avevano sconfitto l’essere che impersonava Geto Suguru ed il suo esercito a Shibuya, durante la lunga notte di un Halloween di alcuni anni prima, Sukuna era diventato stranamente comprensivo e cooperativo. Era sempre un arrogante bastardo che faceva venire i brividi a Nobara, ma combatteva al loro fianco, aiutando Yuji. Nobara non sapeva a cosa fosse dovuto questo cambiamento nell’atteggiamento di Sukuna, ma non si fidava e per questo motivo, ogni volta che Yuji nominava la sua partnership con quell’essere, a Nobara veniva la voglia di piantargli un chiodo in fronte.

In quel momento, però, la sua attenzione era tutta concentrata su Megumi, che avevano fatto stendere a letto e che ancora aveva il fiatone, il respiro che gli usciva dalle labbra con un rumore raspante che non piaceva per niente a Nobara.

“Voglio vedere,” sbottò, la sua già poca pazienza messa a dura prova dalla preoccupazione.

Malgrado le sue condizioni, Megumi riuscì comunque in qualche modo ad alzare gli occhi al cielo.

“Te l’ho detto, Shoko-sensei mi ha già…”

Nobara lo ignorò e chiese, iniziando già a slacciargli i bottoni della camicia, “Sei ferito sul petto, vero?”

Non ci fu bisogno che Megumi le rispondesse. Una volta aperta, la camicia rivelò il torso muscolo del ragazzo e la grande fasciatura che ricopriva tutta la sezione inferiore, già nuovamente macchiata di sangue.

“Non ti preoccupare per il sangue, Shoko-sensei ha detto che è normale considerati i poteri della maledizione che abbiamo affrontato,” spiegò Yuji, in piedi al fianco di Nobara. “È tutto okay.”

Per qualche istante, Nobara accarezzò davvero l’idea di prendere il suo martello ed i suoi chiodi e far vedere a quei due idioti cosa fosse davvero il dolore. 

“Se uno di voi due dice ancora una volta che ‘va tutto bene’ o che ‘non mi devo preoccupare’...” minacciò, gli occhi ridotti a due fessure. I due, intelligentemente, annuirono.

Fu solo in quel momento, la rabbia che per un attimo aveva dissipato la preoccupazione, che Nobara si rese conto che stava toccando Megumi, il suo palmo appoggiato al pettorale del moro. Malgrado vivessero insieme, lei ed i ragazzi non si toccavano, non così, non pelle a pelle, non in parti del corpo di solito nascoste da strati di vestiti. Nobara riusciva a sentire il battito del cuore di Megumi, un rumore profondo e rilassante sotto il suo palmo e quasi inconsciamente allargò le dita, vogliosa di percepire con tutta la mano quella prova che Megumi era vivo, era al sicuro lì con loro. 

Megumi emise un suono di gola, qualcosa a metà tra un gemito ed un ringhio ed implicitamente Nobara capì che non si trattava di un suono di dolore. Gli stava quasi accarezzando il petto, la mano che disegnava lenti cerchi all’altezza del cuore e all’improvviso Nobara si sentì accaldata, con il fiatone. Megumi era mezzo nudo, steso su un letto davanti a lei, tutta la distesa del busto a pochi centimetri dal suo viso e non poté trattenersi dal guardare, bevendo con gli occhi ogni deliziosamente definita fascia muscolare, ogni incavo, la curva delle costole, i capezzoli una sfumatura più scura rispetto al colore candido della pelle, la cui setosità era evidente sotto i polpastrelli di Nobara.

La bocca di Nobara era secca e la ragazza ingoiò a vuoto.

Il suo sguardo risalì il petto di Megumi, il collo per qualche motivo particolarmente arrossato, le labbra semi aperte ed infine si incagliò negli occhi azzurri. Nobara inalò, sorpresa di trovarli aperti e fissati sul suo viso, brillanti come zaffiri.

“Nobara.”

Questa volta la ragazza fu talmente presa alla sprovvista da balzare in piedi. Era solo Yuji, che la fissava con quella strana espressione sul viso, la stessa che aveva assunto quando Nobara aveva indossato per sbaglio la sua uniforme.

Se Nobara non fosse stata Nobara ed i ragazzi non fossero stati i ragazzi, l’avrebbe descritta come ‘desiderio’.

“Lasciamolo dormire,” disse Yuji e Nobara annuì con forza.

“Sì, è la cosa migliore,” rispose. “Vado un attimo in bagno e poi te lo lascio. Vorrai sicuramente farti una doccia.”

Nobara andò a letto con l’immagine del petto nudo di Megumi impressa a fuoco nella mente. Dal bagno proveniva il rumore di acqua che scorreva e la sua mente traditrice le fece immaginare come fosse Yuji sotto la docca, costringendola a porsi delle domande lussuriose, a paragonare i due ragazzi. Già quasi addormentata, si chiese se Yuji fosse più o meno muscoloso di Megumi, se avesse più o meno cicatrici, se avesse anche sul corpo delle tracce di Sukuna simili a quelle che aveva sul viso e se la sua pelle, arrossata ed resa sensibili dall’acqua calda, fosse morbida come quella dell’altro loro migliore amico.

Si addormentò immaginando di toccare petti muscolosi con le labbra.

🐯🐺🌹

Una delle lame impugnate dalle molte braccia dello spirito maledetto saettò verso di lei. Nobara balzò indietro, ma si era mossa un attimo troppo in ritardo e la lama affilata del bisturi gigante la colpì. Nobara gridò, il cervello pieno della sensazione della propria carne che si apriva e del proprio sangue che schizzava via. Il suo corpo, però, era ormai allenato ad agire quasi in automatico ed i chiodi che la circondavano a mezz’aria vennero sparati dalla sua energia maledetta verso la creatura, centrandola in pieno.

“Muori, bastardo,” ansimò Nobara, schioccando le dita.

Lo spirito maledetto esplose in un milione di pezzi, la luce azzurra dell’energia maledetta di Nobara che per un istante illuminò a giorno la sala operatoria dell’ospedale abbandonato in cui si trovavano.

Uno spirito maledetto nato dalla paura delle persone nei confronti dei bisturi… Perché mi capitano sempre le missioni più inquietanti? pensò tra sé e sé Nobara, mentre cercava di riprendere fiato. 

La lotta era stata lunga ed intensa e la ragazza aveva consumato quasi del tutto la propria energia maledetta. Aveva il corpo ricoperto di lividi e ferite, i vestiti in pezzi, i capelli impastati di sangue, polvere e sudore. Più di una volta nel corso dello scontro Nobara aveva desiderato di avere al proprio fianco Yuji e Megumi, le loro abilità nella lotta corpo a corpo sarebbero state perfette contro quella maledizione umanoide dotata di dieci braccia, ognuna delle quali armata di bisturi. I due ragazzi, però, avevano ricevuto altri incarichi ed erano lontani, occupati ad esorcizzare maledizioni altrettanto pericolose.

“Ci stiamo avvicinando al Natale,” aveva spiegato loro Yaga, prima di separarli, “sapete quanti spiriti maledetti nascono vicino alle feste. Ho bisogno di tutte le braccia disponibili.”

Una fitta di dolore riportò Nobara al presente e la ragazza strinse i denti, una smorfia sul viso. Abbassò lo sguardo verso la fonte del dolore e si accorse di avere la gamba destra completamente ricoperta di sangue.

Cazzo.

Doveva correre immediatamente da Shoko-sensei.

Infilò una mano tremante in tasca ed estrasse il cellulare. Un capogiro la colpì, annebbiandole per un istante la vista e ci mancò poco che il telefono le sfuggisse dalle dita.

Sto perdendo troppo sangue , pensò vagamente, la testa troppo leggera.

Riuscì in qualche modo a sbloccare lo schermo del telefono e a premere l’icona delle chiamate prima che un altro capogiro, questa volta ancora più forte, la colpisse. Nobara cadde pesantemente a terra, ma non percepì neppure l’impatto, già quasi svenuta.

Prima di perdere i sensi completamente, riuscì a premere la chiamata rapida all’ultimo numero contattato.

🐯🐺🌹

Nobara aprì gli occhi e per un lungo momento non riconobbe il luogo in cui si trovava. Le pareti bianche ed i letti di metallo le ricordarono dolorosamente l’ospedale abbandonato in cui era quasi morta e l’istinto di scappare, di combattere, la fece balzare a sedere.

“Ferma,” disse una voce proprio nell’istante in cui una potente fitta di dolore attraversò il corpo di Nobara.

La ragazza gemette e ricadde distesa. Aveva riconosciuto la voce e finalmente il suo cervello aveva capito di non essere ancora in quell’ospedale abbandonato, bensì in quello dell’Istituto di Arti Occulte di Tokyo gestito da Shoko-sensei.

Accanto a lei, Megumi sospirò.

“Non ti devi muovere. Shoko-sensei ha detto che ormai non c’è più pericolo, ma sei stata colpita troppo vicino all’arteria femorale e quindi saranno necessari diverse settimane per una completa guarigione.”

Prima che Nobara potesse chiedere ulteriori spiegazioni, la porta si spalancò, rivelando l’inconfondibile figura di Itadori Yuji.

“Nobara!” strillò il ragazzo, raggiungendo il letto con due lunghe falcate e sedendosi poi su di esso. “Come stai? Eravamo preoccupatissimi!”

Megumi le lanciò uno dei suoi rari sorrisetti.

“Non dire che stai bene, eh?”

Nobara roteò gli occhi, ma rispose sinceramente, “Ora mi sento bene, ma…” 

Si mordicchiò il labbro. Se fosse stato qualcun altro, avrebbe preferito morire piuttosto che ammettere le proprie paure o difficoltà, ma questi erano Yuji e Megumi, le due persone che la conoscevano meglio al mondo.

Prese un respiro profondo e poi ammise con voce sottile, gli occhi puntati sulle proprie mani che stringevano con forza il lenzuolo, “...Mi sono davvero spaventata, ragazzi. Ho vinto ed ho esorcizzato la maledizione, ma questa volta ci sono andata davvero troppo vicina.”

La sua confessione venne accolta da uno strano silenzio.

Nobara alzò gli occhi verso i ragazzi, titubante, non sapendo bene che reazione aspettarsi da loro e fu sorpresa dalle identiche espressioni di rabbia dipinte sui loro visi. Per un attimo si strinse nelle spalle, pronta a rispondere a tono alla loro ira, poi però si rese conto che i suoi due amici non erano arrabbiati con lei, ma per lei.

“Non andrai più in missione da sola,” dichiarò Yuji.

Nobara gli lanciò un’occhiata sbalordita.

“Non dire cazzate, Yuji. Sono perfettamente in grado di badare a me stessa e soprattutto rischiare la mia vita per esorcizzare le maledizioni è una mia scelta. Non hai nessun diritto di dirmi che non posso più farlo.”

“Non è quello che intende Yuji,” cercò di calmarla Megumi. “Solo che sarebbe meglio se tu fossi sempre accompagnata da uno stregone specializzato nel corpo a corpo, così che le vostre due abilità possano lavorare insieme per sconfiggere le maledizioni con cui uno di voi due avrebbe difficoltà da solo.”

Non ci voleva un genio per capire dove volevano andare a parare con quel discorso.

“Immagino che lo stregone in questione sia uno di voi due,” commentò aridamente Nobara.

Anche lei stessa aveva fatto quello stesso ragionamento, ma che a proporlo fossero quei due idioti aveva un sapore di condiscendenza che non piaceva per niente a Nobara.

“Prima di tutto, sono abituata a combattere da sola. Secondo, anche Megumi non è uno stregone da corpo a corpo, quindi il vostro ragionamento non sta in piedi.”

“È per questo che d’ora in poi obbligheremo Yaga a mandarci in missione sempre tutti e tre insieme,” dichiarò Yuji. “Siamo la squadra più affiatata che abbiano a disposizione, è uno spreco dividerci.”

“E come pensi di convincerlo?”

Yuji le lanciò un sorrisetto che a Nobara ricordò fin troppo Gojo-sensei.

“Se lui e gli altri leader vogliono l’aiuto mio e di Sukuna, dovranno ascoltarmi.”

Nobara non poté non scoppiare a ridere.

“Ora sembri davvero Gojo-sensei!”

Accanto a lei, Megumi rabbrividì scherzosamente, mentre invece il viso di Yuji si aprì in un sorriso quasi imbarazzato.

“Dici?” chiese, grattandosi nervosamente la nuca con la mano destra.

“In modo inquietante. Basta che tu non diventi uno schifoso donnaiolo come lui,” lo prese in giro Nobara.

Quella sua frase scherzosa, però, sembrò far cambiare l’aria nella stanza, riempiendola di una strana tensione che Nobara non capì. Il sorriso di Yuji cadde ed il ragazzo si immobilizzò, gli occhi puntati su Megumi.

“Non c’è alcun problema da quel punto di vista,” mormorò piano il moro. Yuji ingoiò a vuoto.

Per un lungo istante, nessuno disse niente, poi fu di nuovo Megumi a spezzare il silenzio.

“Ora è meglio se andiamo. Abbiamo da compilare i nostri rapporti e te devi riposare. Torniamo domani.”

Si alzò dalla sedia ed uscì, seguito a ruota da Yuji. Nessuno dei due si voltò a guardarla prima di lasciare la stanza.

Nobara non sapeva cosa pensare.

Cosa diavolo è appena successo?

🐯🐺🌹

Quando Nobara aprì gli occhi una seconda volta, era buio, le silhouette degli altri letti e dei mobili della stanza appena visibili.

Cos’è che l’aveva svegliata?

Nobara fece scorrere lo sguardo intorno a sé, alla ricerca di ciò che i suoi istinti di stregone avevano captato, svegliandola. Per qualche momento non vide nulla, poi, in un angolo, notò un ammasso di ombre diverse , più consistenti, quasi simili a nebbia nera.

“Megumi,” disse piano.

Avrebbe riconosciuto la tecnica maledetta del suo migliore amico anche ad occhi chiusi.

Una risatina emerse da quell’angolo.

“Avrei dovuto immaginare che le mie ombre non ti avrebbero ingannato,” fece quasi tra sé e sé il moro, emergendo dal buio, la sua bellissima figura che si faceva strada tra l’oscurità come una nave in mezzo ad una bufera. Dietro a lui, un lampo di capelli rosa.

“Yuji?” chiese stupita Nobara. Ormai da qualche anno Megumi era in grado di trasportare anche esseri viventi nelle sue ombre e non solo più solo oggetti maledetti, quindi a stupirla non era l’emergere di Yuji dall’oscurità, ma il perché fosse lì. 

Anzi, a pensarci bene, perché erano entrambi lì? Perché si erano introdotti nell’ospedale nel cuore della notte? Nobara aggrottò le sopracciglia, confusa e sospettosa.

“Eravamo troppo preoccupati per aspettare fino a domani mattina,” disse Yuji, lanciandole il suo solito, meraviglioso sorriso, come se avesse percepito le domande di Nobara.

Gli occhi di Megumi, invece, erano puntati sulle gambe di Nobara, nascoste da lenzuolo e trapunta.

“Facci vedere,” bisbigliò Megumi.

Nobara sentì la faccia arrossarsi e sapeva che, con quella frase ambigua, Megumi le aveva mandato a fuoco le guance.

“Cosa?” balbettò, mentre per la volta nella sua vita la sua lingua tagliente veniva meno, impedendole di emettere una delle sue solite risposte velenose.

Megumi non aspettò una risposta affermativa. Si limitò ad agguantare trapunta e lenzuolo e a strapparli via dal letto con un unico, fluido gesto. 

Nobara strillò, afferrando l’orlo della t-shirt che indossava e cercando di abbassarlo, nel tentativo di coprirsi le gambe. Nell’ospedale faceva caldo e quindi le era parso intelligente, qualche ora prima, indossare solo quella maglietta e delle mutandine, lasciando anche così la fasciatura sulla gamba libera di respirare. In quel momento, però, con i suoi due migliori amici che le fissavano le gambe nude e le mutandine a malapena coperte dall’orlo della maglietta, Nobara rimpianse questa sua decisione.

“Che cazzo fai, Megumi!”

I due ragazzi ignorarono l’urlo di Nobara, tutta la loro attenzione concentrata sulle bende che circondavano interamente la coscia destra della ragazza. Yuji allungò la mano e la posò con delicatezza su di esse, spezzando il respiro nella gola di Nobara.

Riesco a sentire il calore delle sue dita attraverso la stoffa delle bende , pensò Nobara, la bocca improvvisamente secca.

Era come quella volta, qualche mese prima, quando lei aveva toccato il petto di Megumi. Era lo stesso tipo di tocco, carico di un’energia particolare, pronta ad esplodere al minimo gesto sconsiderato di uno di loro. Una miccia pronta per essere accesa, una bomba pronta a detonare, distruggendo la loro relazione.

Le dita di Yuji iniziarono a muoversi, scorrendo in alto, fino a toccare l’orlo della maglietta, per poi tornare in basso, fino al punto in cui le bende lasciavano spazio alla pelle del ginocchio. Era come se le stesse accarezzando la ferita, come se il suo tocco potesse cancellare il dolore e la paura. 

E ci stava riuscendo.

Ogni volta che le sue dita toccavano il ginocchio di Nobara, il cuore della ragazza perdeva un battito. E quando invece erano in alto, la mente di Nobara non poteva non immaginare cosa sarebbe successo se non si fossero fermate al bordo della maglietta, se avessero continuato il loro viaggio sotto di essa, ancora più in alto, fino alle mutandine.

Se fosse successo, Yuji avrebbe scoperto che quelle mutandine erano irreparabilmente bagnate.

Devo fermare questa cosa , pensò Nobara, quasi in preda al panico. Se i suoi due migliori amici avessero scoperto che si stava eccitando sotto il tocco di Yuji, sotto gli occhi di Megumi, tutta la sua vita sarebbe crollata come un castello di carte.

“Sto bene,” disse in tono fintamente tranquillo. “Non dovete preoccuparvi. Andate a dormire, ragazzi.”

A quella frase, gli occhi di Megumi si indurirono. Con un rapido movimento, simile a quello con cui l’aveva spogliata delle coperte, afferrò l’orlo della t shirt e lo alzò, rivelando tutta la fasciatura, parte dello stomaco di Nobara e soprattutto le sue semplici mutandine bianche.

“Ti sembra che stia bene, Yuji?” domandò con fare distaccato, ma un fuoco gelido negli blu.

Yuji scosse la testa.

“No, mi sembra che si la solita stupida testa di legno che non vuole dirci quando sta male.”

Quella frase di Yuji fece finalmente riprendere al cervello di Nobara le sue funzioni cognitive.

“Che cazzo state facendo?” ripeté, il fiato mozzo. “Ve l’ho detto che ho avuto paura, ma ora sto bene .”

“L’ultima volta che sono stato ferito durante una missione, ci ha minacciato di inchiodarci se ti avessimo continuato a far preoccupare,” la informò Megumi, mentre la mano di Yuji risaliva la coscia di Nobara, ora senza alcuna maglietta a fermarla. “Siamo stati noi a trovarti. Hai chiamato noi con l’ultimo briciolo della tua forza, prima di svenire in una pozza del tuo stesso sangue. Hai idea di cosa abbiamo provato, vedendoti lì,  in quell’ospedale di merda, quasi morta? Questa è la nostra punizione per averci fatto prendere il più grande spavento della nostra vita e per continuare a dire ‘sto bene’ malgrado ciò che hai vissuto e che ci hai fatto vivere.”

“Yuji…” poté solo bisbigliare Nobara in risposta a tutto ciò, perché le dita di Yuji non si erano fermate e ora erano al suo inguine. Un centimetro ancora ed avrebbero trovato l’umidità della stoffa delle mutandine.

“Se mi dici basta, mi fermo,” le rispose lui, la voce roca.

Nobara spostò lo sguardo sul suo viso e l’intensità dei suoi occhi, il fuoco che vi ardeva dentro, l’affannoso alzarsi ed abbassarsi del suo petto le fecero capire di non essere l’unica in quella stanza a star venendo sopraffatta dall’esperienza a cui stavano dando origine. Soprattutto, in quegli occhi castani, Nobara vide un mare infinito di affetto, un sentimento profondo, nato da anni in cui le loro vite si erano fuse l’una nell’altra. Lui le sorrise e di fronte alla familiare, calda luce che le nasceva nel petto ogni volta che Itadori Yuji le sorrideva, Nobara non poté che cedere.

Annuì piano.

“Non fermarti,” bisbigliò e la sua voce non era mai stata delicata e soffice come in quel momento.

Un attimo dopo, le dita di Yuji era sul suo centro. Nobara e Yuji gemettero all’unisono, l’una per il fatto di essere toccata, l’altro per il bagnato che aveva trovato.

“Nobara…” si limitò a dire Yuji, quasi con riverenza, cominciando lentamente ad accarezzarle il sesso da sopra le mutandine.

Nobara aprì la bocca per ansimare, il piacere improvviso troppo e contemporaneamente troppo poco, quando la bocca di Megumi fu sulla sua. Si era quasi dimenticata della presenza dell’altro suo migliore amico, distratta dalle dita di Yuji e quando lui le rapì la bocca in un bacio con cui sembrava quasi la volesse divorare, Nobara si rese davvero conto di cosa stava succedendo. 

Stava baciando Megumi, mentre Yuji la stava masturbando e… non voleva che la cosa si fermasse.

Infilò le mani tra i capelli di Megumi, tirando delicatamente quelle setose ciocche d’inchiostro. Megumi le ringhiò piano nella bocca, la lingua che si intrecciava con quella di Nobara, i denti che la mordicchiavano e Nobara rispose a tono, con morsetti e gemiti, mentre le dita di Yuji continuavano la loro magia.

“Yuji…” ansimò Nobara, allontanando la bocca di pochi millimetri da quella Megumi, “... di più.”

Yuji non se lo fece ripetere due volte. Scostò di lato le mutandine di Nobara, senza perdere tempo a sfilarglierle e fece scorrere lentamente le dita nel calore bagnato delle pieghe della sua fica. Di nuovo, i due si lasciarono andare a due gemiti gemelli. 

La presa di Nobara nei capelli di Megumi si fece ferrea, le unghie che penetrarono leggermente la cute. Una parte del cervello della ragazza, quella ancora un minimo presente, si preoccupò di fargli male, ma Megumi non sembrò farci caso, anzi. Il suo bacio si fece ancora più intenso e le sue mani, fino a quel momento sul viso di Nobara, si abbassarono. Come Yuji si era limitato a spostare di lato le mutandine, anche Megumi non perse tempo con la maglietta: l’afferrò nuovamente per il bordo e la fece scorrere in alto, fino a che non fu appallottolata sotto alle ascelle della ragazza, rivelando il seno di Nobara, i capezzoli già inturgiditi.

Un attimo dopo, tre cose successero in rapida successione. L’indice ed il medio di Yuji, che fino a quel momento avevano disegnato lenti cerchi sul clitoride di Nobara, si spostarono in basso e la penetrarono in un unico delizioso movimento. L’improvviso, intenso piacere fece strillare la ragazza, che inarcò la schiena come se avesse preso una scossa elettrica. Megumi approfittò di questo movimento per abbassare la testa di qualche centimetro e prendere tra le labbra il capezzolo destro.

I due ragazzi non stavano più giocando. Yuji iniziò a scoparla con forza con le dita, l’indice ed il medio dentro di lei, contro il suo punto g, il pollice sul clitoride. La bocca di Megumi alternava morsetti a leccatine sul capezzo destro, mentre quello sinistro veniva delicatamente strizzato tra le dita della mano sinistra di Megumi.

Nobara aveva perso qualsiasi pensiero razionale ed era ormai argilla nelle mani dei due ragazzi. Ansimava, gemeva, ondeggiando i fianchi al ritmo delle dita di Yuji, cercando di strizzare da esse ogni goccia di piacere che potessero donarle, le mano destra affondata nei capelli neri di Megumi, quella sinistra che stringeva la maglietta di Yuji.

“Non fermatevi,” riuscì ad esalare, facendo ridacchiare i due ragazzi. Le vibrazioni della risata di Megumi le attraversarono il capezzolo, facendola gemere con più forza.

Ormai Nobara era quasi all’apice, sarebbe bastata una lievissima spinta per farla ruzzolare nel picco dell’orgasmo. E quella piccola spinta fu Yuji, che si allungò verso di lei, scostò con delicatezza Megumi con la mano non occupata a farle avere il miglior orgasmo della sua vita e posò le proprie labbra sulle sue. Nello stesso istante in cui le loro labbra si toccarono e le loro lingue si intrecciarono, Nobara venne come mai prima d’ora.

Cazzo , pensò, mentre ondate di puro piacere elettrificavano ogni suo singolo nervo. Ora non potrò più tornare indietro.

Megumi e Yuji le rimasero vicini, accarezzandola e bisbigliandole sciocchezze mentre lei riprendeva le proprie facoltà psicofisiche dopo quell’orgasmo ultraterreno. Quando fu nuovamente in sé, Megumi allungò una mano e toccò la fasciatura sulla coscia di Nobara.

“Bene,” borbottò, “la ferita non si è riaperta.”

Se ne avesse avuta la forza, Nobara avrebbe roteato gli occhi. Con chi pensavano di avere a che fare? Era stata curata da Shoko-sensei in persona, non da un dottore senza energia maledetta qualunque. Shoko-sensei aveva insistito per farla rimanere in osservazione qualche giorno giusto per sicurezza, ma Nobara stava bene e se quei due idioti avessero continuato a trattarla come un’invalida, avrebbero assaggiato i suoi chiodi.

“Allora a domani,” la salutò Yuji con uno dei suoi soliti sorrisi, mentre già entrambi si stavano avviando verso la porta.

A domani?

Ci mancò poco che Nobara balzasse in piedi.

“Fermi lì!” esclamò.

I due ragazzi si bloccarono e le lanciarono due identici sguardi di sorpresa e confusione. Ora Nobara desiderava davvero avere sotto mano il proprio martello.

“Non penserete sul serio di potervene andare dopo quello che abbiamo fatto,” sibilò. “Abbiamo fatto qualcosa che ha cambiato per sempre la nostra relazione, nel bene nel male. Non siamo più amici . Ma se ve ne andate ora, non saremo mai neanche più che amici .”

Megumi e Yuji si guardarono per un lungo istante e poi, assurdamente, scoppiarono a ridere. Prima che Nobara avesse il tempo di scattare verso di loro e colpirli con un Black Flash, furono di nuovo vicino al suo letto, sorridenti.

“Mi sa che ci hai frainteso,” disse Megumi, usando un tono così dolce che ogni istinto omicida di Nobara si sciolse come neve al sole. “Non ce ne stavamo andando perché non siamo interessati ad avere qualcosa di più con te.”

“Semplicemente non vogliamo farti del male,” si inserì Yuji. “Sei ancora convalescente.”

Malgrado tutto, il fatto che fossero davvero così preoccupati per la sua salute riempì Nobara di gioia. Aveva conosciuto stregoni che amavano fare sesso dopo una missione, cavalcando l’adrenalina della lotta e sebbene Nobara avesse sempre apprezzato quel tipo di rapida e quasi violenta scopata, doveva ammettere che avere le due persone che più amava pronte a rinunciare a del sesso per non metterla in pericolo era ancora più piacevole di essere scopata da dietro in un vicolo, in mezzo a rimasugli di maledizioni e con l’energia maledetta che ancora scorreva nelle vene.

“Venite qui,” disse con dolcezza e appena furono abbastanza vicini li baciò teneramente, l’uno dopo l’altro.

“Sto bene e vi voglio, entrambi, ora,” dichiarò.

“Come ci vuoi?” le chiese Megumi, posandole un bacio sulla gola.

Nobara era troppo eccitata per provare imbarazzo.

“Megumi dentro di me e Yuji in bocca.”

Questa sua dichiarazione fu accolta da due gemiti gemelli.

“Cazzo,” borbottò Yuji fra sé e sé, mentre si spostava verso di lei, posizionandosi in piedi all’altezza del cuscino di Nobara, così che la ragazza non dovesse nemmeno alzare la testa per poterlo prendere in bocca. Megumi, invece, non disse niente, limitandosi a spostarsi in mezzo alle gambe di Nobara, ma le fiamme azzurre che ardevano nei suoi occhi dicevano tutto.

I due ragazzi non persero tempo a spogliarsi, limitandosi ad abbassare le zip dei pantaloni dell’uniforme scolastica. Quando vide con che cosa aveva a che fare, la bocca di Nobara si seccò, mentre al contrario la sua fica divenne bagnata come mai era stata. Avrebbe dovuto immaginarlo, ma neanche le sue più ardite fantasie l’avrebbero preparata alla bellezza dei cazzi di Megumi e Yuji, il primo più lungo e più chiaro, il secondo più largo e di un rosa di qualche sfumatura più scuro. In poche parole, la perfezione. Ed erano tutti suoi .

Megumi la guardò negli occhi e poi le chiese, sempre con quel tono dolce che davvero faceva bagnare Nobara e contemporaneamente le scioglieva il cuore, “Sei pronta?”

Lei non poté fare altro che annuire.

Il ragazzo non perse tempo. A differenza di come aveva fatto Yuji qualche minuto prima, Megumi non scostò le mutandine di lato, bensì le strappò via direttamente e poi la penetrò in un unico, fluido gesto. L’improvviso, inaspettato piacere attraversò Nobara come una scarica elettrica e la ragazza inarcò la schiena, la bocca aperta in un grido silenzioso.

Per qualche minuto, Nobara non fu in grado di fare altro se non godersi il movimento del cazzo di Megumi dentro di lei, che strusciava in ogni singolo punto sensibile delle sue pareti interne. Ma non si era dimenticata del secondo dei suoi ragazzi e quando girò la testa verso Yuji, vide che lui stava osservando la scena con sguardo rapito, accarezzandosi il pene.

“Yuji…” bisbigliò Nobara e poi aprì le labbra in un chiaro invito.

Un istante dopo e la sua bocca fu piena di lui. Non era la prima volta che Nobara faceva un pompino, come non era la prima volta che veniva scopata con le dita o con un cazzo, ma per qualche motivo quei due idioti rendevano l’esperienza incredibile . Nobara si sforzò di aprire la bocca il più possibile e quando riuscì ad aprire anche la gola e sentì la cappella di Yuji scivolare così in profondità da rischiare di soffocare, si rese davvero conto che tutto il sesso che aveva fatto fino a quel momento non valeva niente.

Sembrò però che Megumi avesse percepito questo suo pensiero e fosse deciso a spezzarla ancora più profondamente, perché si alzò in ginocchio e contemporaneamente l’afferrò per la vita, costringendo il corpo di Nobara a seguire il suo movimento. Ora la parte inferiore del corpo della ragazza era sospeso a qualche centimetro dal letto, inarcato, tenuto in aria solo dalla forza delle braccia di Megumi ed il nuovo angolo faceva sì che il cazzo del moro colpisse davvero i punti più segreti del suo sesso, punti che mai nessuno aveva raggiunto prima, mentre ondate di piacere sempre più violento si facevano strada in lei.

I due ragazzi sembravano aver completamente dimenticato che Nobara era ‘convalescente’, completamente presi dal loro piacere. 

Yuji le stringeva la mascella, in modo da poterle muovere la testa come desiderava e contemporaneamente tenerle aperta la bocca il più possibile.

“Wow, riesco a sentire il mio cazzo nella tua gola,” disse con fare estasiato, osservando amorevolmente le lacrime che scorrevano dagli occhi di Nobara e i fili di bava che le uscivano dalla bocca.

Megumi, come al solito, non disse niente, ma la presa che aveva sulla sua vita era talmente stretta che Nobara era sicura avrebbe lasciato dei lividi, mentre i rapidi e potenti colpi del suo cazzo dentro di lei spingevano al limite le capacità elastiche delle sue pareti interne.

Era un netto contrasto dalla dolcezza che le avevano mostrato prima.

Era perfetto.

A differenza di ciò che era avvenuto prima, non ci fu nessun preambolo al suo orgasmo. I due ragazzi stavano usando il suo corpo come volevano e Nobara era talmente piena di loro, il corpo pieno dei loro cazzi, il naso pieno dei loro odori, le orecchie piene dei loro gemiti e ringhi che l’orgasmo la colpì forte ed improvviso come uno shinkansen al massimo della sua velocità. L’urlo di Nobara venne soffocato dal pene di Yuji, mentre l’intero corpo della ragazza veniva sconquassato da un orgasmo pazzesco che le fece prendere il volo e allo stesso tempo la inchiodò a terra.

Incredibile, riuscì solo a pensare, non mi hanno neanche toccato il clitoride.

Qualche istante dopo ed i due ragazzi la seguirono. Se ne avesse avuta la forza, probabilmete Nobara sarebbe venuta di nuovo grazie alla meravigliosa sensazione di essere riempita dal loro sperma, di sentirlo fisicamente così in profondità nel sesso e nella gola, ma il suo corpo era troppo stanco per riuscirci e quindi Nobara si limitò a godersi quel piacere, cercando di ingoiare quanto più sperma di Yuji riuscisse e stringendo i propri muscoli interni in modo che neanche una goccia di quello di Megumi uscisse dal suo sesso. 

Non dimenticò nemmeno di mandare un ringraziamento a Shoko-sensei, la quale prescriveva pillole anticoncezionali a tutte le donne stregone appena esse cominciavano ad avere rapporti sessuali e poi faceva controlli regolari alla salute sessuale di tutti gli stregoni giapponesi. Grazie a lei Nobara poteva godersi una bella creampie senza alcun tipo di preoccupazione e decise che, appena si fosse rimessa al cento per cento, avrebbe portato alla cara dottoressa una bella torta alla crema come ringraziamento.

Nobara non aprì nemmeno gli occhi mentre qualcuno la ripuliva. Poi sia Yuji che Megumi si accoccolarono accanto a lei, stringendosi tutti e tre in quel minuscolo letto singolo d’ospedale.

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Kenjaku era stato sconfitto a Shibuya, anni prima e Geto Suguru, il quale evidentemente non era mai davvero morto del tutto, era riuscito a riprendere il controllo del proprio corpo. Grazie alle sue azioni di ammenda e alle intercessioni di Gojo Satoru, aveva evitato la condanna a morte ed ora lavorava nuovamente all’interno della società jujutsu, cercando, insieme a Gojo ed ai suoi sostenitori, di fare in modo che essa cambiasse. La sua quasi morte e la possessione del suo corpo, però, avevano lasciato cicatrici indelebili nella sua carne e nella sua energia maledetta e ciò lo costringeva a visite mensili da Shoko per controllare che la situazione non si aggravasse.

Fu quindi lui ad aprire la porta quella mattina e fu quindi lui il primo a vedere la scena nel dormitorio dell’ospedale.

“Uh-oh,” commentò con voce allegra Satoru, alla sua destra, “qualcuno stanotte si è divertito.”

Utahime, alla sua sinistra, arricciò il naso e commentò, con un sorriso, “Per lo meno sono vestiti.”

Suguru sentì il proprio cuore riempirsi di gioia alla vista di Yuji, Megumi e Nobara stretti l’uno all’altra nel piccolo letto d’ospedale, profondamente addormentati, mentre l’odore di sesso ancora permeava l’aria. Era per queste cose che aveva fatto ammenda, che aveva accettato di essere marchiato come criminale pur di aver salva la vita ed aiutare Satoru a migliorare la società jujustu: per permettere ai ragazzi, a tutti i giovani stregoni, di scopare in un letto d’ospedale, tranquilli ed al sicuro.

“Se solo Maki smettesse di essere così testarda e accettasse le avances di Yuuta e Toge…” sospirò Satoru. “Quei due stanno insieme da cinque anni e da cinque anni sperano che Maki si unisca a loro.”

Utahime gli rifilò una gomitata nelle costole.

“Non è che siccome noi tre siamo in una relazione poliamorosa tutto il resto del mondo deve fare lo stesso, eh?”

Satoru le lanciò un sorrisone smagliante.

“Dici che siamo una brutta influenza?”

Utahime alzò gli occhi al cielo e sbuffò, “Non dico che lo siamo, ma…”

Suguru ignorò il battibeccare dei suoi due amanti, tanto per loro erano praticamente preliminari e si limitò a godersi la scena di fronte a lui ancora per qualche istante. Poi fece un passo indietro e si chiuse la porta alle spalle.

C’era ancora molto da fare, ma ce l’avrebbero fatta. Lui, Satoru, Utahime, Shoko, Nanami, tutti i loro alleati e tutti i loro ragazzi avrebbero creato un modo dove scene del genere fossero la normalità. 

Ci credeva davvero.

Notes:

Post originale.

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