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La punta dell’indice di Michael preme un tasto sul videocitofono e un ronzio accompagna il gesto, seguito da schiocchi e scariche elettrostatiche. Il gallese sbuffa e guarda il cielo: sembra che minacci pioggia da un momento all’altro. Farà meglio a chiedere a David un ombrello in prestito.
Il piccolo cane bianco all’estremità del guinzaglio che Michael stringe nella mano sinistra ansima appena con la lingua di fuori, un po’ stressato dal fermento che ha avvertito intorno a sé per tutta la mattina; si lecca appena le labbra quando il cancello si apre e Michael accenna subito un passo in avanti, quasi con ansia. Bark Ruffalo inizia a trotterellare veloce per stare al passo del proprietario, che avanza rapido eppure incerto, quasi avesse qualche peso sul cuore da confessare e tuttavia si stesse trattenendo dal farlo.
Michael si passa da una mano all’altra la borsa shopper con dentro la coperta e il necessaire per il piccolo Bark Ruffalo e appoggia poi la mano destra sul pomello della porta, prendendosi un momento prima di girarlo. Sì: il gallese ha decisamente qualche pensiero che lo turba, mentre apre la porta con una decisione tutta di facciata; in verità vorrebbe richiuderla subito e scappare. Con o senza Bark Ruffalo, resta ancora da vedere.
Ormai però la porta è aperta e Michael entra, schiantandosi in faccia un sorriso smagliante nel giro di una frazione di secondo: pur sapendo quanto sia bravo a dominare ogni muscolo del proprio viso, sembrerebbe proprio un’espressione naturale.
Michael però, non vorrebbe affatto sorridere, adesso come adesso: è uno di quei giorni. Uno di quei giorni in cui vorrebbe francamente mandare tutti a fanculo e sparire. Uno di quei giorni in cui rimpiange il momento in cui avrebbe dovuto fare più attenzione ma era stato strafottente. Uno di quei giorni in cui sì, la sua vita per carità gli piace, la sta aggiustando cammin facendo, ma non è la vita che voleva vivere.
Nella vita che voleva vivere, c’era posto per una sola persona.
Una persona che è di qualcun altro, anzi, qualcun’altra.
Quindi, gioco forza, ha dovuto adattarsi ad una situazione di “grande famiglia allargata”, dove i non detti si mischiano elegantemente nei detti e il far finta di niente e lo scherzarci sopra la fanno un po’ da padrone.
Tutto sommato, una grande presa per il culo.
Certo, rimane comunque un buon compromesso per poter strappare qualche morso del frutto proibito che è perennemente nella sua mente e da qualche tempo pure a pochi isolati da lui.
David.
“Ehi, scozzese! Dove sei?”.
“Ciao Michael! Vieni, vieni pure di qua!”.
Il gallese sente la voce di David provenire dallo studio di fianco al salotto e vi si dirige con passo fermo, sempre tenendo il guinzaglio di Bark Ruffalo: il cane ha iniziato subito ad ispezionare la casa e tutti i suoi odori; sente la presenza di Bernard e Myrtle e tira curioso per spingersi di qua e di là. Michael spazientito si china per prenderlo in braccio e s’inoltra nello studio.
Michael avrebbe potuto aspettarsi molte cose, entrando in quello studio; sicuramente, non si sarebbe mai aspettato di vedere ciò che si presenta ora di fronte ai suoi occhi.
David è in piedi di fronte a lui, girato di spalle, intento ad armeggiare con qualcosa sulla scrivania dal taglio moderno. Indossa una camicia nera, lucida, per metà dentro e per metà fuori dal bordo di un kilt scuro, quasi nero ma con una fantasia tartan appena visibile. Il tessuto plissettato ricade pesante sulle forme delle sue natiche sottili e corre lungo le cosce appena divaricate. Lo scozzese non indossa calze, né pantofole: i suoi piedi nudi affrontano coraggiosamente la ceramica chiara del pavimento.
La visione mozza il fiato a Michael, che sgrana gli occhi e si scorda all’istante della giornata del cazzo che stava vivendo. David. David appena piegato sulla scrivania. David che gli da le spalle indossando un kilt. E sotto il kilt…
Qualcosa fa clic nella testa di Michael, che deglutisce in silenzio, bevendo ogni dettaglio dalla scena come sorsi da una limonata fresca in estate. Le spalle sottili dello scozzese. La curva delle spine iliache sormontata dal tessuto. Il lembo di camicia sfuggito al kilt: questo dettaglio in particolare accende la fantasia del gallese, che immagina subito di infilare le dita sotto a quel lembo e rubare una carezza fugace alle fossette, quelle fossette su cui il suo cuore perde un battito ogni volta che ci posa gli occhi.
Il gallese serra le palpebre e si sforza di richiamare sangue al cervello, invano: ha notato subito la rigidità del proprio membro, che inizia a spingere contro il tessuto morbido dei suoi pantaloni sportivi, non incontrando alcuna resistenza. Michael inspira ed espira un paio di volte, per poi avanzare verso lo scozzese.
David si accorge della sua presenza e volta appena lo sguardo nella sua direzione, sempre girato di spalle: “Ciao. Scusami, ho le mani impegnate, sto cercando di far rientrare questo coso nella sua custodia”. Lo scozzese ha una nota divertita nella voce: si sente appena e non sfuggirebbe all’orecchio attento di Michael, se in questo momento fosse ancora in grado di rendersi conto di qualcosa. Sembrerebbe quasi che David stia volontariamente dando le spalle a Michael.
§ § § § §
“Ci vediamo là?” aveva chiesto Georgia mezz’ora prima, uscendo: la custodia del vestito che avrebbe indossato per i BAFTA gli ricadeva mollemente sul braccio sinistro, la mano destra teneva stretta la manina di Birdie.
“Sì sì, certo” aveva replicato David distrattamente, la testa decisamente altrove.
Georgia gli si era avvicinata: “Non saluti la piccola?” aveva chiesto con voce carezzevole.
“Come no! Ciao amore mio, il papà ha da fare adesso, ma ti vuole tanto ma tanto bene”: David si china per prendere in braccio Birdie, che allunga subito le braccia e risponde con dei gridolini allegri e un “Anche io ti voglio bene!” entusiasta e felice. Un abbraccio stretto e dei baci rumorosi su una guancia strappano qualche risata alla bambina.
David la riappoggia a terra con delicatezza, indugiando a guardarla e sorridendo: quello sguardo aveva fatto innamorare Georgia di lui, ci muore dentro ogni volta.
“Non lo dai un bacio anche alla mamma?”, sussurra piano quando David alza lo sguardo dalla bambina, pronto ad aprire la porta per farle uscire. Con un sorriso sghembo, David si china per dare un bacio sulle labbra alla moglie.
“Vuoi darmi anche quello?”, chiede Georgia con un lampo malizioso negli occhi, indicando il kilt appeso con noncuranza ad un’anta della credenza, in soggiorno.
“Ah, no no, vorrei provarlo ancora prima di venire via”.
“Ah-ah”, sottolinea Georgia con noncuranza. “Certo, così magari ti fai dare un parere anche da Michael…”.
Le guance dello scozzese si infiammano e Georgia sa di avere colpito nel segno; sorride sorniona.
“Non fare tardi”, lo canzona mentre esce di casa, ondeggiando vagamente con la mano in segno di saluto. Birdie si volta a guardare il padre e lo saluta affettuosamente, lanciando bacini e agitando un braccio. David risponde ai saluti e poi si rimette le mani in tasca, mentre osserva moglie e figlia che salgono sul furgone inviato dalla produzione per recuperare la famiglia al completo.
Mancava solo lui.
Lui e Bark Ruffalo.
Con una scusa, aveva svicolato dal passaggio offerto dalla produzione, dicendo che sarebbe arrivato più tardi e nessuno aveva dato il benché minimo segno di stupirsene: rubare gli attimi alla scaletta lavorativa è diventata una specie di routine per lui e Michael; gli addetti ai lavori lo sanno benissimo e stanno al gioco, tutti quanti, in una sorta di cameratismo fra sodali. Mai un commento o una parola a riguardo: c’è una sorta di tacito accordo su questi momenti segreti che i due grattano via dagli impegni di lavoro per dedicarli alla loro intimità. Un segreto di Pulcinella.
David voleva farsi una doccia rapida, ma poi decise che no, sarebbe stato meglio di no: sapeva bene quanto il gallese si accendesse a sentire il suo odore e sarebbe stato francamente molto meglio farsi una doccia dopo.
Con questo pensiero in mente, David si era spogliato della tuta grigia con cappuccio che usava per girare per casa e si era infilato la camicia, sorridendo. Aveva abbottonato uno ad uno i bottoni neri tenendo d’occhio l’orologio: Michael sarebbe arrivato da lì a venti minuti. Quando si trattava di orari, il gallese era più preciso del Big Ben.
Stava pensando se indossare o meno lo Sporran. Optò per il no: nella situazione che si prospettava, sarebbe stato davvero scomodo. Inoltre, sapeva benissimo che, per la scena che aveva in mente, era perfettamente inutile indossarlo: Michael probabilmente non l’avrebbe proprio visto. Se conosceva bene il suo gallese, non gli avrebbe dato nemmeno modo di girarsi.
David indossò il kilt e si allacciò i bottoni interni: il tessuto pesante lo fasciava in modo piacevole e carezzava le sue cosce ad ogni passo; adorava quella sensazione ed ora più che mai contribuiva alla sua eccitazione. Si guardò allo specchio: ciò che vedeva era esattamente quello che aveva in mente. Si passò le dita nel ciuffo, tirandoselo all’indietro: mancava ancora qualcosa, ma cosa? Studiò la propria immagine riflessa stringendo le palpebre per qualche secondo, poi l’illuminazione: gongolando come un bambino la notte di Natale, con la mano sinistra si tirò fuori l’orlo di mezza camicia dal bordo del kilt.
Lo scozzese si rimirò allo specchio, girando su sé stesso: era molto soddisfatto; sapeva che avrebbe fatto impazzire il gallese, conosceva molto bene i suoi kink. I vantaggi del lavorare insieme da anni…
Un paio di spruzzi di dopobarba tra pomo d’Adamo e clavicole e David era pronto per ricevere Michael. Si diresse verso lo studio, irrequieto e incapace di stare fermo e si mise ad armeggiare con la prima cosa che gli capitò a tiro: una scatola con un gioco che avevano comprato a Myrtle e che lei non aveva degnato del minimo sguardo. Quanto era snob quel cane: gli ricordava qualcuno…
Era ancora impegnato a rimettere tutto a posto quando il videocitofono aveva annunciato l’arrivo del gallese con un fischio intermittente ed estremamente fastidioso: David era corso ad aprire la porta e a rispondere, per poi tornare al proprio posto, sul set che aveva allestito apposta per il suo Michael.
Il suo Michael.
Checché ne potesse dire Anna.
D’altronde, lei si ostinava a stargli addosso e pressarlo, rimarcando la sua supposta proprietà a destra e a manca e sottolineando quanto il loro legame sia forte, senza mai lasciare spazio a Michael per poter correre lontano.
Lui invece, conosceva l’animo da cacciatore del gallese e sapeva molto bene quanto il modo migliore per accendere la sua fantasia sia farsi rincorrere. Lasciarsi sedurre. O, come nel suo caso, dargli l’impressione di star seducendo, quando sta solo abboccando all’esca che viene sapientemente sventolata davanti al suo naso.
§ § § § §
Michael avanza lentamente verso David e ad ogni passo sente mancargli un po’ di più il terreno sotto i piedi; arriva ad un paio di passi da lui e la tentazione di percorrere con le mani quel kilt è stordente.
Il gallese si china per appoggiare a terra la borsa shopper e Bark Ruffalo, che si guarda intorno per poi trotterellare verso il salotto lì a fianco. Michael invece, rimane fermo, con un ginocchio a terra, la testa china a fissare l’orlo del kilt, a pochi centimetri dal suo naso. La mano destra tentenna; poi l’indice inizia a percorrere piano la gamba, partendo dalla caviglia e risalendo lungo il polpaccio. E’ una carezza leggerissima, quasi come se il gallese temesse di prendere la scossa, premendo appena di più sulla pelle dello scozzese. David chiude gli occhi, già in estasi: adora quando Michael lo accarezza così delicatamente, tutta la sua pelle canta quando lui la percorre con un passo così leggero.
La mano di Michael rallenta appena nei pressi del cavo popliteo e arriva all’orlo del kilt, che ondeggia piano quando smosso dalle dita. Il gallese ci gioca appena: quanto coraggio ci vuole per non cedere ad una tentazione, quando te la trovi di fronte?
Quanto ce ne vuole, invece, per imbracciarla e perdersi in essa?
Michael non è ben conscio dei propri pensieri: il cuore gli pulsa nelle tempie per l’erotismo della situazione e non si rende conto che David è fermo, in attesa e lo sta invitando ad entrare e perdersi in lui.
Alla fine, vince la tentazione: Michael alza l’orlo del kilt e la visione delle cosce toniche dello scozzese gli azzera la salivazione; chiude gli occhi quando le sue labbra si appoggiano alla pelle caldissima di David e quasi non si accorge del gemito che sfugge allo scozzese.
Le labbra di Michael continuano a baciare e a strusciarsi su quell’interno coscia così caldo e l’odore di David lo investe, selvatico, profondo, maschio: sudore, eccitazione, il dopobarba che si apre sulle sue note più muschiate. I gemiti dello scozzese si fanno più forti e diventano grida quando il gallese tocca quel punto preciso che lo fa impazzire: qui, timida all’inizio e poi prepotente, arriva la lingua, che disegna piccoli cerchi imperfetti a pochi centimetri dalla natica.
David molla la custodia di plastica che stava stringendo parossisticamente e appoggia i palmi delle mani al ripiano della scrivania, nel vano tentativo di radicarsi con la sensazione fredda del vetro. La custodia rovina sul pavimento con tutto il suo contenuto, ma lo scozzese non si accorge di nulla. David non vuole perdere subito il controllo ma resistere sta già diventando difficile: Michael sa bene cosa gli piace e non si fa mai remore nel darglielo.
La lingua di Michael si sposta piano, risalendo lungo la natica. Michael ha letteralmente la testa sotto il kilt e si sente accolto dall’oscurità e dal calore del corpo dello scozzese, come se fosse in un grembo materno. E’ una sensazione deliziosa, rassicurante e forse per questo ancora più eccitante.
Il gallese lascia una scia di piccoli baci sulla natica magra e pian piano si spinge verso la piega dei glutei. I baci diventano piccoli morsi delicati, mentre David si arrende definitivamente all’efficacia della propria buona idea e si lascia andare alle grida e ai gemiti: la bocca di Michael che lo bacia, la sua barba che lo accarezza, la sua lingua che lo tortura sono sensazioni quasi troppo forti da tollerare.
Quasi.
La lingua di Michael è arrivata vicinissima all’ano e David ansima senza ritegno, strizzando gli occhi: mille scintille colorate pizzicano il buio e lui si ritrova ad abbassarsi sulla scrivania e a spingere il bacino verso la bocca del gallese.
Michael accoglie l’invito e la lingua inizia ad esplorare i contorni dell’ano e la linea del rafe; appoggia i palmi aperti sui glutei asciutti di David e li dilata appena, sempre percorrendo in lungo e in largo la regione perianale. La lingua lecca avida per tutto il solco, la bocca dissemina baci e morsi sempre più voraci sui glutei.
Lo scozzese appoggia la fronte al vetro della scrivania e grida ad ogni morso, stringendo i pugni: sta fremendo per sentire Michael dentro di sé, ma adora che lui si prenda il suo tempo leccandolo, baciandolo e mordendolo. David sente un gran calore dentro al petto, un languore intenso si muove nelle sue viscere; la sua erezione che accarezza il kilt amplifica l’eccitazione che prova.
La lingua di Michael spinge sull’ano di David, guizzando e dando colpetti leggeri per stimolarne l’apertura. La testa del gallese si muove a destra e a sinistra, come in un bacio tra due adolescenti e la lingua ondeggia e bascula di conseguenza. Finalmente, al primo cenno di apertura, l’apice della lingua si insinua nel pertugio, sempre basculando. David si lascia andare completamente con il busto sul ripiano della scrivania, totalmente arreso al piacere.
La lingua di Michael penetra David con avidità e un certo senso di possesso. Un ringhio nasce nella gola del gallese, mentre stringe la presa sulle natiche e muove la testa avanti e indietro. David sente la propria erezione pulsare forte e percepisce appena il secreto caldo che gocciola dal suo glande.
La lingua di Michael lascia David solo per fare posto alle dita: il dito medio massaggia delicatamente l’ano per poi entrare con un solo movimento fluido e deciso. David inarca la testa, gridando forte per la sorpresa e spalanca gli occhi. Il gallese lo sta penetrando con un dito e lo scozzese non vede l’ora di sentire qualcosa di più.
Il gallese continua a leccare l’apertura anale mentre il dito che la penetra si muove in cerchio dentro di essa, allargandola: Michael sa bene come muoversi e arriva presto al punto di far entrare anche il dito indice e poi l’anulare. Le dita esplorano l’interno di David, carezzandolo, divertendosi, strofinandolo dove più gli piace. David inarca il collo e la schiena scompostamente, strusciando il volto contro il ripiano di vetro e gemendo senza remore. Gli piace lasciarsi andare e cedere il controllo della situazione e questo va a nozze con la tendenza di Michael a dominare la scena e tenere le redini.
Michael tuffa il naso tra le cosce di David e respira l’odore acre della sua pelle: non avrebbe mai potuto resistere a questa situazione. La sua mano sinistra percorre la gamba dello scozzese, con decisione e poi con dolcezza: sa quanto David ami essere sfiorato delicatamente e adora come il suo respiro diventi leggero, quando lo fa.
La mano risale poi lungo il kilt e s’insinua curiosa sotto l’orlo della camicia, scivolando sulla schiena morbida e approdando su una fossetta, dove inizia a disegnare ghirigori.
David si agita, spinge il bacino contro le dita di Michael, strofina il ripiano della scrivania con impazienza ma si adagia docile sulla volontà del gallese, che indugia sempre volentieri nei preliminari. Lo scozzese ansima e una cacofonia disordinata di gemiti lascia le sue labbra ad ogni penetrazione delle dita.
Michael respira forte sulla pelle di David, continuando a regalargli baci e carezze approfondite: non vuole staccarsi da lui nemmeno con la prospettiva di entrare di nuovo, più a fondo; la sua erezione però sta pulsando sempre più forte e richiede attenzioni.
Il gallese si puntella sullo scozzese per alzarsi in piedi, facendogli sentire tutto il proprio peso: David geme di sollievo al pensiero di cosa questo significhi.
La mano di Michael scivola via a malincuore dalla schiena di David e artiglia l’elastico di pantaloni e boxer insieme. Il gallese si dibatte per uscire dai vestiti e quando infine ci riesce, un ringhio rabbioso gli accende la voce. Il suo pene è lucido, gonfio e finalmente libero. La sua cappella si erge umida e tronfia. Le dita di Michael escono da David, che geme e si prepara a ricevere il gallese dentro di sé.
Michael inizia a strusciare l’erezione sulle natiche di David, che grida e sente le palpebre inumidirsi: gli capita davvero spesso, con Michael, di eccitarsi fino ad avere gli occhi lucidi. Non gli è mai successo con nessun altro. Si spinge contro il pene del gallese con impazienza, i muscoli tesi nell’agonia del piacere prolungato.
Michael guida con una mano la propria cappella verso l’orifizio di David e inizia a strofinarla lungo il solco tra le sue natiche, godendo della pelle morbida e coperta di saliva. Quando ad un certo punto decide di spingere sull’apertura, David sussulta e d’istinto si ritrae: si puntella sui palmi delle mani e si alza dalla scrivania, voltandosi appena in cerca degli occhi di Michael, delle sue labbra, delle sue mani. Il gallese abbraccia lo scozzese da dietro e la sua mano risale lungo il busto e si ferma sulla gola: Michael tira David verso di sé e lui abbandona la testa sulla sua spalla.
Michael si spinge piano dentro David e lo accarezza sul petto, sull’addome, sulla gola arcata, sul volto, sulla bocca aperta nell’ennesimo gemito. I due non parlano mai molto durante il sesso, amano sentire i loro respiri cambiare e crescere, soprattutto Michael. Se David è l’esteta della coppia, Michael è l’edonista per eccellenza. Soprattutto, Michael è generoso nel suo essere dominante, adora perdersi nel piacere del compagno: adesso lo sta accarezzando piano e si sta godendo i suoi versi di piacere, tanto più acuti quanto più il gallese si spinge dentro di lui.
Anche Michael sospira piano di piacere, ora che finalmente il suo sesso riceve le attenzioni che cercava. I muscoli di David che si stringono attorno alla sua erezione lo accolgono, caldi e morbidi, invitanti e accoglienti. Il gallese digrigna i denti e ringhia piano, per poi affondare il naso nei capelli dello scozzese, respirare forte il suo odore e leccarlo dietro l’orecchio, strappandogli ancora un sussulto.
La mano destra di Michael artiglia il kilt, lo arriccia, lo arrotola finché l’orlo non arriva abbastanza in alto da potercisi infilare sotto: la mano striscia rozzamente sulla coscia in cerca del sesso dello scozzese; quando ci arriva, lo stringe, pieno e nodoso nel suo pugno. David sobbalza, ma la mano sinistra di Michael sulla sua gola lo tiene fermo.
Il bacino e la mano destra di Michael piano piano trovano il loro ritmo e si muovono in sincrono. A tratti, il pollice si sofferma ad accarezzare piano il glande, con piccoli movimenti circolari che fanno nascere ansimi gorgoglianti nella gola dello scozzese; il gallese li sente sotto la mano sinistra e sospira più forte.
I due danzano così per qualche minuto e non si accorgono minimamente di Bark Ruffalo che è tornato nello studio dopo aver ristabilito la corretta gerarchia, disseminando urina in tutto il salotto. Il cagnolino non presta la minima attenzione ai due amanti e trotterella vicino alla scrivania, trascinandosi dietro il guinzaglio ormai umido e puzzolente.
Incuriosito dalla custodia di plastica semiaperta e soprattutto dal riportello di fili intrecciati che ne sbuca fuori, Bark Ruffalo punta deciso in quella direzione. La scrivania sussulta sotto le spinte ritmiche dei due: il guinzaglio arricciato vi passa troppo vicino e rimane impigliato sotto uno dei piedini. Bark Ruffalo viene strattonato violentemente e si ritrova sedere a terra.
Intestardito come solo i cani di piccola taglia sanno essere, il cagnolino si rimette sulle quattro zampe e tira con tutta la propria forza. La scrivania continua a sobbalzare mentre i due vi gemono addosso e pian piano allenta la presa sul guinzaglio.
Bark Ruffalo tira ancora.
I due amanti decidono di cambiare posizione e spostano il peso dalla scrivania, che torna a stazionare saldamente su tutte e quattro le gambe.
Il cagnolino tira, gira su sé stesso, scalpita ma il guinzaglio rimane incastrato.
Michael tira David a sé: vuole sentirlo di più, molto di più. Le dita della sua mano sinistra strisciano nella bocca di David, che le succhia avidamente e le lecca, stordito dal piacere che sta provando contemporaneamente su tre fronti diversi.
Il gallese ansima forte e digrigna ancora i denti, sentendo montare dentro di sé l’eccitazione come una furia cieca: scivola fuori dalla bocca dello scozzese, gli afferra i capelli e gli spinge lentamente la testa di nuovo sulla scrivania, costringendolo a piegarsi sul vetro. David soccombe docile e appoggia le mani sul ripiano.
Michael lascia andare l’erezione di David per strattonare rabbiosamente la camicia fuori dal bordo del kilt: afferra il fianco finalmente libero dello scozzese e lo stringe, lo strofina, lo arpiona per darsi sostegno, mentre finalmente si concede di spingere più forte, con rabbia. Alza il kilt e due glutei bianchi e perfetti fanno capolino.
Gli amanti gridano forte, tra piacere, dolore, desiderio, possesso: Michael ringhia ancora e vorrebbe schiaffeggiare forte quelle natiche bianche che sta violando con rabbia e con amore. Lo desidera, ne ha bisogno ma non osa: sa che David non ama sentire dolore e per quanto glielo lascerebbe sicuramente fare in questo momento, il gallese non vuole spingerlo oltre i suoi limiti.
L’urgenza però è troppa: il gallese è pieno di una furia che monta livida e gli gonfia il petto, come un’onda che s’infrange alta contro un molo. La mano di Michael si schianta contro il vetro temperato della scrivania con un boato che fa sussultare lo scozzese.
David si volta a guardarlo a bocca aperta: “Ma era per me quella?”, grida incredulo.
“Sta zitto”, gli ingiunge piano il gallese, ghignando e spingendo.
Il tonfo secco e le grida di David spaventano Bark Ruffalo, che fa un salto e cerca di scappare via. Il guinzaglio gira attorno al piedino e il cagnolino si ritrova più intrappolato di prima.
L’ennesima spinta provvidenziale sulla scrivania libera improvvisamente il guinzaglio e Bark Ruffalo corre a nascondersi sotto una poltroncina lì di fianco, dove lascia l’ennesima chiazza d’urina.
David alza la mano destra, intenzionato a portarsela al membro per riprendere da dove Michael aveva interrotto, ma il gallese gli afferra il polso: “Non osare” gli dice, la voce un boato sommesso; “Ti ho già concesso troppo”.
Lo scozzese geme di frustrazione e disappunto e il gallese gli accarezza piano la testa, per poi spingersi con forza dentro di lui: quando lo vede inarcare la testa e strizzare gli occhi, Michael sorride compiaciuto.
Un’altra spinta che fa gemere entrambi: Michael afferra i fianchi di David e cerca la posizione migliore per strofinare quel punto preciso dentro di lui che farà godere lo scozzese. Continua a spingere e stavolta è David a sbattere le mani contro la scrivania. Il gallese grida soddisfatto e contento: sta piacendo anche a lui, tanto. Davvero tanto: Michael chiude gli occhi e tira la testa all’indietro, si sta per perdere dentro David e i momenti prima dell’orgasmo sono quasi più intensi dell’orgasmo stesso.
Michael vuole resistere ancora un attimo e si concentra: stringe i fianchi sottili di David, quasi li circonda completamente con le mani grandi e forti. “Cazzo!” grida forte: sta cercando di recedere dall’orgasmo ed è quasi troppo tardi. “Ti amo, cazzo! Ti amo troppo! Maledizione!” e l’ultima imprecazione gli muore nella gola, mentre i suoi glutei si contraggono, nella spinta dell’eiaculazione.
La posizione, le mani che lo stringono salde e sicure, l’accuratezza delle spinte, le parole di Michael e il calore che si sprigiona dentro di lui: David cede completamente e porta gli occhi all’indietro, mentre segue a ruota il gallese e si lascia andare in pochi guizzi intensi, quasi in religioso silenzio.
Il gallese si lascia cadere sullo scozzese, che si sta ancora sciogliendo nell’orgasmo: il peso di Michael sul suo corpo fa sussultare David, in un ultimo paio di contrazioni violente che gli mozza il fiato e gli imbratta l’interno del kilt.
I due respirano forte, uno sull’altro, svuotati e tremanti, mentre l’adrenalina cede il passo all’ossitocina. Michael accarezza piano la testa di David e gli poggia le labbra sul collo, in un bacio delicato. David sorride appena: si sente molto felice.
“E così mi ami troppo, eh?”.
Michael finge un sospiro scocciato e grugnisce mentre si alza dalla scrivania. “Sono cose che si dicono”.
“Cose che si dicono? Vai in giro a dirle a tutti? Bastardo”: David si alza a sua volta e si stira la camicia spiegazzata, ghignando.
Michael lo afferra per la camicia e lo porta a sé: “Sei tu che allarghi sempre le gambe” gli sussurra malizioso; fa per baciarlo, ma David gli pianta una mano in faccia e una risata gli sale dalla gola: “Io quella bocca non la bacio”.
“Però ti piaceva dov’era prima, questa bocca!” esclama il gallese, fingendosi indignato.
David indietreggia appena verso la poltroncina lì a fianco e viene sorpreso da una sensazione bagnata sotto la pianta del piede: lo sguardo corre al pavimento color panna, dove una polla gialla fa bella mostra di sé.
“Cazzo!”.
“Cosa?!”.
“Il tuo maledetto cane ha fatto pipì sul mio pavimento!”.
“Lascialo stare, non è colpa sua!”.
“Certo, casomai è colpa mia!”: David alza disgustato il piede fradicio e nota il guinzaglio visibilmente bagnato che sbuca da sotto la poltroncina. “L’avrà fatta dappertutto! Georgia darà fuori di matto!”: David toglie con stizza la mano di Michael dal proprio petto e si dirige verso il bagno in cerca di un mocio, lasciando dietro di sé una scia di singole impronte umide.
Michael si abbassa sul pavimento e sbircia sotto la poltrona: il piccolo Bark Ruffalo si è rannicchiato in fondo e trema appena, guardandolo con occhi liquidi. Michael si sente stringere il cuore a quella vista e allunga lentamente una mano verso di lui, badando a non toccare la chiazza di urina.
Il gallese chiama il cane con voce bassa e soffice e riesce infine a vincere le sue resistenze: Bark Ruffalo gli va incontro timidamente ed esce allo scoperto. Michael lo accarezza piano: ha il pelo attorno alle zampe bagnato e ingiallito.
“Scusa piccolo...ti abbiamo fatto spaventare? Non ti preoccupare, quello scozzese cattivo non ti farà proprio niente...abbaia ma non morde”.
